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lunedì 25 maggio 2026

L'antica fiamma [Giuseppe Sterni, 1917]





«SOPRA UN TERRAZZO IN PROFONDA E SUGGESTIVA SOLITUDINE»

L'ABBAZIA DI S. MARIA DEI TRIDETTI
e il Monastero di Sant'Ippolito a Palizzi
La basilica, i cui ruderi affiorano alle falde del Monte 
Campolico, avrebbe preso il nome da un tempio pagano

 

Palizzi, 14 maggio
Palizzi è un modesto borgo abitato, posto in una valle, sulla sinistra del torrente omonimo, ad oriente delle montagne di Grappidà, che si scorgono nella bruma, dall'altura di Bova e dalle zone più belle, quando sorge il sole; ed indorate negli avvampanti vespri di questo magnifico cielo, quando tramonta. Lungo la rotabile, che ascende da Palizzi Marina, ad occidente di Capo Erculeo (Capo Spartivento), dista Km. 10 dal mare.
Dovette essere un borgo fiorente, nell'XI secolo, non tanto per la lussuosità delle sue abitazioni, che, in tutti i tempi, dovettero essere ben misere, quanto per la sua vita monastica, se, a suo pregio, ascrive due monasteri ed una grancia*. Sembra essere stata una minuscola Tebaide, che abbia avuta la sua importanza, forse anche prima che fosse sorta la Abbazia di Santa Maria de Tridetti o del Tridente o del Tridactulon (cfr. Pentedattilo), con la basilica adiacente. Questa basilica, i cui ruderi affiorano alle falde del Monte Campòlico, nei pressi di Staiti, avrebbe preso il nome, secondo alcuni, da tempio pagano, lì posto, dedicato al Dio del mare o Nettuno o Posidone. Ciò si è affermato, ma non si ha la prova; ed è poco serio che, li, in quel posto, tra montagne scoscese e lungi dal mare, vi sia già stato un tempio di quel nome, quando poteva stare benissimo in faccia allo Jonio, solcato da vele e da navi. Starebbe a favore dell'ipotesi, non la problematica moneta, scoperta sul posto e recante la figura di Nettuno, armato del tridente, con la leggenda ridicola del «po-se-geno » (come ti-salvo), che il Natoli corresse in «po-se-done » (Posidone) (ved. P. Natoli - Riv. Stor. calab. 1900), ma il fatto che l'Orsi ha notato, nei suoi rilievi, fatti sul posto, la presenza di «capitelli ionici capovolti», innestati su colonne in cotto, affiancati all'abside centrale, senza dubbio antichissimi. Ma lo Orsi* ammette che essi, per la loro piccolezza, siano potuti giungere da lontano.
E' verosimile, invece, che il nome abbia avuta altra origine; e non è improbabile ch'esso sia stato dato dal modo come la iconologia dei santi, del periodo bizantino - normanno, raffigura l'atteggiamento delle dita benedicenti. Di esempi del genere, in cui si raffigurano santi che benedicono con i primi tre diti distesi, si ha un numero considerevole; e questo tipo iconologico ricorre anche nella raffigurazione del S. Giovanni di Stilo ed in quella di un santo anonimo della grancia di Amendolea. Non è difficile, quindi, che il Bambino della Vergine abbia ripetuto questo tipo, se pure non è dato a noi conoscere i particolari dell'affresco, di cui l'Orsi ci dà soltanto un fuggevole accenno. Tridactulon, dunque, e non Tridente e Tridetti, che è una storpiatura linguistica.
L'Abbazia si adagia «sopra una breve terrazza, in una profonda e suggestiva solitudine», tra il verde delle piante e «un pò discosta dalla Fiumarella, che scende ricca di acque fresche e sonanti dalla montagna» e che va a finire sul Bruzzano. Questa Abazia, di cui, come si è detto, rimangono soltanto le rovine della basilica, era, anticamente, un raro gioiello di architettura bizantino- normanna, coeva ed affine al S. Giovanni Vecchio di Stilo. Per i caratteri architettonici, artistici, decorativi, non è il caso che noi, qui, ci si attardi, potendosi essi rilevare dalla minutissima descrizione dell'Orsi, fatta in «Le Chiese Basiliane della Calabria». Ci preme soltanto dire che la sua fondazione non pare risalga oltre il secolo XI, tra il finire della dominazione bizantina e i primi anni della dominazione normanna.
Quale che sia stata la sua importanza, dal punto di vista culturale, non è facile dirlo; e ciò fino a quando non saranno aperti al pubblico gli archivi privati, ove è andata a finire la documentazione, e fino a quando non saranno compulsati le antiche carte e gli antichi manoscritti, giacenti negli scaffali dei vescovati e, in parte, nelle diverse biblioteche della Calabria e della Sicilia.
