Powered By Blogger
Visualizzazione post con etichetta Ernesto Gliozzi Sen. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ernesto Gliozzi Sen. Mostra tutti i post

mercoledì 21 ottobre 2026

L'amore fugge [François Truffaut, 1979]




“Dal disastro del 18 ottobre 1349 venne pure Casignana. Il nome Caseghiano (segmento della sua patria) indi Casignano, poi Casignana”. Così aveva inizio una nota di Ernesto Gliozzi il vecchio, che riportava una citazione da “Memoria sui luoghi antichi e moderni del Circondario” libro del 1856 dell'Arcipr. Vincenzo Tedesco, da Caraffa del Bianco. (1) Platì avrà vita un paio di secoli dopo e andrà a “braccetto” con Casignana. Il primo di questi matrimoni lo troviamo nei Catasti onciari del 1742 – 1754: la Magnifica Elisabetta Borgia del casale di Casignana d’anni 32 sposa di Michele Oliva, civile, di anni 37. Negli stessi è registrato che Paolo Michea possiede un terreno in contrada Boschetto. Esauriti i Catasti Onciari ci viene in soccorso un lavoro, smisurato, di Ernesto Gliozzi il giovane che trascrisse i registri dei matrimoni della chiesa di Platì. Gli zii non perdevano il loro tempo sui social, come noi in questo momento. Chiusi i social torniamo i nessuno, per niente omerici, di ogni giorno! Loro no! Affondavano, macché whatsapp, la zappa nei loro percorsi di vita.

L’amore fugge, come il film di François Truffaut, e il 19 febbraio 1828 da Casignana arriva Jean-Pierre Léaud, pardon, il calzolajo Rocco Micò di Domenico e Vittoria Strati di anni ventisei per sposare la diciassettenne Teresa Sergi di Gavino e Maria Zappia «coll’assistenza della madre della sposa, giacché premorti gli altri ascendenti sì dello sposo che della sposa». A vigilare era Don Michele Oliva, sindaco, e i quattro testimoni.


Febbraio doveva essere un mese propizio per i matrimoni, ed ecco allora che il 9 febbraio del 1843, giovedì, in chiesa il ventinovenne Francescantonio Scipioni attende l’arrivo della diciottenne Teresa Pangallo. Francescantonio è figlio di Vincenzo e di Teresa Nicita. I due Scipioni sono conciapelle. Teresa Pangallo è figlia di mastro Diego, ferrajo, e Zappia Francesca. «Col consenso autentico de’ genitori dello sposo, e sotto l’assistenza de’ genitori della sposa, i quali danno pure il loro espresso consenso» così Michele Oliva sindaco, accanto a lui il solo a saper scrivere è mastru Ddecu.


Nel 1845 assistiamo ad un’inversione, l’unica, della fuga, le nozze si tengono a Casignana, 12 di ottobre, dove il platiese Domenico Catanzariti stringe accanto a sé per l’eternità la signorina Santa Blefari. Domenico, pecorajo, ha ventisei anni, è figlio di Pasquale e di Francesca Strangio. La sposa all’anagrafe, come al fonte battesimale, è registrata Santa, Caterina, Raffaella.


Figlia di Paolo e di Elisabetta Mavrici. Il consenso al matrimonio lo danno i genitori dello sposo e la madre della sposa, il padre assiste silenzioso from the heaven. Primo dei testimoni, il già nominato, Francescantonio Scipioni, che a questo punto lo sospettiamo come sensale del matrimonio. La chiesa, quella di San Giovanni Battista, il sindaco, Giovanni Mezzatesta. La prole di Santa e Domenico sarà numerosa, quattro donne e sette maschi, estendendosi sino ai giorni nostri.

Il destino di Santa era in agguato quando il 25 gennaio 1883 perse crudelmente la vita a soli 58 anni assieme al figlio Andrea di ventisei anni e alla cognata Caterina di anni ventisette iter faciens per montes huius loci Platì ingente copia nivis suffocata clausit suum diem supremum … così nel Libro dei Morti Vol. V°. Sorvolando sul gioco di parole la tradizione vuole che Santa Blefari sia l’unica santa platiese dalla quale, per caduta, sbocceranno le successive Santa.

Siamo ora nella metà del XIX° secolo, esattamente 1855. Le unioni furono tre. Sindaco Giosofatto Furore.

 

Il 15 gennaio Giuseppe Micchia di Amato e Rosaria Alvaro sposa Vincenza Papalia di Rosario e Rosa Morabito. La condizione degli sposi come dei loro genitori era civile sebbene, alla nascita di Giuseppe, Amato era cerajuolo. Giuseppe ha trentaquattro anni Vincenza ventinove. Il matrimonio si celebra «con l’assistenza e consenso del padre e madre dello Sposo e madre della Sposa essendo premorti il padre ed avo paterno della Sposa».

Il 16 luglio è la volta di Don Davide Micò ai anni trentasei e Donna Maria Giuseppa Zappia di anni ventisette. Il padre di Davide, Bruno era sposato con la signora Albina Muscatello. Il padre di Maria Giuseppa, Don Domenico, era speziale, la madre era Donna Marianna Rianò: Maria Giuseppa era nata il 29 febbraio 1828. Davide era nato a Casignana il 17 novembre 1818. 

