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mercoledì 21 ottobre 2026

L'amore fugge [François Truffaut, 1979]




“Dal disastro del 18 ottobre 1349 venne pure Casignana. Il nome Caseghiano (segmento della sua patria) indi Casignano, poi Casignana”. Così aveva inizio una nota di Ernesto Gliozzi il vecchio, che riportava una citazione da “Memoria sui luoghi antichi e moderni del Circondario” libro del 1856 dell'Arcipr. Vincenzo Tedesco, da Caraffa del Bianco. (1) Platì avrà vita un paio di secoli dopo e andrà a “braccetto” con Casignana. Il primo di questi matrimoni lo troviamo nei Catasti onciari del 1742 – 1754: la Magnifica Elisabetta Borgia del casale di Casignana d’anni 32 sposa di Michele Oliva, civile, di anni 37. Negli stessi è registrato che Paolo Michea possiede un terreno in contrada Boschetto. Esauriti i Catasti Onciari ci viene in soccorso un lavoro, smisurato, di Ernesto Gliozzi il giovane che trascrisse i registri dei matrimoni della chiesa di Platì. Gli zii non perdevano il loro tempo sui social, come noi in questo momento. Chiusi i social torniamo i nessuno, per niente omerici, di ogni giorno! Loro no! Affondavano, macché whatsapp, la zappa nei loro percorsi di vita.

L’amore fugge, come il film di François Truffaut, e il 19 febbraio 1828 da Casignana arriva Jean-Pierre Léaud, pardon, il calzolajo Rocco Micò di Domenico e Vittoria Strati di anni ventisei per sposare la diciassettenne Teresa Sergi di Gavino e Maria Zappia «coll’assistenza della madre della sposa, giacché premorti gli altri ascendenti sì dello sposo che della sposa». A vigilare era Don Michele Oliva, sindaco, e i quattro testimoni.


Febbraio doveva essere un mese propizio per i matrimoni, ed ecco allora che il 9 febbraio del 1843, giovedì, in chiesa il ventinovenne Francescantonio Scipioni attende l’arrivo della diciottenne Teresa Pangallo. Francescantonio è figlio di Vincenzo e di Teresa Nicita. I due Scipioni sono conciapelle. Teresa Pangallo è figlia di mastro Diego, ferrajo, e Zappia Francesca. «Col consenso autentico de’ genitori dello sposo, e sotto l’assistenza de’ genitori della sposa, i quali danno pure il loro espresso consenso» così Michele Oliva sindaco, accanto a lui il solo a saper scrivere è mastru Ddecu.


Nel 1845 assistiamo ad un’inversione, l’unica, della fuga, le nozze si tengono a Casignana, 12 di ottobre, dove il platiese Domenico Catanzariti stringe accanto a sé per l’eternità la signorina Santa Blefari. Domenico, pecorajo, ha ventisei anni, è figlio di Pasquale e di Francesca Strangio. La sposa all’anagrafe, come al fonte battesimale, è registrata Santa, Caterina, Raffaella.


Figlia di Paolo e di Elisabetta Mavrici. Il consenso al matrimonio lo danno i genitori dello sposo e la madre della sposa, il padre assiste silenzioso from the heaven. Primo dei testimoni, il già nominato, Francescantonio Scipioni, che a questo punto lo sospettiamo come sensale del matrimonio. La chiesa, quella di San Giovanni Battista, il sindaco, Giovanni Mezzatesta. La prole di Santa e Domenico sarà numerosa, quattro donne e sette maschi, estendendosi sino ai giorni nostri.

Il destino di Santa era in agguato quando il 25 gennaio 1883 perse crudelmente la vita a soli 58 anni assieme al figlio Andrea di ventisei anni e alla cognata Caterina di anni ventisette iter faciens per montes huius loci Platì ingente copia nivis suffocata clausit suum diem supremum … così nel Libro dei Morti Vol. V°. Sorvolando sul gioco di parole la tradizione vuole che Santa Blefari sia l’unica santa platiese dalla quale, per caduta, sbocceranno le successive Santa.

Siamo ora nella metà del XIX° secolo, esattamente 1855. Le unioni furono tre. Sindaco Giosofatto Furore.

 

Il 15 gennaio Giuseppe Micchia di Amato e Rosaria Alvaro sposa Vincenza Papalia di Rosario e Rosa Morabito. La condizione degli sposi come dei loro genitori era civile sebbene, alla nascita di Giuseppe, Amato era cerajuolo. Giuseppe ha trentaquattro anni Vincenza ventinove. Il matrimonio si celebra «con l’assistenza e consenso del padre e madre dello Sposo e madre della Sposa essendo premorti il padre ed avo paterno della Sposa».

Il 16 luglio è la volta di Don Davide Micò ai anni trentasei e Donna Maria Giuseppa Zappia di anni ventisette. Il padre di Davide, Bruno era sposato con la signora Albina Muscatello. Il padre di Maria Giuseppa, Don Domenico, era speziale, la madre era Donna Marianna Rianò: Maria Giuseppa era nata il 29 febbraio 1828. Davide era nato a Casignana il 17 novembre 1818. Il 20 ottobre Domenicantonio Micò sposa Maria Rosa Pangallo. Domenicantonio era un ferrajo nato a Casignana l’1 maggio 1831, figlio di Bruno e Anna Rosa Russo. Maria Rosa nata il 4 novembre 1824 era figlia di Diego e Francesca Zappia ed aveva come terzo nome Santa. Era sorella di Teresa di cui avete letto più sopra. Il matrimonio si concluse coll’assistenza e consenso delle madri rispettive de’ Sposi perché premorti i di loro Padri ed avi paterni. Nei Registri del Comune di Casignana Bruno, padre di Domenicantonio, è indicato come idiota, forse un alias, forse per distinguerlo dal precedente Bruno, padre di Don Davide.