Molto probabilmente, altro materiale è depositato nelle biblioteche di Bari; e ciò per le relazioni intercorse, tra i monasteri basiliani della Calabria bizantina e le Puglie, nel periodo pre normanno e posteriormente.
L'Abbazia, comunque, fu una importante comunità monastica, sia per il numero dei monaci, che non par vero siano stati in numero trascurabile, sia per le concessioni, di cui fu dotata, sia per l'attività religiosa, culturale, morale, che dovette svolgere, in quella ricca contrada. Lo dimostra il fatto che i suoi abati potettero ottenere qualche serio appoggio dalla munifica dinastia normanna, per riattivare la basilica, già danneggiata, ed agevolare il compito di quei monaci, nel costruire asceteri e grancie, come, difatti, avvenne della grancia della SS. Annunziata di Africo, che si sa costruita da un igumeno di quel convento.
Importava, d'altro lato, ai normanni che quei monaci facessero opera di persuasione, fra i greci li quella plaga, attaccati come erano al ricordo
dei loro precedenti governi e alle loro libere istituzioni, cosi che fosse data loro la possibilità di affermarsi, senza troppe scosse ed inutili violenze, che si sarebbero ritorte a loro danno. In un momento per essi delicato. Bisogna credere, poi, che i normanni abbiano tenuto in conto il grecismo della Calabria, che soltanto dai monaci poteva essere ravvivato; e non è senza una ragione che i loro documenti siano stati scritti per la maggior parte in quella lingua. Per quanto tempo sia stata svolta questa attività, ce lo dice il Breve di Papa Onorio III, del 1221, diretto al Vescovo di Crotone e all'Abate di Grotta Ferrata, delegati a correggere i costumi dei monasteri della Calabria meridionale, che si erano allontanati dalla regola di S. Basilio; tra i quali, quello di S. Maria dei Tridetti, presso Bova. A rigore, si può affermare che l'Abbazia nel XIII secolo, era al suo incipiente tramonto, anche se le cure del Santo Padre abbiano mirato a ricondurla al suo primitivo splendore.
Che l'esito di Onorio III sia stato sfortunato, ce lo dice la bolla di Alesandro IV, del 1265, diretta ai vescovi di Strongoli e di Bisignano, nella quale vi si consigliava l'aggregazione di tutti i monasteri dell'Ordine basiliano e quello dei Benedettini e dei Cisterciensi. Secondo il Rodotà (Origine e progresso del rito greco, vol. 113, nel 1373, veniva ripristinata la regola di S. Basilio; ed è probabile che il provvedimento abbia avuto qualche buon effetto, se proprio in quest’epoca usci il vescovo Barnaba, dalla Chiesa di Oppido, che fu monaco di quel convento. (Arch. Vat. reg. 127). Candido Zerbi* lo dice abate di S. Marta di Trivento, forse storpiatura del nome e in luogo di Tridente.
Dopo questa data, e precisamente nel 1436, l'Abbazia fu data in commenda all'Abate Benedetto Leone, del monastero del SS. Salvatore dì Messina, che ebbe anche possessioni sulla Grancia di S. Maria di Alica o Alithia. (S. Maria della Verità), in quel di Pietrapennata, dell’Archimandritato di S. Ippolito, di Palizzi.
Il 9 maggio del 1551, il delegato apostolico, Padre D. Marcello Terracina, Archimandrita del monastero di S. Pietro di Arena, visitò, per ordine del Papa, Giulio III, insieme con il suo vicario D. Paolo di Cosenza, l'Abbazia di S. Maria de Tridetti, «iusta Moctam Boccalinam» (presso Motta Bovalino), che trovò abitata soltanto da un giovane secolare (ved. Raschellà - Saggio stor. sul monach. ital.- greco; Spagnolio; Orsi ecc.), la cui chiesa era e quasi «spelunca latronum et animalium». Troppo chiara e manifesta appare, ormai, e grave, la corruzione di quei monaci mondani; del sec. XVI. Con il principio del secolo XVII, l'Abbazia può considerarsi finita; e niente ci può far credere che, in questo periodo, sia rimasta in piedi.
Un pò prima o coeva alla fondazione di S. Maria dei Tridetti, esisteva in Palizzi un'altra Abbazia basiliana, quella di S. Ippolito, di cui faremo, in seguito, una particolare trattazione. Terminiamo con le parole dell'Orsi: «S. Maria de Tridetti è una nuova conquista dell'arte bizantino  normanna della Calabria, così debolmente conosciuta; è un altro elemento da aggiungere alla storia monumentale di questa regione, che se non fu grande, ebbe tuttavia i suoi fasti ».
FRANCESCO NUCERA
GAZZETTA DEL SUD, 15 MAGGIO 1957