 Il 20 ottobre Domenicantonio Micò sposa Maria Rosa Pangallo. Domenicantonio era un ferrajo nato a Casignana l’1 maggio 1831, figlio di Bruno e Anna Rosa Russo. Maria Rosa nata il 4 novembre 1824 era figlia di Diego e Francesca Zappia ed aveva come terzo nome Santa. Era sorella di Teresa di cui avete letto più sopra. Il matrimonio si concluse coll’assistenza e consenso delle madri rispettive de’ Sposi perché premorti i di loro Padri ed avi paterni. Nei Registri del Comune di Casignana Bruno, padre di Domenicantonio, è indicato come idiota, forse un alias, forse per distinguerlo dal precedente Bruno, padre di Don Davide.

Casignana e Platì erano due paesi compresi nel Distretto di Gerace, Provincia della Prima Calabria Ulteriore del Regno delle Due Sicilie, uscito fuori in seguito alla Restaurazione Europea dopo la disfatta del Bonaparte. Allora, il Regno delle Due Sicilie era alle dipendenze dello Stato Pontificio. Questa dipendenza la troviamo in tre formule contenute nell’
Atto di Solenne Promessa di Matrimonio
Davanti all’Ufficiale dello Stato Civile del Comune

[Gli Sposi] I quali alla presenza dei testimoni che saranno qui appresso indicati, e da essi prodotti, ci hanno richiesto di ricevere la loro solenne promessa di celebrare avanti alla Chiesa, secondo le forme prescritte dal Sacro Concilio di Trento, il matrimonio tra essi loro progettato

Ed il Capitolo sesto del titolo del Matrimonio delle leggi Civili intorno ai diritti ed obblighi rispettivi degli sposi abbiamo ricevuto da ciascuna delle parti, una dopo l’altra la dichiarazione, che elleno solennemente promettono di celebrare il Matrimonio innanzi alla Chiesa secondo le prescritte forme del Sacro Concilio di Trento …

Di questo atto, che è stato inscritto sopra i due registri abbiamo dato lettura alle parti, ed ai testimoni, avendone dato a futuri sposi due copie uniformi da noi sottoscritte per essere presentate al Parroco, cui la celebrazione del matrimonio si appartiene
…

(1)https://iloveplati.blogspot.com/2014/04/la-memoria-dellaltro-reg-alberto-degli.html

In apertura il Palazzo Moscatello di Casignana e il Palazzo Oliva di Platì.

 



 

mercoledì 14 ottobre 2026

UNA PROPOSTA PER DIRE SÌ [Anand Tucker, 2010]


Don Ernesto Gliozzi
Arciprete

Si onora presentar al valoroso Avv. Filippo Murdaca il proprio fratello a nome Luigi, domiciliato a Platì, caduto nei tentacoli del famigerato … le cui malefatte sono ben note a cotesto tribunale
Nella speranza di vittoria e coi migliori ossequi
Rev. Arcip. E. G:
Casignana 30 – 5 – 1939

Sempre nel mese di maggio, ma vent’anni dopo, ritroviamo il locrese Filippo Murdaca (1906 – 1999) non più avvocato bensì parlamentare, patrocinatore di un disegno di legge poco conosciuto: l’elevazione a Comune della frazione di Natile Vecchio, ancora prima dell’alluvione del 1951 a seguito della quale sboccerà Natile Nuovo. Da premettere che l’onorevole Murdaca partecipò all’Assemblea Costituente (25.06.1946 - 31.01.1948) nel gruppo democristiano.

 