Casignana e Platì erano due paesi compresi nel Distretto di Gerace, Provincia della Prima Calabria Ulteriore del Regno delle Due Sicilie, uscito fuori in seguito alla Restaurazione Europea dopo la disfatta del Bonaparte. Allora, il Regno delle Due Sicilie era alle dipendenze dello Stato Pontificio. Questa dipendenza la troviamo in tre formule contenute nell’
Atto di Solenne Promessa di Matrimonio
Davanti all’Ufficiale dello Stato Civile del Comune

[Gli Sposi] I quali alla presenza dei testimoni che saranno qui appresso indicati, e da essi prodotti, ci hanno richiesto di ricevere la loro solenne promessa di celebrare avanti alla Chiesa, secondo le forme prescritte dal Sacro Concilio di Trento, il matrimonio tra essi loro progettato

Ed il Capitolo sesto del titolo del Matrimonio delle leggi Civili intorno ai diritti ed obblighi rispettivi degli sposi abbiamo ricevuto da ciascuna delle parti, una dopo l’altra la dichiarazione, che elleno solennemente promettono di celebrare il Matrimonio innanzi alla Chiesa secondo le prescritte forme del Sacro Concilio di Trento …

Di questo atto, che è stato inscritto sopra i due registri abbiamo dato lettura alle parti, ed ai testimoni, avendone dato a futuri sposi due copie uniformi da noi sottoscritte per essere presentate al Parroco, cui la celebrazione del matrimonio si appartiene
…

(1)https://iloveplati.blogspot.com/2014/04/la-memoria-dellaltro-reg-alberto-degli.html

In apertura il Palazzo Moscatello di Casignana e il Palazzo Oliva di Platì.

 



 

mercoledì 14 ottobre 2026

UNA PROPOSTA PER DIRE SÌ [Anand Tucker, 2010]


Don Ernesto Gliozzi
Arciprete

Si onora presentar al valoroso Avv. Filippo Murdaca il proprio fratello a nome Luigi, domiciliato a Platì, caduto nei tentacoli del famigerato … le cui malefatte sono ben note a cotesto tribunale
Nella speranza di vittoria e coi migliori ossequi
Rev. Arcip. E. G:
Casignana 30 – 5 – 1939

Sempre nel mese di maggio, ma vent’anni dopo, ritroviamo il locrese Filippo Murdaca (1906 – 1999) non più avvocato bensì parlamentare, patrocinatore di un disegno di legge poco conosciuto: l’elevazione a Comune della frazione di Natile Vecchio, ancora prima dell’alluvione del 1951 a seguito della quale sboccerà Natile Nuovo. Da premettere che l’onorevole Murdaca partecipò all’Assemblea Costituente (25.06.1946 - 31.01.1948) nel gruppo democristiano.

 