*Il termine grangia (o grancia) indicava originariamente una struttura edilizia utilizzata per la conservazione del grano e delle sementi.

Pietro Paolo Giorgio Orsi (1859 – 1935), archeologo italiano si dedicò prevalentemente all'esplorazione della Sicilia e  della Calabria.

Candido Zerbi (Oppido Mamertina18 novembre 1827 – 3 dicembre 1889) è stato un politico italiano, senatore del Regno d'Italia.

Francesco Nucera è apparso dapprima qui:

https://iloveplati.blogspot.com/2026/02/la-fortezza-nascosta-akira kurosawa1958.html

Le foto originali sono qui:

https://catalogo.beniculturali.it/detail/ArchitecturalOrLandscapeHeritage/1800012070

 














 

giovedì 21 maggio 2026

All'ultimo voto [David Gordon Green, 2015]





Aperta la campagna

elettorale a Platì

Platì, 4 maggio

(M.F.)  - Ha aperto la campagna elettorale per lo scudo crociato il dottor Cangemi che ha pronunciato un bellissimo discorso.
La piazza Marconi era gremita fino all’inverosimile. E l’uditorio è stato evidentemente soddisfatto della circostanza che l’oratore non è stato prolisso e non si è servito di vaniloqui demagogici, per il suo successo, ma di dati di fatto. 


Cirella di Platì

non voterà

Platì, 4 maggio

(M.F.)  - Cirella di Platì che per le prossime elezioni amministrative doveva votare a liste separate, per la elezione di sei consiglieri da aggiungere ai quattordici del capoluogo ha manifestato l’intenzione di non votare, e non ha pertanto presentato nessuna lista. I motivi della decisione, come abbiamo pubblicato, pare siano da ricercarsi nella mancata costruzione di una rotabile che doveva congiungere Cirella al capoluogo, e nella stessa separazione … politica della frazione dal nostro centro.
Per la cronaca, la frazione di Cirella, anche durante le elezioni politiche del 1948 si astenne dal voto
(M.F.)  Michele [Michelangelo] Fera
GAZZETTA DEL SUD, 5 maggio 1956


 

martedì 19 maggio 2026

Ti va di pagare? [Pierre Salvadori, 2006]



     Dichiaro io qui sottoscritto aver ricevuto dalla Signora Marianna Franco Cordopatri la somma di lire sessantotto e centesimi trentatre e ciò per la fondiaria da me pagata all’esattore di Oppido e gravitante pei fondi pertinenti all’arcipretura di Natile, quale fondiaria giusta convenzione doveva essere pagata fino ad agosto del 1884 dai fittuarii Sig.ri Sidaro fratelli Antonio e Nunziato e da tale epoca in avanti dalla predetta Sig.ra Franco Coropatri, qual cessionaria dei diritti, azioni e ragioni dei precedenti fittuari Sig.ri Sidaro.
E poiché con questo pagamento la prelodata Sig.ra Franco Cordopatri viene a pagare quanto per fondiaria dovevano i precedenti fittuari, così rimane salvo a costei il diritto di ripetere dagli stessi quella parte di fondiaria pagata per loro conto.
      A cautela
  Palmi li 20 Maggio 1885
    Arcipr. Filippo Gliozzi
 
D.  P. Il detto fito ceduto alla prelodata Sig.ra dai detti Sidaro va a terminare con agosto prossimo venturo mille ottocentottantacinque
                   Arcipr. Filippo Gliozzi.
 