PROPOSTA DI LEGGE
d'iniziativa del Deputato MURDACA

Annunziata il 18 maggio 1949

Costituzione del comune di Natile, in provincia di Reggio Calabria

ONOREVOLI COLLEGHI! È noto che il Ministero dell'interno, al fine di non interferire nella sfera di competenza che l'articolo 133 della Costituzione attribuisce alle Regioni ha ritenuto di astenersi dal promuovere gli atti, relativi alla costituzione di nuovi comuni. Tuttavia, il Governo non ha mancato di riconoscere che fino a quando gli organi regionali non saranno effettivamente costituiti, i poteri degli organi statali nella subbietta materia rimangono immutati, mentre nulla vieta che provvedimenti di cui trattasi vengano promossi ad iniziativa parlamentare.
Invero, vi sono casi in cui il riconoscimento della autonomia comunale non solo è giustificato da comprovati motivi di carattere amministrativo, topografico ed ambientale, ma è reso altresì urgente da incombenti gravi situazioni locali, fomentate da accese passioni di parte ed esasperate dalla tensione degli animi.
In tali casi, appare di evidente pregiudizio alla ordinata pacifica convivenza della popolazione attendere che gli organi regionali vengano costituiti (articolo 123 della Costituzione) e che le leggi della Repubblica abbiano regolato il passaggio delle funzioni statali alle Regioni (punto IX disposizioni transitorie) ciò che richiederebbe praticamente un lasso di tempo di due o tre anni, onde le legittime aspirazioni delle popolazioni anelanti di conseguire l'invocato provvedimento sarebbero mortificate proprio in un regime di riconquistata libertà.
In questo ordine di idee s’inquadra la proposta che ho l’onore di sottoporre all'esame della Camera per la costituzione in comune autonomo della frazione Natile del comune di Careri.
Trattasi di un villaggio rurale in provincia di Reggio Calabria, con una popolazione di circa 1.500 abitanti, cui vanno aggiunti i numerosi emigranti temporanei e definitivi, in continuo aumento demografico.
Il territorio della frazione si estende per circa 2242 ettari lungo la dorsale appenninica, che dal massiccio centrale dell'Aspromonte scende verso il Mar Jonio, il territorio è coperto nella zona montagnosa da boschi di alto fusto e da pascoli cespugliati; nella zona collinosa, intorno a cui sorge l’abitato, da uliveti e da vasti campi coltivati a grano; nella zona valliva, lungo il torrente Careri, che serra in un semicerchio l'abitato, da agrumeti ed ortaggi.
Il villaggio, che vanta antiche origini, godette già nel secolo scorso di piena autonomia politica ed amministrativa, come testimoniano i documenti storici che lo designano: «La Comune di Natile».
Dal 1811 al 1836, esso, fece parte del comune di Platì; dal 1836, insieme al villaggio di Careri, staccatosi, a sua volta, dal comune di Benestare fa parte del comune di Careri.
Al comune di Careri, Natile apportò l’ingente suo patrimonio immobiliare costituito da boschi seminativi e pascoli, i proventi di un considerevole patrimonio zootecnico, i cespiti dei prodotti di un suolo fertile e ferace.
Motivi topografici, etnici, economici ed ambientali, come ha riferito il Prefetto di Reggio Calabria, con ampia motivata relazione, giustificano pienamente l’invocata autonomia.
Per le pratiche quotidiane, amministrative, anagrafiche, annonarie, i frazionisti devono assoggettarsi a gravi sacrifici per raggiungere il capoluogo che dista oltre 14 Km. Attraverso aspri sentieri, che durante la stagione invernale divengono addirittura inaccessibili per la piena dilagante del torrente; il secolare abbandono in cui la frazione fu lasciata (non una strada, non un ponte, che convogli il torrente, non la luce elettrica, non alcuna opera igienica) dalle varie amministrazioni comunali succedutesi, le quali tutte indistintamente in ogni tempo e di agni colore politico, devolvettero, con originale improntitudine, ad esclusivo beneficio del capoluogo ingenti cespiti patrimoniali della frazione alla quale altro non seppero dare che angherie e soprusi; il soffocamento ininterrotto di ogni iniziativa destinata a generare opere di civile progresso, cui la popolazione anela; la posizione topografica dell'abitato, che si eleva a guisa di promontorio incuneato nelle falde della montagna e circondato da un torrente a regime torrentizio inguadabile durante l'inverno, onde l’abitato resta segregato dal consorzio civile; il cospicuo patrimonio immobiliare che garantisce una autosufficienza economica, senza, per converso, compromettere o pregiudicare le condizioni finanziarie del capoluogo; l'esistenza nel paese, di industrie artigiane destinate a sicuro sviluppo, specie quella di utilizzazione dei boschi cedui di cui la zona abbonda, l'esistenza di un corso completo di scuole elementari, di una chiesa parrocchiale, di una conciliatura (1), di una condotta medica ed ostetrica, di una sezione di stato civile per gli atti annuali, di una ricevitoria di 2ª classe postelegrafonica, danno senz'altro titolo alla frazione di conseguire l’invocata autonomia.
Peraltro, lo stesso Consiglio comunale di Careri, con deliberazione 24 aprile 1948, ha espresso parere favorevole alla erezione in comune autonomo della frazione, sollecitando dal Governo il relativo provvedimento. Parimenti si è espressa la Deputazione provinciale di Reggio Calabria, con deliberazione 19 settembre 1947.
Infine, con spirito di reciproco e bonario componimento, sono state concordate la separazione patrimoniale e la delimitazione dei confini della frazione e de capoluogo.
I partiti politici, le associazioni combattentistiche e sindacali, la popolazione tutta anelano al coronamento della secolare aspirazione della autonomia, la quale ha trovato altresì concorde comprensione anche nella popolazione del capoluogo.
In tale stato di cose, assecondare codesta assillante ininterrotta aspirazione, che si fonda su legittimi inoppugnabili presupposti e corrisponde all'anelito di civile progresso di una popolazione che vive una vita dura di sacrifici e di stenti, lontana da ogni centro, priva di ogni comodità, dimenticata da ogni provvidenza legislativa. e tuttavia attaccata disperatamente alla terra in una diuturna opera di lavoro, significa fare opera di giustizia.
Ed è con tale intento, onorevoli Colleghi, che io desidero affidare alla particolare vostra considerazione la presente proposta di legge.

PROPOSTA DI LEGGE

ART. 1.
La frazione Natile del comune di Careri è eretta in comune autonomo con la circoscrizione territoriale risultante dalla pianta planimetrica annessa alla presente legge.
Il Prefetto di Reggio Calabria, sentita la Giunta provinciale amministrativa, provvederà al regolamento dei rapporti patrimoniali e finanziari fra i comuni interessati.

ART. 2.
Gli organici dei comuni di Natile e di Careri saranno stabiliti dal Prefetto sentita la Giunta provinciale amministrativa.
Al personale già in servizio presso il comune di Careri che sarà inquadrato nei predetti organici, non potranno essere attribuiti posizione gerarchica e trattamento economico superiori a quello goduto all’atto dell’inquadramento medesimo.
Il numero complessivo dei posti ed i gradi relativi non potranno essere superiori a quelli attualmente assegnati al comune di Careri.

ART. 3.
La presente legge entra in vigore nel giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.