PROPOSTA DI LEGGE
d'iniziativa del Deputato MURDACA

Annunziata il 18 maggio 1949

Costituzione del comune di Natile, in provincia di Reggio Calabria

ONOREVOLI COLLEGHI! È noto che il Ministero dell'interno, al fine di non interferire nella sfera di competenza che l'articolo 133 della Costituzione attribuisce alle Regioni ha ritenuto di astenersi dal promuovere gli atti, relativi alla costituzione di nuovi comuni. Tuttavia, il Governo non ha mancato di riconoscere che fino a quando gli organi regionali non saranno effettivamente costituiti, i poteri degli organi statali nella subbietta materia rimangono immutati, mentre nulla vieta che provvedimenti di cui trattasi vengano promossi ad iniziativa parlamentare.
Invero, vi sono casi in cui il riconoscimento della autonomia comunale non solo è giustificato da comprovati motivi di carattere amministrativo, topografico ed ambientale, ma è reso altresì urgente da incombenti gravi situazioni locali, fomentate da accese passioni di parte ed esasperate dalla tensione degli animi.
In tali casi, appare di evidente pregiudizio alla ordinata pacifica convivenza della popolazione attendere che gli organi regionali vengano costituiti (articolo 123 della Costituzione) e che le leggi della Repubblica abbiano regolato il passaggio delle funzioni statali alle Regioni (punto IX disposizioni transitorie) ciò che richiederebbe praticamente un lasso di tempo di due o tre anni, onde le legittime aspirazioni delle popolazioni anelanti di conseguire l'invocato provvedimento sarebbero mortificate proprio in un regime di riconquistata libertà.
In questo ordine di idee s’inquadra la proposta che ho l’onore di sottoporre all'esame della Camera per la costituzione in comune autonomo della frazione Natile del comune di Careri.
Trattasi di un villaggio rurale in provincia di Reggio Calabria, con una popolazione di circa 1.500 abitanti, cui vanno aggiunti i numerosi emigranti temporanei e definitivi, in continuo aumento demografico.
Il territorio della frazione si estende per circa 2242 ettari lungo la dorsale appenninica, che dal massiccio centrale dell'Aspromonte scende verso il Mar Jonio, il territorio è coperto nella zona montagnosa da boschi di alto fusto e da pascoli cespugliati; nella zona collinosa, intorno a cui sorge l’abitato, da uliveti e da vasti campi coltivati a grano; nella zona valliva, lungo il torrente Careri, che serra in un semicerchio l'abitato, da agrumeti ed ortaggi.
Il villaggio, che vanta antiche origini, godette già nel secolo scorso di piena autonomia politica ed amministrativa, come testimoniano i documenti storici che lo designano: «La Comune di Natile».
Dal 1811 al 1836, esso, fece parte del comune di Platì; dal 1836, insieme al villaggio di Careri, staccatosi, a sua volta, dal comune di Benestare fa parte del comune di Careri.
Al comune di Careri, Natile apportò l’ingente suo patrimonio immobiliare costituito da boschi seminativi e pascoli, i proventi di un considerevole patrimonio zootecnico, i cespiti dei prodotti di un suolo fertile e ferace.
Motivi topografici, etnici, economici ed ambientali, come ha riferito il Prefetto di Reggio Calabria, con ampia motivata relazione, giustificano pienamente l’invocata autonomia.
Per le pratiche quotidiane, amministrative, anagrafiche, annonarie, i frazionisti devono assoggettarsi a gravi sacrifici per raggiungere il capoluogo che dista oltre 14 Km. Attraverso aspri sentieri, che durante la stagione invernale divengono addirittura inaccessibili per la piena dilagante del torrente; il secolare abbandono in cui la frazione fu lasciata (non una strada, non un ponte, che convogli il torrente, non la luce elettrica, non alcuna opera igienica) dalle varie amministrazioni comunali succedutesi, le quali tutte indistintamente in ogni tempo e di agni colore politico, devolvettero, con originale improntitudine, ad esclusivo beneficio del capoluogo ingenti cespiti patrimoniali della frazione alla quale altro non seppero dare che angherie e soprusi; il soffocamento ininterrotto di ogni iniziativa destinata a generare opere di civile progresso, cui la popolazione anela; la posizione topografica dell'abitato, che si eleva a guisa di promontorio incuneato nelle falde della montagna e circondato da un torrente a regime torrentizio inguadabile durante l'inverno, onde l’abitato resta segregato dal consorzio civile; il cospicuo patrimonio immobiliare che garantisce una autosufficienza economica, senza, per converso, compromettere o pregiudicare le condizioni finanziarie del capoluogo; l'esistenza nel paese, di industrie artigiane destinate a sicuro sviluppo, specie quella di utilizzazione dei boschi cedui di cui la zona abbonda, l'esistenza di un corso completo di scuole elementari, di una chiesa parrocchiale, di una conciliatura (1), di una condotta medica ed ostetrica, di una sezione di stato civile per gli atti annuali, di una ricevitoria di 2ª classe postelegrafonica, danno senz'altro titolo alla frazione di conseguire l’invocata autonomia.
Peraltro, lo stesso Consiglio comunale di Careri, con deliberazione 24 aprile 1948, ha espresso parere favorevole alla erezione in comune autonomo della frazione, sollecitando dal Governo il relativo provvedimento. Parimenti si è espressa la Deputazione provinciale di Reggio Calabria, con deliberazione 19 settembre 1947.
Infine, con spirito di reciproco e bonario componimento, sono state concordate la separazione patrimoniale e la delimitazione dei confini della frazione e de capoluogo.
I partiti politici, le associazioni combattentistiche e sindacali, la popolazione tutta anelano al coronamento della secolare aspirazione della autonomia, la quale ha trovato altresì concorde comprensione anche nella popolazione del capoluogo.
In tale stato di cose, assecondare codesta assillante ininterrotta aspirazione, che si fonda su legittimi inoppugnabili presupposti e corrisponde all'anelito di civile progresso di una popolazione che vive una vita dura di sacrifici e di stenti, lontana da ogni centro, priva di ogni comodità, dimenticata da ogni provvidenza legislativa. e tuttavia attaccata disperatamente alla terra in una diuturna opera di lavoro, significa fare opera di giustizia.
Ed è con tale intento, onorevoli Colleghi, che io desidero affidare alla particolare vostra considerazione la presente proposta di legge.

PROPOSTA DI LEGGE

ART. 1.
La frazione Natile del comune di Careri è eretta in comune autonomo con la circoscrizione territoriale risultante dalla pianta planimetrica annessa alla presente legge.
Il Prefetto di Reggio Calabria, sentita la Giunta provinciale amministrativa, provvederà al regolamento dei rapporti patrimoniali e finanziari fra i comuni interessati.

ART. 2.
Gli organici dei comuni di Natile e di Careri saranno stabiliti dal Prefetto sentita la Giunta provinciale amministrativa.
Al personale già in servizio presso il comune di Careri che sarà inquadrato nei predetti organici, non potranno essere attribuiti posizione gerarchica e trattamento economico superiori a quello goduto all’atto dell’inquadramento medesimo.
Il numero complessivo dei posti ed i gradi relativi non potranno essere superiori a quelli attualmente assegnati al comune di Careri.

ART. 3.
La presente legge entra in vigore nel giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.

(1) Istituita con Regio Decreto il 25 agosto 1908 (n. del r.)

giovedì 8 ottobre 2026

Il brigante Musolino [Mario Camerini, 1950]

"...ognuno di noi ha il suo Musolino dentro. Guai a stuzzicarlo!" 

UN POEMETTO INCOMPIUTO

DI G. PASCOLI

 MUSOLINO

I

Nel monastero ove coi morti frati

dormono gravi salmodie sepolte,
curvo passò tra uno.squillar d'armati.
Intorno ai lombi le catene avvolte,
come serpi di ferro: era per quelle
tratto a mano: le mani erano molte.
Eran parete agli occhi del ribelle
umane terga. Era decreto umano
che ormai la notte fosse senza stelle
per lui, che azzurro fosse il cielo invano
per lui, che a lui di tutto ciò che luce
sol giungesse il baglior dell'uragano.
Quando tra tutti i neri omeri truce
vide levando gli occhi e non la fronte
ciò che vietato gli era ormai: la luce.
E vide i monti: non i suoi: te, monte
Nerone, te, gibbo del Catria. O torre
d'Asdrubale! o lontano Ermo di fonte
Avellana! o fragor d'acqua che scorre
buia, e che gemeva ai piedi d'un errante
piccolo e solo, mentre per forre
silenziose, sotto rupi infrante,
lungo gli abissi
saliva ai monti, a dare pace, o ... (*)

(*) Potrebbe leggersi anche «e diede pace o, …»  

La tragica avventura di Giuseppe Musolino che, tra la fine dell'860 e il principio del nuovo Secolo, suscitò tanta eco in tutto il paese e perfino discussioni in Parlamento ebbe inizio il 9 gennaio 1899, con la fuga del protagonista dal penitenziario di Gerace Marina, ove era rinchiuso per una severa condanna indittagli dalla Corte di Assise di Reggio Calabria.