Donna Marianna Franco, genovese di nascita, divenne Cordopatri quando nel 1842 convolò a nozze con il rampollo Domenicoantonio (1816 – 1869) di Pedavoli oggi Delianuova. Con il coniuge visse stabilmente in Palmi e da essi nacquero nove figli

 L’Arciprete Filippo Gliozzi (1823 -1888) è anche qui:

https://iloveplati.blogspot.com/2025/11/giustizia-tutti-i-costi-john-flynn-1991.html

https://iloveplati.blogspot.com/2022/05/nuove-terre-di-joris-ivens-1944.html

https://iloveplati.blogspot.com/2021/03/toto-cerca-casa-di-monicelli-e-steno.html

https://iloveplati.blogspot.com/2019/02/la-terra-e-tua-laffitto-e-mio-di-alan.html

https://iloveplati.blogspot.com/2019/02/alla-luce-del-sole-di-roberto-faenza.html

https://iloveplati.blogspot.com/2019/01/i-fratelli-senza-paura-di-richard.html

e in molti altri ancora su questo blog.

domenica 17 maggio 2026

C'era una volta un commissario... [Georges Lautner, 1971]

 


9 Luglio 1936 – XIV

Oggetto: Comunicazione di nomina

Ill. /mo Sig. Gliozzi Luigi fu Francesco

                              Platì

 

   Comunicasi che giusta delibera N° 6 del 20/2/1936 approvata dalla R. Prefettura di Reggio Calabria il 1 Luglio corrente anno al N° 20090 Div. 2^ la S. V. è stata nominata quale componente della commissione di prima istanza per le imposte e tasse locali per il biennio 1936 – 1937.

                                                                                                                     

                                                                                                          Il Podestà

                                                                                                            F Perone


venerdì 8 maggio 2026

L'Opera al Nero [André Delvaux, 1988]


 "Ipse Ignoro. I catasti onciari della Motta Platì 1742–1754" è un'opera storica curata da Luigi Mittiga e pubblicata da Di Nicolò Edizioni (2026), che trascrive integralmente i documenti fiscali dell'Archivio di Stato di Napoli relativi a Platì. Il lavoro, suddiviso in due volumi, approfondisce l'analisi dei beni e la struttura sociale del territorio calabrese.

Dettagli dell'Opera

  • Contenuto: Analisi dettagliata dei Catasti Onciari (1742-1754), che includono dati anagrafici, beni mobili/immobili e industrie.
  • Curatore: Luigi Mittiga.
  • Editore: Di Nicolò Edizioni.
  • Volumi: Disponibili due volumi, con il secondo uscito a Marzo 2026, spesso in offerta combinata.
  • Acquisto: Acquistabile sul sito dell'editore Di Nicolò Edizioni, su IBS e Librerie.coop. A Platì presso la tabaccheria Gelsomino Barbaro, a Bovalino presso Mondadori Point e l'edicola/tabaccheria Cataldo in via XXIV maggio. A Siderno presso Mondadori Bookstore.

I volumi sono definiti un'opera monumentale per la comprensione storica del territorio di Platì e delle sue risorse, come evidenziato dalle presentazioni di Arduino Maiuri e Peppe Terranova.

Anonimo Imperscrutabile, 8 maggio 2026

 


 

mercoledì 6 maggio 2026

UNICO TESTIMONE [Harold Becker, 2001]

"I libri addensano l’anima e qualche volta cambiano la vita". 