(1) Istituita con Regio Decreto il 25 agosto 1908 (n. del r.)

martedì 6 ottobre 2026

CON L'AIUTO DELLA LUNA [ Harry Beaumont, 1937]


Comitato di Assistenza Civile

                            Platì

 

Deliberazione N. 5°

Oggetto: Iscrizione del Comitato alla Croce Rossa

 

L’anno mille novecento sedici, il giorno 24 Marzo, nella solita sala, si è riunito il Comitato di Assistenza Civile, presieduto dal Rg Aricò e presenti i membri Zappia, Cioni, Spadaro e Gliozzi.
Si comincia con l’esaminare le domande di sussidi e il Comitato accorda a Fotia Rosa l trenta, a Caruso Anna l. quindici e a Violi Maria L. 30 (trenta) una volta tanto.
Il Dottor Filippo Zappia propone d’iscrivere alla Croce Rossa in Perpetuo il Comitato di Assistenza Civile e tale proposta viene molto bene accolta dai convenuti i quali autorizzano lo stesso, quale Cassiere, a spedire, il danaro occorrente
Dopo di che il Comitato chiude la seduta.
Platì 24 – 3 – 1916

                                                                                 Il Presidente

                                                                                          Aricò

 Il Segretario

     E Gliozzi

Cioni Attilio
Dott. Filippo Zappia
Nicola Spadaro 

Il Comitato di Assistenza Civile è anche qui:

La signora Fotia Rosa:

 

venerdì 28 agosto 2026

BOTTA E RISPOSTA il sequel: In Paradisum


Curia Vescovile di Gerace 10 Aprile 1934

Rispondo ai quesiti proposti all’att.ne Vostra Curia dal Consiglio della Ven. le Confrat. del SS. Rosario in Platì in data 5 marzo 1934
1° Quesito -  Nell’Oratorio del SS. Rosario possono essere celebrati funerali e messe cantate a richiesta dei fedeli tranne quelli praesente corpore?
Risposta -  Dopo il primo funerale nella Parrocchia possono essere celebrati funerali nell’Oratorio pei soli Confratelli defunti, nei giorni in cui le leggi liturgiche lo consentono, e in modo da non disturbare le funzioni parrocchiali.
2° Quesito -  In caso affermativo il Rev.do Clero è obbligato a intervenire per entrare in porzione?
Risposta -  Il Rev.do Clero che deve essere regolarmente invitato, per entrare in porzione deve intervenire, sono dispensati i Sacerdoti ammalati, che non possono celebrare Messa, e il Parroco quando è impedito dall’esercizio del suo ministero.
3° Quesito -  I diritti delle campane e dell’organo spettano al sagrestano e organista della Matrice o piuttosto a quelli dell’Oratorio del Rosario, che prestano servizio?
Risposta -  I diritti delle campane e dell’organo spettano alla Chiesa funzionante. Però quando interviene il Clero, il sagrestano della Matrice deve avere una corposa porzione.
4° Quesito -  Come dev’essere interpretata quella parte dell’art. 16 dove si legge «… potrà solamente la Congregazione celebrare, nel primo giorno che si può, un funerale con l’intiero ufficio dei morti e Messa cantata»?
Risposta -  L’art. 16 degli statuti qui depositati in copia, parla del dovere che hanno i Confratelli di intervenire agli accompagnamenti funebri e alle Processioni. Né in altro art. si leggono le parole surrifferite.

Il testo trascritto [come la grafia] sono nell'Archivio dello zio Ernesto il vecchio. Lo stesso, come la precedente pubblicazione, testimoniano un dissenso interno alla Chiesa di Platì allora curata da Mons. Antonio Pipicelli e culminato con la proposta di creare una seconda parrocchia, quella del SS. Rosario, rimasta lettera morta. A onor del vero ho il sospetto il Priore Domenico Marando abbia solo firmato entrambi i testi concepiti dallo zio, visti i contenuti e le citazioni.

Il brano che segue di Gabriel Fauré come la pubblicazione sono per:

Domenico Papalia (1945 - 2026)




 

mercoledì 26 agosto 2026

BOTTA E RISPOSTA [Mario Soldati, 1950]

 

Confraternita del SS. Rosario

(Reggio Cal.) PLATÌ

Platì 14 - 3 - 934 XII

Eccellenza Reverendissima

Ho creduto doveroso fare i quesiti di cui l’alligato per la ragione che è mio intendimento trovarmi sulla maestra e mai sulla traversa.

Il primo quesito perché il Rev.mo Arciprete ebbe qualche volta a dire che nell’Oratorio non si possono celebrare messe Cantate né funerali, bene s‘intende non praesente corpore.
Il secondo perché essendosi celebrate delle messe cantate e dei funerali il Clero intende avere la porzione e a me sembra né giusto né onesto.
Il terzo sebbene sia chiaro da per se stesso perché improntato al principio dettato dal Redentore e da San Paolo predicato «quoniam si quis non vult operari nec manducet*» frustrerebbe quei principi morali e legali sui quali si basa la Religione di Cristo.
E poi non sarebbe giusto che il sacrista e l’organista della Matrice ricevessero due prebende e quelli dell’Oratorio stessero a guardare il sole. La logica, perdoni Eccellenza, mi pare conduca alla risoluzione che ognuno che lavori abbia quel tantum di compenso che possa spettare.
In quanto poi all’art. 16 dello Statuto mi pare che non avrei dovuto fare il quesito, ma per quel principio «melius est abundare …» ho creduto e credo doveroso di sottoporre ogni cosa a V. E. che vagliata la cosa possa decidere in merito evitando così continue noie.
Ove occorresse posso mandare altra copia dello statuto che Governa la Confraternita e che a suo tempo fu debitamente approvato.
Perdoni Eccellenza i fastidi, e La prego di volermi essere preciso onde evitare dissensi.
Le bacio il S. Anello e chiedendo la Benedizione per me e per i congregati tutti

De’  V. E

umilissimo Priore
D.co Marando

*Chi non vuol lavorare non mangi. Seconda Lettera ai Tessalonicesi 3, 10 

Il documento riprodotto e trascritto proviene dall'archivo dello zio Ernesto il vecchio.






lunedì 27 luglio 2026

Quelli della montagna [Aldo Vergano, 1943]



Per gli Alpini Italiani

VERSI 

 Avanti, o agili Alpini, nobili

figli d’Italia! Su per l’ aëree
cime … Vi seguono
I voti de la Patria. 