Fino a quel giorno il nome del Musolino, al di fuori dei luoghi nativi, non aveva risonanza di alcun genere; né rilievo aveva avuto la stessa sentenza di Reggio, la quale sembra abbia perseguito un innocente o, che è forse più esatto, non propriamente che tirò il colpo, andato a vuoto, sullo Zoccoli, contro cui, coinvolgendo i familiari ed amici, s'appunta ora, con l'antico implacabile odio, la selvaggia brama di vendetta del fuggiasco.
Fu comunque quella sentenza - giusta o ingiusta che fosse - a fare del Musolino un innocente perseguitato, e della sua opera delittuosa una santa vendetta; cioè a conciliargli larghe simpatie, che lo incoraggiarono ed aiutarono, fin con pubbliche sottoscrizioni, invano represse, nella triste bisogna.
La polizia, le stesse autorità militari si trovarono in serio imbarazzo, e pressoché impotenti; ma il Giolitti ritornato - dopo eventi che avevano coperto cli fosche nubi e tinto anche di sangue il cielo d'Italia - al governo, come Ministro degli Interni nel Gabinetto Zanardelli formatosi nel febbraio del 1901, taglia corto: sostituisce prefetti e funzionari, dà loro ampie garanzie, li stimola, li sorveglia, li consiglia.
La Calabria, prima tanto ospitale, diventa a poco a poco sorda agli appelli del bandito, e, alla fine, addirittura impraticabile. Il Musolino si vede costretto ad abbandonare la terra nativa, nella speranza forse di potere emigrare; ma, sia pure casualmente, è catturato nei pressi di Acqualagna, nelle Marche, il 9 ottobre del 1901. (*) A questo punto l'avventura di Musolino - quella che creò il mito del bandito - si chiude, e si inizia quella di un povero uomo destinato a trascinare, con la casacca da ergastolano, il grave carico dei suoi delitti.
Giovanni Pascoli era allora a Messina, e seguiva, rattristato e pensoso, gli avvenimenti che si svolgevano tra i boschi e i picchi dell’Aspromonte forte e selvaggio, in vista della città gentile che l'ospitava. Ne discorreva a sera, il più delle volte visibilmente turbato, con gli amici, soliti ad intrattenersi, in via Cavour, nel retrobottega della libreria dell'allora giovane ed oggi canuto (ma sempre dritto) Vincenzo Muglia, l'affezionato e coraggioso editore dei suoi libri danteschi. Quelle sanguinose vicende - a quel che ricorda il Muglia - avevano fortemente scosso il Poeta, impressionato il suo spirito sensibile.
Musolino non era «Il Passator cortese» da associare miticamente al ricordo del suo dolce paese, la «Romagna solatia»: qui la situazione era diversa, e i colpi che echeggiavano sinistri, tra le rupi dell'Aspromonte, non avevano luce alcuna di generosità o di magnanima ribellione. Squarciavano invece, quegli spari, un paesaggio assai triste e cupo, un fosco paesaggio di miseria e di disperazione. riecheggiavano, quei colpi, una lunga dolorosa storia: la storia del lungo abbandono, dell'arretratezza del Mezzogiorno. Anche per il Pascoli, Musolino era una vittima, ma
vittima di una ingiustizia ben più grande della sentenza che l'aveva colpito; e vittima della stessa ingiustizia - delatori o falsi testimoni che fossero - erano quegli altri poveri diavoli spenti dai suoi colpi.
Queste ed altre cose pensava e diceva il Pascoli in quelle sere ormai lontane. Manara Valgimigli di ciò potrebbe dire assai meglio di me: Venuto a Messina sul finire del '98, proprio per invito del Pascoli, egli ebbe la ventura di stare in quegli anni, vicino al Maestro; e, di quegli anni, conserva sempre vivo il ricordo nel suo nobile, alacre spirito.
Un fatto però, con i ricordi del Muglia, è certo; ed è che, al di fuori della cerchia intima delle conversazioni serali, son giunti a noi due documenti assai significativi della partecipazione del Pascoli a quegli avvenimenti: un poemetto di cui resta, sia pure allo stato di abbozzo, un ampio frammento della prima parte; ed un discorso che per tanti indizi, al poemetto e a quegli avvenimenti, si ricollega, e che, delle preoccupazioni che avevano scosso l'animo del Poeta, dei pensieri che agitavano, e per parecchio tempo agitarono ancora (riflessi ben chiari si scorgono nella lettera al suo «Caro Vincenzo», che è del 31 dicembre 1902), la sua mente, è manifestazione assai indicativa e, direi solenne. (1)
Il poemetto non è stato mai pubblicato, e venne dal Poeta, con altre carte, lasciato al suo fedele editore messinese. L'ottimo Don Vincenzo custodisce come la cosa più cara, la sua cartella pascoliana, ed io gli sono grato di aver acconsentito a questa indiscrezione. Il discorso invece venne inserito nel volume Miei pensieri di varia umanità, pubblicato originariamente dallo stesso Muglia, nel 1903. S'intitola «L'Avvento», e venne pronunciato a Messina, per sollecitazione d'una schiera di «donne gentili», «fedeli della pietà» e con «il cuore all'infanzia abbandonata», nel dicembre del 1901, vale a dire dopo appena due mesi della cattura del bandito: e quando ancora l'animo del Pascoli era tutto preso da quegli avvenimenti, tragici e tristi insieme.
Il frammento è scritto senza pentimenti; solo negli ultimi versi il Pascoli è tornato sulla sua scrittura con correzioni che rendono poco intelligibili le ultime parole. Il Pascoli aveva dapprima scritto:
.... o fragor d'acqua che scorre
buia, e che gemeva ai piedi d'un errante
senza più cielo, ...
L'accenno dell'ultimo verso - quel salire del «ribelle» ai monti, a dar pace, s'intende, alla sua anima - è evidentemente un'allusione alla superstiziosa religiosità del bandito; sembra infatti che egli, avanti il tentativo di espatriare, volesse visitare (e se nel manoscritto si deve leggere «e diede pace», è segno che per il Pascoli la visita era stata compiuta) il Santuario del Catria, allora ricostruito e largamente noto.
Non è certo il caso di analizzare i versi ritrovati che, del resto, hanno i pregi e i difetti propri a tanta parte della produzione poetica pascoliana, e - ove si tolga l'eloquenza della intonazione e l'efficacia di non poche immagini - più i difetti che i pregi. Mette conto invece di sottolineare che essi, come si ricava dagli stessi riferimenti del contesto, vennero scritti dopo la cattura del «ribelle».
È probabile anzi - a tener conto d'un accenno contenuto in una lettera indirizzata al suo amico lucchese Alfredo Caselli, e scritta nella primavera del 1902 - che il Pascoli abbia steso il frammento nel periodo in cui si svolgeva a Lucca il processo del bandito, o dopo la condanna. In tal caso, nel discorso messinese è da vedersi la prima reazione pascoliana a quegli eventi e, nel poemetto, un più distaccato ritorno (s'è visto del resto che fino a tutto il 1902 quegli avvenimenti tennero occupato il suo spirito): un ritorno il cui senso può esser chiarito dal concetto adombrato nel passo della lettera di cui si diceva: «Povero Musolino! Sai che vorrei fare una poesia nella quale dire che ognuno di noi ha il suo Musolino dentro. Guai a stuzzicarlo!» (2).