Il testimone necessario

Archivi e biblioteche sono luoghi sacrali, che aiutano a far crescere le persone e a migliorarle quando la complessità della vita si accorda con la vocazione.  I libri addensano l’anima e qualche volta cambiano la vita. Diventano uno spazio di agio ramificato all’interno, dove provare a vivere meglio, combinando vissuti e desideri, richiamando quello che non conosciamo abbastanza per poterne parlare, presenze di oggetti antichi che si sovrappongono al presente e che riflettono l’opaco di questi tempi senza domande. Intorno  malleabili adattati e accomodati al disagio camminano nel mezzo del vivere da cui a volte si riesce a non venire sopraffatti, di cui non sempre si rintraccia un senso, soprattutto se si guarda da orizzonti ampi e solitari, unico luogo dove si può provare a sublimare la depressività, dove dimenticare la norma dei rapporti sociali e dove si può provare a sentirsi, se possibile dimenticarsi.

Fluttuazioni dell’onnipotenza e del rifiuto, del possibile e del negare avvertendo che, seppur pericoloso scrivere è necessario, e con il lavoro solitario percepire che i fantasmi non sono più estranei. Ho sempre avuto l’impressione che Luigi lavori sull’orlo di una mancanza; da solo, proiettato verso un indefinito che si intreccia con un’origine, consapevole della possibilità di non trovarla, ma che senza questa inquietudine non si può che svuotarsi. Cosi continua sfiorando l’incolmabile sull’abrasiva questione del significato. Il resto è conseguenza mettendo in conto che desiderare include la consapevolezza di non trovare, la certezza di non concludere.

I suoi libri rispondono a questo, sono traccia e segno del suo personale tentativo di essere, e nel colmare che la vita vera esige che possa scrivere tutti quelli che gli sono necessari.

Peppe Terranova, agosto 2025

Il testo originale si trova in 
IPSE IGNORO I CATASTI ONCIARI DELLA MOTTA PLATI' VOL. 2 °, di nicolò ed. 2026
 

The Loneliness of the Long Distance Runner - Non sei più solo

statistiche I LOVE PLATI' 26 maggio 2026




 

giovedì 12 febbraio 2026

La fortezza nascosta [Akira Kurosawa,1958]



ITINERARI CALABRESI

Bruzzano Zeffirio
o Bruzzanum Vetus
8i affaccia da un poggio poco elevato tra il verde delle piante
Nell’anno 925 subì l'urto degli arabi, che lo rasero al suolo

  Bruzzano, 25 genn.