 In alto! Sventoli come segnacolo

d’amore ai popoli, il sacro simbolo
de la vittoria:
iI Tricolor magnifico! 

 Voi, ne lo spasimo di madri tenere,

Voi, ne la trepida ora de l’Ansia,
siate, o magnanimi,
di libertade Angioli. 

 E dica il plauso, con cui vi seguono

Fidenti i popoli: Dio degli eserciti,
dona – la meritano –
dona – Gran Dio – la gloria!

 Sac. Ernesto Gliozzi

L'AMICO DEI PICCOLI GIORNALINO SETTIMANALE DEI FANCIULLI ANNO III N. 27  ROCCELLA IONICA 11 LUGLIO 1915

 


Nel 1915 lo zio Ernesto il vecchio aveva 32 anni, il suo ministero sacerdotale lo svolgeva per lo più a Platì. La Grande Guerra era entrata nella fase più spietata, coinvolgendo gli eserciti di tutta l’Europa, gli Americani vi parteciparono come in vacanza, rispedendo a casa conteiners piene di bare, piante e dimenticate. L’Italia i suoi morti li mise sulle strade e nei vicoli come indirizzi postali o lapidi ormai erose. Lo zio Ernesto a parte questo componimento poetico, produsse anche numerosi elogi funebri che hanno rivisto la luce, dopo oltre un secolo su queste pagine. Quello di oggi era indirizzato ai piccoli catechizzandi della locride di cui alcuni, male per loro, saranno orfani di guerra.

lunedì 15 dicembre 2025

UN'ORA DI FELICITA' [Herbert Maisch, 1939]



 ORA EUCARISTICA

  ”L’ Ora Eucaristica Sacerdotale” che il Curato Catanoso da Pentidattilo* ha dato alle stampe, è una manifestazione d’amore verso l’Ostia Santa e merita ogni attenzione, massime da parte dei sacerdoti. Sono sfoghi d’un’anima, innamorata che, trepidante, s’avvicina all’Altare e come Mosè col roveto ardente conosce pur troppo che quel luogo è santo.
  Non dunque le frasi altisonanti che sanno di menzogna, non una veste più scintillante; ma la pura e semplice parola del cuore, che scorre limpida, è l’ornamento più, bello del libretto, che venne fuori dalla Tipografia dello Spirito Santa in Roccella Jonica.
  E quando avrete letta, tutta d’un fiato la piccola produzione stupenda, vi domandate se l’Ora è  passata troppo presto o vi siete dimenticati del tempo, giacché è tale l’attrazione che vi conquide che voi vorreste continuasse ancora.
  So che molto i sacerdoti potranno ricavare di utile per le anime loro, praticando la dolcissima Ora dinanzi a Gesù Sacramento ..., ma quando sono guidati, direi così, per mano da un loro confratelllo più buono, semplice ed entusiasta, allora accresce l’utile, perché è maggiore l’effetto.
Il Catanoso non ha pretenzioni se non una sola che é santa: quella di fare del bene e ci è riuscito. Onore a lui, Gesù in Sacramento che è il centro e la sintesi di tutte le affezioni, voglia ispirare in noi la necessità di stringerci intorno al suo tabernacolo e fare dei veri sacerdoti eucaristici, spogli di tutte le mondanità e ricchi solamente di celeste amore.
  Intanto al Collega Catanoso una sola parola: Grazie.
Platì 14 - 12 - 1915
Sac. E. Gliozzi.
Pubblicato su L’ Amico dei Piccoli GIORNALINO QUINDICINALE PER I FANCIULLI Gioiosa Ionica 15 – 12 1915
 
*Gaetano Catanoso, oggi San Gaetano Catanoso (1879 – 1963).
https://it.wikipedia.org/wiki/Gaetano_Catanoso

In apertura un ostensorio (se. XIX) che si poneva sull'altare nel Duomo di Plati, portato anche in processione nel giorno del Corpus Domini. 

 

giovedì 16 ottobre 2025

La macchina da scrivere [Mario Landi, 1971]