STEFANO BOTTARI

 (1) La lettera sta a capo dell'edizione originaria del volume «Miei pensieri

di varia umanità», e non è riportata nella ristampa delle «Prose», curata dal Vicinelli e fondata sull'edizione zanichelliana del 1907. Pure, se trasformata dallo stesso Pascoli, quella lettera poteva essere riprodotta a documentare le vicende di quel libro. Essa ripiglia i temi del discorso su «L'Avvento» che conchiude il volume; e sono questi i due documenti più importanti dell'interesse che prese Pascoli per i problemi del Mezzogiorno e della Sicilia.
    Nel discorso in questione il nome del bandito non è mai fatto, ma è evidente - come può constatare chiunque lo legga - che molti passi di esso son nati dalla impressione viva che quegli avvenimenti avevano suscitato nel suo spirito.
(2) La lettera venne, con altre tratte dallo stesso carteggio, pubblicata da Pietro Pancrazi nel «Corriere della Sera» del 4-V-1947. Debbo la segnalazione alla cortesia del Pancrazi e alla premura della Redazione.

IL PONTE RIVISTA MENSILE DI POLITICA E LETTERATURA diretta da PIERO CALAMANDREI ANNO VI N. 4, APRILE 1950

 

Vincenzo Muglia (1874 – 1953) è stato libraio ed editore a Messina, città in cui ebbe un profondo legame artistico con Giovanni Pascoli, quando questi, tra il 1898 e il 1902, fu Professore presso la Facoltà di Lettere: “Caro Vincenzo, e io non ho trovato in Sicilia uno più siciliano di voi e più italiano di voi. E perciò vi amo. E siete fiero. E perciò vi ammiro. E lavorate in silenzio. E perciò vi venero. E vi arriderà il successo?...”

Manara Valgimigli: https://it.wikipedia.org/wiki/Manara_Valgimigli

Santuario del Catria: https://it.wikipedia.org/wiki/Monastero_di_Fonte_Avellana

Alfredo Caselli: https://www.treccani.it/enciclopedia/alfredo-caselli_(Dizionario-Biografico)/

Pietro Pancrazi: https://www.treccani.it/enciclopedia/pietro-pancrazi_(Dizionario-Biografico)/

Giuseppe Musolino: https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Musolino

(*) https://www.carabinieri.it/media---comunicazione/pubblicazioni/cronache-del-passato/i-racconti/parte-ii---1890---1964/la-cattura-del-bandito-musolino

In apertura l'ultima fotografia di Giuseppe Musolino (1876 -1956) nella clinica psichiatrica di Reggio Calabria, GAZZETTA DEL SUD 23 gennaio 1956

 

 

 

 

 



 

martedì 6 ottobre 2026

CON L'AIUTO DELLA LUNA [ Harry Beaumont, 1937]


Comitato di Assistenza Civile

                            Platì

 

Deliberazione N. 5°

Oggetto: Iscrizione del Comitato alla Croce Rossa

 

L’anno mille novecento sedici, il giorno 24 Marzo, nella solita sala, si è riunito il Comitato di Assistenza Civile, presieduto dal Rg Aricò e presenti i membri Zappia, Cioni, Spadaro e Gliozzi.
Si comincia con l’esaminare le domande di sussidi e il Comitato accorda a Fotia Rosa l trenta, a Caruso Anna l. quindici e a Violi Maria L. 30 (trenta) una volta tanto.
Il Dottor Filippo Zappia propone d’iscrivere alla Croce Rossa in Perpetuo il Comitato di Assistenza Civile e tale proposta viene molto bene accolta dai convenuti i quali autorizzano lo stesso, quale Cassiere, a spedire, il danaro occorrente
Dopo di che il Comitato chiude la seduta.
Platì 24 – 3 – 1916

                                                                                 Il Presidente

                                                                                          Aricò

 Il Segretario

     E Gliozzi

Cioni Attilio
Dott. Filippo Zappia
Nicola Spadaro 

Il Comitato di Assistenza Civile è anche qui:

La signora Fotia Rosa:

 

lunedì 28 settembre 2026

A Prayer for the Dying [Mike Hodges, 1987]

" Solo la brezza leggera sul fiume e la luna splendente tra le montagne, udite dall'orecchio e viste dagli occhi, sono inesauribili ". Su Shi 1037- 1101

 


sig Don Luigi

gliozzi
                   Platì

 Cirella   10   Giugno  1938

Egreggio Signor Doloige
Non stati con mala
fiducia che io intendo di pagare quello che vi devo dare si come io tengo il marito carcerato e considerati voi come io mi posso trovare siccome io fu stata amalata con la spustomenti di core nono potuto venire sicome moneta non mi trovava che aspettavo che mi cognato della merica mi spettavo che mi ascritto che avono pacensia ma siccome fostato allo spitale ancora non mi anno mandato nulla ma spero nta questo mesi di Giugno vanno credetemi che veno e faremo il contratto da presenza avetemi pretà senza che mi mandati in  basciati ogni giorno che io intendo di pagarvi non comi avoi vi sembra che io vi voglio pagare ma dovreti credere che la piaza di Cirella non sia come quella di Platì quando a prendo una lira e quando no si non credeti domandati a Signore Guardia che sia il Porgitore della lettira
mi resto salutando
e sono vostra amica
Reiatano Marcellina

 




 

domenica 13 settembre 2026

Achtung! Banditi! [Carlo Lizzani, 1951]

"Ora è il tempo delle fornaci, e si dovrebbe vedere solo la luce" José Martí

"La morte fa entrare il sole nella vita" Jorge Semprún

Mercoledì 26 agosto 2026, una serie di tre fotografie furono diffuse alla Nazione e al Mondo per dimostrare che Domenico Papalia è morto, ottantunenne, malato terminale, all’ospedale San Paolo di Milano dove era ricoverato. Dal 18 luglio era agli arresti domiciliari in seguito alla scarcerazione per motivi di salute.

I quarantanove anni precedenti li aveva trascorsi da ergastolano nelle fortezze italiche e da attore nei vari Tribunali che lo hanno giudicato e condannato imputandogli numerosi crimini.

Ora è morto. Le probabilità della sua sopravvivenza erano inversamente proporzionali al suo stato di “mafioso italiano… [con] oltre 17mila e 800 notti in cella”1. Il 6 settembre 2026, con la tumulazione, si direbbero concluse definitivamente la vita e le vicende di Domenico Papalia. Ma non sarà così!

 “Micu Papalia”, il soprannome [è] diventato un brand. 2

Il meccanismo mediatico già innescato nei 49 anni di detenzione, allora solo da giornali, radio e televisione, qualche libro e numerose relazioni della Commissione Antimafia, si è amplificato con l’avvento del web che ha reso possibili la visione di quel datato materiale con l’aggiunta di quello nuovo con la quotidianità sempre più serrata tramite le varie connessioni in rete che ha bisogno di alimentarsi e fagocitare il tutto e il di più.

All’alba dell’anno 1993 Domenico Papalia, spiazzando tutti, è su tutti i quotidiani, senza dimenticare i reportage per Rai 3 di Pino Nano: la notte di Capodanno il figlio Pasqualino “perde la vita, a diciannove anni, colpito alla testa da un proiettile vagante… [Domenico] dà il suo consenso per l’espianto degli organi”.3 Gli stessi quotidiani diffusero dapprima la notizia come una vendetta da parte di clan avversi. 4

Nei 49 anni di “carcere ha imparato a leggere e scrivere, da autodidatta, attraverso i giornali. Poi si è iscritto alle scuole e ha conseguito la licenza media. Nella Casa di reclusione di Opera, ha preso il diploma di litotipografo, ha seguito un corso di informatica e uno da cuoco. Nella Casa di reclusione di Bergamo, ha ottenuto il diploma di manutentore elettrico. Alla Casa di reclusione di Carinola ha completato il diploma di ragioneria e un corso di formazione in ceramica. Durante la sua permanenza nella Casa di reclusione di Nuoro ha partecipato ai corsi di lingua e letteratura, spagnola e italiana. A Rebibbia ha svolto attività di volontariato con l’associazione Carcere e Comunità, collaborando con Gervasia, una suora orsolina. Lavorava inoltre come volontario nel laboratorio di informatica della Caritas, e destinava il suo compenso alla stessa Caritas. Da 35 anni collabora con la Missione Don Bosco a sostegno dei bambini del Terzo Mondo, per la quale riceve ogni anno un Diploma di Benefattore”.5

Ora è morto. Il 6 settembre 2026 un’altra immagine si aggiungeva a quelle già citate: il manifesto funebre affisso sui muri di Platì con la “sospensione delle visite a casa ed ogni altro dovere” 6.

Dopo lo svincolo della salma da parte delle autorità, i funerali, avvenuti all’alba del 6 settembre, avrebbero dovuto suggellare la definitiva uscita di scena. 7

Ma non sarà cosi!