16 – 12 – 1948
Caro Cugino,
Rispondo la vostra
Lettera, e mi dispiace molto che quest’anno per la grande Solennità Cristiana, non riceverete i miei auguri, come nemmeno io ne ho voglia di riceverne. Spero che un altro anno si sia alquanto rimarginato il vostro dolore e ci scambieremo di nuovo gli auguri. Del resto, non possiamo andare contro le Leggi Divine.
Il nostro caro congiunto mi aveva assicurato, che ogni giorno pregava per me nel Santo Sacrificio della Messa.
Spero che ora mio cugino vorrà fare le sue veci, e pregare per me quando Celebra il Sacrificio della Messa, che ne ho tanto bisogno.
Voi non sapete quanta pena mi è rimasta che non ho risposto la Sua lettera. Non me lo credeva affatto ch’era prossima la sua fine.
Ora non ci rimane altro che pregare per il riposo della Sua Benedetta anima, invocando la sua protizione per la nostra lotta quotidiana.
Riguardo come dite di scusarvi che avete scritto a macchina, solo mi dispiace della vostra indisposizione. Come sapete ora in America non si usa più questa etichetta. Tutto si scrive a macchina, tanto per fatti commerciali e tanto per intimità. E se non fosse di moda, per me era lo stesso.
Scrivetemi come meglio vi aggrada. Mi dispiace che io non mi sono mai interessata di questa macchina, che le mie occupazioni giornaliere non mi permettevano. Le mie figlie quando erano a casa, ne facevano assai uso, ora di questi che sono rimasti qui con noi, solo Michele la sa maneggiare, ma noi lo vediamo a casa solo quando è l’ora della tavola. Il resto della sua giornata dopo ritorna dall’ufficio appartiene agli sport e due ore al giorno deve studiare che fra due o tre anni dovrò avere il diploma di ingegnere industriale, e per miracolo se qualche voltami può scrivere una direzione. Questa settimana la Compagnia ha fatto un Bollettino di tutti gli uffici. Abbiamo tagliato questo pezzettino del suo ufficio lui è al primo seduto. Spero che a quest’ora avete ricevuto i due pacchi che vi ho mandati. Il primo fu spedito il giorno 20 di ottobre, ed il secondo dopo siamo ritornati da New York nel mese di novembre. Nel secondo pacco ci stanno abiti nere, che le mie ragazze quando hanno inteso la ferale notizia, me li hanno dati per le vostre figlie. Qui, il nero, si usa per gala più di ogni altro colore, e speriamo che non serve sempre per lutto. Ancora me ne sono rimaste un poco se le ragazze vostre le vogliono li posso mandare in un altro pacco, che mi sono rimaste scarpe pure in ottime condizioni. Veramente il mio piacere sarebbe di comprarle nuove, ma voi vi regolate, che una famiglia numerosa non può disporre di quello che vuole. Ancora vi faccio una domanda. Se ci vuole qualche cosa per la cugina Serafina, tengo un abito di velluto nero ed un cappotto nero che posso mandare per essa. Per la cugina vostra moglie ho l’idea di comprare un pezzo di stoffa nera. Vi ripeto ancora quando non potete scrivere voi, i vostri figli faranno le vostre veci, e non badate a convenienze, fate a come vi rende più comodo. Vi ricevete tanti saluti dalla mia famiglia, estensibile alla vostra famiglia. Inviandovi i miei più affettuosi saluti mi dico vostra aff.ma cugina
Bettina


Bettina Gliozzi in realtà si chiamava Maria ed era nata a Platì il 22 giugno 1886 da Michelangelo di anni trentatre, vaticale, e dalla sua unione con donna non maritata non parente né affine con lui nei gradi che ostano al riconoscimento. Studiò e divenne maestra di scuola. A Platì il 2 febbraio 1907 sposò Pasquale Romeo di Antonio e Francesca Papalia di anni 29 e con lui un anno più tardi emigrò in America e precisamente a Massena NY dove vissero. Bettina morì il 9 marzo 1968. Il cugino della lettera era Luigi Gliozzi figlio di Francesco e Rosa Fera. Michelangelo e Francesco erano figli di Domenico ed Elisabetta Gliozzi. L'altro cugino di cui lamenta l'improvvisa perdita Bettina era il sacerdote e poeta Ernesto Gliozzi il vecchio (1883-1948), fratello di Luigi e Serafina. Nella foto d'apertura Michele [Mike] il figlio ingegnere industriale è il primo a partire da sinistra.

La precedente lettera di condoglianze è qui: https://iloveplati.blogspot.com/2020/11/un-dolore-improvviso-di-ubaldo-maria.html






 

lunedì 9 giugno 2025

Zangiku Monogatari (残菊物語) Storia dell’ultimo crisantemo [Kenji Mizoguchi, 1939]


Signori,

Oggi, la riconoscente Samo di Calabria, è in lutto per la morte del Cavaliere Don Giulio Mezzatesta.
L’imponente corteo mi dice che scende nella tomba un uomo dabbene. Oh, il fascino irresistibile della carità di Cristo! Un uomo che possegga tutte le lingue, un dotto e arcigno, un uomo insomma, per così dire, di lettere - senza la carità - non è altro se non un cembalo, un campanello squillante... e ce lo dice San Paolo.
Veramente, ai giorni nostri, gli sguardi delle masse si fermano meglio sopra i cuori che amano, anziché sulle teste che pensano.
La carità è tutto: è il sole che illumina, rianima, riscalda tutte le creature vive; e l’astro maggiore dell’universo: cieco chi non vede! Quando un uomo, da cui emana questo sole di carità, si oscura o si ecclissa, si sente come un sintomo di freddo nelle ossa, si vedono grandi ombre proiettarsi sui vicini e sui lontani, un sentimento di malinconia e di malessere invade tutti. Ecco - dicono i superstiti - era pur buono! e piangono ...
Il pianto che fu dato all’uomo per distinguerlo dai bruti; il pianto che esalta le creature umane sino a renderle divine; il pianto non e l’esponente dei cuori deboli e fiacchi, ma dei cuori nobili e forti.
Voi piangete, o popolo di quattro comuni riuniti, voi siete grandi e civili.
Ma perché piangete? Forse, perché un signore, avanzato negli anni, scende nella tomba, assistito da una siepe di parenti e munito dei conforti della nostra santa religione? 0, non pure perché quest’uomo era il padre del nostro Podestà, la figura magnifica, la più nobile e rappresentativa di Samo di Calabria?
Non è per questo, mi dite. Ah, comprendo! Qualche cosa ci viene dunque a mancare, qualche cosa a cui ci eravamo abituati per lunga teoria di anni, che ci arrecava un sollievo, senza che noi lo sapessimo!
Questa esistenza che s‘inabissa, o meglio, che passa dalle tenebre per camminare nella perpetua luce - questa esistenza era come un faro che risplendeva di luce propria. Chi si avvicinava a lui, scorgeva in quell'anima come una lampada quieta, serena, ardente - e questa lampada era la sua bontà.
Quella bontà non negativa, ma fattiva; bontà fatta di disinteresse, di amore vero per tutti, di beneficenza occulta, di compiacimento per il bene degli altri, una bontà schietta, senza infingimenti, senza sottintesi, senza ombre.... ecco quello che brillava in lui e faceva del nostro amico un uomo buono val quanto dire un galantuomo.
«Ma vale proprio la pena» mi dirà qualcuno «venirci a dire che Don Giulio era un uomo buono; sia pure un uomo santo ... quasiché la bontà, la santità non dovesse formare per un gentiluomo che si rispetta, la parte integrale del suo galantomismo?»
«Si, basta» rispondo io «quando la bontà è tutta di un pezzo, il galantomismo é a tutta prova ed una vita intemerata sia coronata da una morte edificante.»
Voi conoscete bene la sua vita - io conosco bene la sua anima. - Quell‘uomo pacifico, buono, sereno, sorridente - galantuomo del vecchio stampo – che aveva sempre un consiglio, o un sorriso da regalare - amava la Religione e la Patria, credetemi. Anni fa venne tra voi un missionario zelante. Non ricordo il nome, né l’ordine a cui il buon padre apparteneva; questo ricordo: che il nostro Cavaliere Don Giulio Mezzatesta era in quei giorni animato di giovanile e santo entusiasmo. Seguiva le prediche con desiderio crescente, con gioia di sentire le bellezze ed i trionfi della fede e serrava nell’anima l’augurio che la missione fosse apportatrice di un miglioramento civile, morale e religioso di un popolo affidato alle cure del suo diletto figliuolo.
Non so se ne sia rimasto deluso.
A me, qualche volta, è riuscito pure di sondare la sua bell’anima, materiata di religiosità. Avrebbe voluto che non ci fossero il fariseismo e neppure il rispetto umano - cose d’altronde che spiacciono.
Dall’amore di Dio scaturisce l’amore della famiglia e della Patria. Non credete a coloro che asseriscono e dicono di praticare il contrario.
Giulio Mezzatesta oltre che il sangue purpureo, sgorgato dalle ferite del figlio Capitano Rocco (minorato di guerra) offrì alla grande causa della libertà dei popoli il suo censo e il suo consenso.
Mi fu detto con quale ansia seguiva le notizie dei giornali, in quegli anni di guerra; le tappe gloriose dei nostri eroici fanti nella conquista immancabile dei naturali confini.
E mentre - altrove - i disfattisti, i Graiano d’Asti*, gioivano alle notizie funeste dopo Caporetto - il Cavaliere Don Giulio Mezzatesta non disperò, non cadde, ma ebbe a dire solamente «Noi vinceremo lo stesso!» Vennero poi le giornate del Piave e di Vittorio Veneto, venne pure il bolscevismo controbattuto dalla costituzione dei fasci; venne infine l’ordine, mantenuto da una muraglia di camicie nere - e quella di Don Giulio - lo sapete - fu una delle prime.
Oggi è morto!
Non resta. di lui che la mortale spoglia – contesa alle braccia affettuose delle figlie, del figlio, della moglie e d’ una siepe di parenti, che si stringono intorno alla bara come un mucchio di naufraghi.
L’anima è volata via, verso il cielo, verso altri orizzonti, verso la patria dei buoni.
Che Dio l’ammetta nella perpetua luce!
Pregate!
Ma intanto, dinanzi a salma di questo galantuomo emerito, di questo padre affettuoso, di questo cittadino integerrimo, scopriamoci riverenti, gettiamo sopra di lui i fiori del nostro affetto, l’edera della nostra riconoscenza perenne ed i crisantemi pallidi del nostro dolore sincero.

Signori,

Possiamo dire che un accompagnamento simile, difficilmente si ottiene e scarsamente si merita.
Ha dovuto seminare il Morto grande copia di bene se raccoglie - in questo giorno - si grande messe di lacrime.

Inchiniamoci!

Ed alta echeggi per Lui la voce possente di tutto un popolo, la voce rotta dai singhiozzi della famiglia addolorata, la voce dei sacerdoti, nella preghiera cristiana dicente: «Riposo eterno dona a Lui, o Signore: Requiem aeternam dona ei, Domine.»
Arciprete ERNESTO GLIOZZI

*Grajan d’Aste partecipò alla Disfida di Barletta (1503) e fu ritenuto da Massimo d’Azeglio, un traditore, accusa recepita nel ventennio fascista e da Alessandro Blasetti nel film Ettore Fieramosca (1938). 

Il testo dello zio Ernesto il vecchio con tutta la sua drammaturgia, letto oggi suscita, nei più, ilarità, tuttavia esso è una testimonianza di un'epoca difficile da rimuovere.





 

martedì 6 maggio 2025

L'ascesa [Larisa Shepitko, 1977]

Ecco, Luigi. Ho terminato la traduzione e la sottopongo alla sua attenzione. L'architettura formale è molto complessa e lo stile involuto, quasi enigmatico, ben si attaglia all'argomento: l'elogio è sottile e oscuro, evidentemente riservato a spiriti eletti, in grado di cogliere il senso riposto dei riferimenti sottesi. Nella resa ho cercato di mantenere la massima fedeltà nei confronti del'originale, anche a costo di risultare a mia volta poco chiaro



Ode

Salve, Divinità del Tevere, creata

In questo giorno, mai ricordato, in cui

Vedi gli anni di Pietro, e salve ancora,

O Sommo dei Devoti!