 “Se i funerali fossero stati autorizzati, secondo alcuni calcoli degli inquirenti, sarebbero arrivate almeno 10.000 persone da tutto il mondo” 8

E ancora: «La sua influenza criminale non è finita» 9

E ancora … c'è anche un falso cimitero di Platì 10

1 IL GIORNO 27 agosto 2026

2 https://calabria7.news/giudiziaria/ndrangheta-manifesti-funebri-shock-dei-papalia-a-plati-visite-a-don-micu-bloccate-a-causa-dello-stato

3 IL GIORNO 17 luglio 2026

4 GAZZETTA DEL SUD, 2 gennaio 1993

5 https://ristretti.org/domenico-papalia-in-galera-da-mezzo-secolo

6  https://calabria7.news/giudiziaria/ndrangheta-manifesti-funebri-shock-dei-papalia-a-plati-visite-a-don-micu-bloccate-a-causa-dello-stato

7  https://www.lacnews24.it/cronaca/domenico-papalia-lultimo-viaggio-a-plati-120-persone-al-cimitero-per-la-tumulazione-del-boss-

8  https://calabria7.news/giudiziaria/ndrangheta-manifesti-funebri-shock-dei-papalia-a-plati-visite-a-don-micu-bloccate-a-causa-dello-stato

9 https://www.avvenire.it/attualita/morto-in-ospedale-il-boss-domenico-papalia-era-in-carcere-da-49-anni_112361 

10 https://www.zoom24.it/news/449650265606/ndrangheta-funerali-privati-all-alba-per-il-boss-calabrese

Ora, è morto?


Questa pubblicazione è stata influenzata da Davanti al dolore degli altri, 2003 di Susan Sontag e rimodellata su una di John Berger, primavera 1968, sulla morte del CHE, già citata dalla stessa Susan Sontag. E dai film di Alain Resnais!



mercoledì 9 settembre 2026

Cristo si è fermato a Eboli - Masters of Landscapes

...opere fotografiche che esploravano una geografia meridionale dei luoghi e degli spazi di feste e rituali religiosi, un sincretismo di cerimonie cristiane e pagane.

THE INVENTION OF SOUTHERNNESS
PHOTOGRAPHIC TRAVELS AND THE DISCOVERY 
OF THE OTHER HALF OF ITALY 5/5

Antonella Russo & Diego Mormorio

Enzo Sellerio, the first contemporary Sicilian photographer to gain an international reputation, explored a Sicilian landscape devoid of romantic rhetoric. Sellerio began photographing in the early fifties, producing images in which he tried to overcome the stereotyped picture of the South, and the conventional desolate representations of southern daily life. His excursions into the poorest areas of downtown Palermo reveal a certain Sicilian esprit, a peculiar instinct or will to go through everyday life armed with irony, a self-imposed distance. His most famous photographs, taken from the early fifties to the mid-seventies, were later published in 1977 in his Inventario Siciliano (Sicilian inventory). Commenting on Sellerio’s photographs, Leonardo Sciascia states: “The specific human reality that was spotted, pursued, and finally surprised by Sellerio, as in a strenuous and laborious hunt, presents an alert and stubborn resistance, made of superstition and shame, a resistance to yielding to a photographic eye and above all to being caught while signifying. . . . These photographs are thus in a way ‘forms’ of a life almost un-graspable and refractory in itself. They narrate and signify Sicily with truth and fantasy (as there is no truth without fantasy) and they belong to the best literary and figurative tradition of the island.”

Ferdinando Scianna caught the attention of the photography world in Europe in 1965 with his book Feste religiose in Sicilia. It included some hundred images, which the photographer took during a sort of pilgrimage, following itineraries for some years of religious processions in Sicily. Although these pictures are still often read as anthropological documentation of the studies by De Martino, they are, rather, an archaeological study of the habits and postures of Sicilians; they constitute an investigation into Sicilianness, what Scianna himself defines as “a sort of autobiography through representations of people and things that I love and hate the most.” Scianna’s Feste religiose is a tragic look into a Sicilian mode of existence that is carried out and perpetuated through a complex collection of everyday gestures, continuous rituals: a veritable enactment of a Pirandellian play of simulation and dissimulation.

At the beginning of the seventies, following in the wake of a renewed political commitment fueled by the students’ movement, the South was viewed and pictured as a locus of research and investigation into the folkloric, which seemed to revive memories of anthropological missions of the early fifties. By the mid-seventies, Marialba Russo was producing photographic works that explored a southern geography of the sites and spaces of religious festivals and rituals, a syncretism of Christian and pagan ceremonies. Some of her most successful photographs—such as those of men entangled in thorns, documents of mass self-flagellation, pictures of black-cloaked, thorn-crowned women—reflect on popular religious festivals as announcements of sexual repression. One of the most striking photographs taken during this period portrays a ritualistic enactment—by men—of the throes of labor, testifying to an ancient awe and fear of matriarchy.*

To Mimmo Jodice, the South is a project to revisit cityscapes and landscapes long subjected to the colonizing gaze of the tourist industry, and to map out a geography of sites/sights that pertain to a Mediterranean culture. Jodice reexplores the tradition of Neapolitan vedutismo (view painting), according to which the city of Naples, as a metonym for South from the Quattrocento onward, was represented as an open and transparent site, displayed for view, readily accessible and identifiable. While Jodice’s images openly challenge those conventional representations and genre pictures produced for Grand Tour travelers, they also disorient the viewer, presenting him/her with peopleless and labyrinthine and devoid of people. To Jodice, the South belongs to the vision of Mediterranean civilization—a place at the threshold of history and mythology, that space between form and hallucination. In his migrations throughout his Mediterranean, Jodice frames seascapes and coasts, bays and piers, archaeological sites set against wide open skies, endlessly tracing and retracing outlines and borders, working on an ever provisional travel map.