I popoli che vedono questo giorno esultano,

Poiché credono che proprio allora per Te

Trasformi le lacrime in riso, e in alma

Pace la guerra.

Tu per cinque lustri illimitate,

Barbaramente preparate contro tanti figli,

Nel corpo a malincuore sopportasti tollerante

Nel cuore fatiche.

Donde tanti eventi, se non per il fatto che fosti

L’integro custode delle Tradizioni e della Fede?...

Che tu insegni con la tua parola e la tua penna accorte,

Con la morte proteggi!...

Di qua ferve la Potenza di questo secolo putrido,

E ferve il Principe che giace nelle Tenebre,

Stridono con i denti e stolti tentano

Di rovinare il Sacro[1]!

Ma contro la Fede potranno pochissimo

Le porte degli Inferi, come un’alta canna,

Subito, anzi, spezzate periranno,

Testimone il Maestro.

Come il cane morde la pietra gettata,

Quando, rabbioso, non può mordere la mano di chi gliela scaglia,

Così fanno anche quelli che vedono il dono della Fede,

Ma non possono toccarlo.

I perfidi insultano il trono di Pietro e quella

Che in tutto il mondo è venerata con pia devozione,

La tua vecchiaia, la insultano tra la gente,

Dicendo il falso!...

E Dio stesso, per confondere gli ingiusti,

E garantirti di nuovo cari fedeli,

Questo Sole con nuova e insolita luce

Fece sorgere.

L’ascesa al soglio in questo giorno manifesta al Mondo

Che regni col cuore, con l’anima, sui tuoi,

Che s’impegnano tutti insieme per pagare il tributo

D’un tenero amore.

Da qui celebrano felici la tua vecchiaia,

Ti salutano a gran voce, con le mani piene

Di corone il seggio reale del duplice diritto[2]

Ornano di fiori.

Testimonino la loro gratitudine per un favore così grande,

Di qui si dirigono in chiesa e chiedono calorosamente

Che il Signore almeno fino a un secolo di vita

Ti protragga gli anni.

Li protrarrà!... verrà il tempo in cui i ribelli

Tristi vedrai coi tuoi occhi

Implorare il perdono ai tuoi piedi, con la fronte

Cosparsa di polvere.

O Padre benevolo, gioisci di una grande felicità,

Dio prepara allori trionfali[3]

Per la nave dei misteri e per te che la governi,

Percossi i flutti[4].

Allora la gioia sarà piena per il popolo e per Te,

Che l’avrete ottenuta, con lo stupore delle persone,

Allora “PIO NONO” e “salve” ripeteranno

Entrambi i Mondi!

………………………………………………………………………………………………………………......

Vincenzo Fragomeni, Canonico Penitenziario della Chiesa Cattedrale di Gerace

 

Il celeberrimo Don Antonio Pujia, Arcipresbitero di Filadelfia, una volta che ebbe letta quest’Ode, onorò molto l’autore, che era un suo Amico, con i seguenti versi, composti secondo lo stesso schema metrico:

Modulando la strofe saffica, o amico,

Prepari innumerevoli allori,

Oh! voglia il cielo rendere realizzati

 Gli auspici formulati.

La Volontà della Provvidenza divina, del Vecchietto sacro che indossa l’emblema della dignità sacerdotale,

Che conserva le chiavi del fedele Pietro,

Finché supererà i colpi ostili

Protrarrà l’esistenza[5].



[1] Il punto dopo Sacra andrebbe eliminato per recuperare il senso del periodo, che così torna (stolidi, nominativo plurale maschile, si riferisce sia a Potestas che a Princeps e la concordanza viene rispettata). Un’ipotesi più indolore potrebbe essere quella di tramutare il punto in virgola, anche se in linea di principio qualsiasi modifica al testo tràdito per me risulta sempre dolorosa. Notevole la frequenza delle iniziali maiuscole, che ho cercato di mantenere, compatibilmente con le esigenze della traduzione.

[2] Chiaramente umano e divino.

[3] Endiadi.

[4] Le virgole nel testo sono un po’ libere, ma questo è il caso più particolare: nell’ablativo assoluto fluctibus ictis, stando almeno a questa dispositio verborum, non dovrebbe esserci alcun elemento separatorio.

[5] Ho mantenuto la disposizione dell’originale latino, ma in realtà il periodo andrebbe riordinato nel seguente modo, per una sua migliore fruibilità: «La Volontà della Provvidenza divina protrarrà l’esistenza del Vecchietto sacro che indossa l’emblema della dignità sacerdotale e conserva le chiavi del fedele Pietro, finché supererà i colpi dei nemici».


La traduzione, le note, come l'epigrafe iniziale, sono del Prof. Arduino Maiuri docente di latino e greco presso il Liceo Classico Cornelio Tacito di Roma e dottore di ricerca in Filologia greca e latina e Storia religiosa presso la Sapienza Università di Roma.

Il Canonico Vincenzo Fragomeni (16 dicembre 1814 - 10 maggio 1884), geracese, compose l'ode in occasione del faustissimo giorno 23 agosto 1871 in cui Pio IX raggiunse gli anni ed i giorni del supremo pontificato di San Pietro in Roma.

Don Antonio Pujia (Filadelfia, 1818 -1886), fu arciprete di Filadelfia (VV)

Il documento originale apparteneva al sacerdote Prof. Rosario Oliva di Platì, ceduto dallo stesso ad Ernesto Gliozzi il vecchio.

Questo post è un'occasione per ricordare Larisa Yefimovna Shepitko (1938 - 1979) "one of the most prominent Soviet filmmakers".