Text is here: https://archive.aperture.org/article/1993/3/3/the-invention-of-southernness

*Opening image: https://www.lombardiabeniculturali.it/fotografie/schede/IMM-3g010-0026927/

https://it.wikipedia.org/wiki/Enzo_Sellerio

https://it.wikipedia.org/wiki/Ferdinando_Scianna

https://it.wikipedia.org/wiki/Mimmo_Jodice

https://www.postcart.com/catalogo/autore/119/marialba-russo 

Il testo è facilmente traducibile on line.

martedì 8 settembre 2026

Cristo si è fermato a Eboli - Responsive Glances


THE INVENTION OF SOUTHERNNESS
PHOTOGRAPHIC TRAVELS AND THE DISCOVERY OF THE OTHER
HALF OF ITALY 4/5

Antonella Russo & Diego Mormorio


Among the early “literary missions” to recover an image of the other half of Italy stands Conversazione in Sicilia, a novel by Elio Vittorini. Written in 1938 and published for the first time in 1941, the book was republished at the end of 1953 in a new edition, with photographs by Luigi Crocenzi and a selection of images dated 1938 by Giacomo Pozzi-Bellini. It was one of the first novels published in Italy to be accompanied by photographs depicting the interior of Sicily and proposing a tougher Sicilian existence, as well as by details of artworks that are part of the everyday Sicilian landscape. Vittorini himself directed the photographers and placed the images alongside the text. Each photograph in the book “reflected and reverberated upon the others, modifying both its own meaning and those of the accompanying images.”

A similar exploration into the texture of southern culture and territory was that of Fosco Maraini. This prominent Italian intellectual began his trip down South in 1951. He began his own photographic campaign to gather material for a book ostensibly to be published in 1951, entitled Nostro Sud (Our South), but which was not published until 1980, under the title Civiltà contadina (Peasant civilization). Maraini photographed for three years, in a comprehensive way, not only the familiar southern sights and landscapes but also interiors, faces, and images that represented rituals of daily life, those pictures that he understood as “occasions for quotidianità” (everydayness), invented by southern Italians.

By the late fifties Mario Giacomelli had toured Scanno in Abruzzo. His photographs of the little village, with its inhabitants cloaked in their black costumes, traveled all over the world. These images documented Giacomelli’s fascination with southern archaic conditions and their fabulistic atmosphere. Notwithstanding the harsh comments of Italian critics, which singled out the “Scanno” series as sheer “formalist” and “calligraphic” exercise embedded in a “trite southern rhetoric,” Giacomelli continued his travels, and in the same period produced a series of photographs on the Puglia region. Like “Scanno,” these later photographs were of no ethnological use, but rather captured crowds of houses, endlessly repeating their poor materials and basic shapes, as though squeezing themselves into the image, stretching the very edges of the frame. Giacomelli records a choreography of responsive glances of street children, and wary faces of young mothers, who are both intrigued and concerned with the photographer’s attention.

lunedì 7 settembre 2026

Cristo si è fermato a Eboli - Ernesto De Martino and The Progressive Folklore

A people without history
Is not redeemed from time, for history is a pattern
Of timeless moments
. T. S. Eliot, 1942


THE INVENTION OF SOUTHERNNESS
PHOTOGRAPHIC TRAVELS AND THE DISCOVERY 
OF THE OTHER HALF OF ITALY 3/5

Antonella Russo & Diego Mormorio

In 1948 Marxist ethnologist Ernesto De Martino set out through Levi’s Lucania on a mission to investigate the peasants’ religious/ magic practices and rituals, in an attempt to document the complexity of their beliefs, and thus to contribute to a historicization of these cultures and customs. All of De Martino’s missions were documented with photographs, the earliest of which were provided by Franco Pinna and Ando Gilardi. Moreover, some of these anthropological studies were, in fact, specifically initiated by photographs documenting archaic rituals.

Photography was a tool for De Martino in the fight against what he calls a “crisis of presence” for southern Italian peasants—the seeming inaccessibility of participation in contemporary society— a tool with which to catch them as they were struggling against history, to help them to record their own cultural memory and enter history “breaking the borders of Eboli.” For De Martino, the importance of a vernacular folklore laid in the possibility it provided to turn those people into protagonists of their own world, allowing them to write their own autobiography, to become conscious of the culture they engendered. What De Martino calls “progressive folklore” is a cultural entity that neither idealizes the peasant world nor fosters the growth of irrationalist mythology. Instead, it documents a culture and a system of beliefs that upset a bourgeois tendency to erase what is thought of as an “inferior social condition, one which allowed the anachronistic perpetuation of relics of archaic cultures.”

In the fifties, such attention to popular cultures was part of the program that was to unify the country; Gramsci and the Italian Communist party had proposed a “cultura nazionale” that was to eradicate the distinction between alta (high) culture and popular, bassa (low) culture. Ethnologists and photographers turned to the South for documentation of older cultures, primitive magic rituals, and a whole cultural system, for future foundations of the new “national-popular culture” that would help unite two struggling peoples: the southern peasants and the industrial working class in Northern Italy.

Despite the romantic haze surrounding this political project for peasants’ emancipation from historical obscurity, the publication of De Martino’s studies spurred a number of young photographers to look south and explore inland territories down at the bottom of the Italian peninsula, in a series of explorations into folkloric costumes and religious ceremony, along with the daily life of rituals with no mythology.


Opening image is here:


Il testo è facilmente traducibile on line.