  Questa Bruzzano, che, dopo Brancaleone, si affaccia da un poggio poco elevato, fra Il verde delle piante, fu una delle prime borgate che. nell'anno 925, subì l’urto degli Arabi e fu rasa al suolo. Fu un borgo dl un certo rilievo, in quell'epoca, per essere stato preso dl mira da! ciambellano Gafar-Ibn-Ubayd*. 
  L’episodio viene ricordato dalla «Cronica di Cambridge» pubblicata dal Caruso, prima, e dall’Amari, poi, in «Biblioteca arabo-sicula». Esso si trova, secondo il geografo Edrisi*, a 6 miglia dalla fiumara La Verde, presso Bianconuovo, fiume perenne, in quei tempi, e a tre miglia da Capo Zeffirio e Capo Bruzzano.
  Le misure date dal geografo arabo, che scrisse nel XII secolo, sono esatte, e fanno cadere la borgata, proprio nell’attuale Bruzzano, che la «Cronica» indica con il nome di «r. sah». Diremo in seguito quale importanza si debba dare alla regione bagnata dalla «La Verde». non soltanto per motivi storici ma anche per motivi archeologici.
  La. moderna Bruzzano sorge, come si è detto. su un rialzo di terra che emerge dal torrente omonimo, a circa 5 Km. dal mare. E‘ una modesta umile cittadina, dalle larghe strade lastricate e dalle casette nane, piccole, disadorne, un po' sdrucite dal tempo. Pare abbia tentato, chi sa quando, di vestirsi a nuovo, come fa la contadinotta, che scende al piano della sua montagna. Ma, nel cammino, perde i nastri e le frange! Così perdette, man mano, il suo splendore la vecchia Bruzzano, se pur lo ebbe, e pare che più nulla rimanga di quell’antico mondo, che investì di luce questa plaga. Di là, sulla destra, guardando il mare, che appena si scorge attraverso il valico della valle, sta su di una roccia, l’antico castello ducale, e il vecchio diruto paese. costruito accanto, tutto squassato e sconvolto nelle mura. Vi si giunge, pertanto, dal centro di Bruzzano nuova, per una strada carrozzabile maltenuta, che va a finire a fondo cieco a Motticella, frazioncina di poca importanza, posta accanto al torrente. Da questa strada si diparte, in salita, una mulattiera, che porta a Bruzzanum Vetus.
  Abbiamo voluto vedere, da vicino, questa diroccata scheletrica cittadella, che apparve nei nostri sogni come l’ultimo baluardo bruzio di nostra gente; l’ultima propaggine di questa rude progenie. di cui tanto si favoleggiò nei secoli: invitta custode d’indomabile fierezza. Ma, fisso il pensiero nel buio dei secoli, non un raggio o scintilla che si colga da quell’ammasso di pietre in rovina. Una fungaia di ruderi. Per nulla maestosi, un cumulo dl rottami, un coacervo di case sfondate, muri spioventi, squassati, desolati, e. in fondo, un arco di trionfo eretto dalla riconoscenza di un popolo, asservito, che sembra sfidi i nuovi tempi, le cieche forze della natura e il barbaro mestiere dei martelli. E, in atto di abbandono, la vecchia pieve implorante... Sulla destra del castello, in parte ancora conservato. la montagna, tutta verde per gli ulivi secolari che la ricoprono, scende quasi perpendicolarmente a valle. È una visione, senza dubbio, pittoresca. che ha per sfondo la montagna verdeggiante, di un tappeto uniforme, eccetto di un tratto ad oriente, su cui appare il cono ricciuto di Ferruzzano, al cui limitare stanno appese le abitazioni periferiche dl questo piccolo centro. Di fronte e in alto, Staiti. anch’esso tra gli ulivi. e Motta Brancaleone. che fa da guardia al mare. Nella valle, bagnata dalle acque della fiumara di Bruzzano, un tempo acquitrinosa e malsana, si scorgono vaste oasi di gelsomino. di un verde meno intenso, e qua e là piccoli campi di agrumi, che tengono posto ai vecchi prati di cotone.
  La situazione economica del paese. che apparentemente sembrerebbe florida, per la notevole estensione degli ulivi, non è per niente rigogliosa, e, pur potendo avere altro sviluppo, data la sistemazione definitiva del torrente, che ha avuto il pregio singolare di essere, per primo, bonificato, fin del 1913, ritarda dl molto ed è abbassata.
  Dal punto di vista storico, Padre Fiore*, in «Calabria Illustrata», ci dice che Bruzzano fu detta Brutium da Pomponio Mela*, e Brutianum da altri, riaffermando l’opinione di Razzano e dl Fra Leandro Alberti, che la vogliono fondata dai Bruzii. Che sia antica, lo attesta la notizia riferitaci dalla «Cronica», e la bolla del Pontefice Alessandro III, del 1175, che confermò al Monastero del SS. Salvatore di Messina la sovranità su alcuni luoghi della Calabria, fra cui quella «Ecclesiam Viti cum tenimentis de Bruzzuno»; e fu chiamata, in tempi più recenti, Motta Bruzzano, in dipendenza della sua costruzione su una eminenza dl terra incastellata. Venne distinta, nei tempi di mezzo, col nome di Bruzzanum Vetere, forse in epoca in cui stava per sorgere la novella Bruzzano. Nell'ordinanza di Carlo I d‘Angiò, del novembre 1260, fu compresa nella divisione giurisdizionale del litorale ionico e sottoposta alla sorveglianza dell’ufficiale regio Tommaso Baldlno e nella custodia di un notaio Eugenio di Sant’Aniceto, presso Reggio.
Nella «Taxatio» del 1276, la troviamo ricordata col nome dl Vetus Bruzzanum e col nome dl Brudianum e Bulsanum in altri documenti. Fu detta anche Bursanah. Il 5 agosto 1284, Carlo II d'Angiò, Principe di Salerno, pose il campo sulla spiaggia dl Bruazano (castris litore Bruczani), dove fece concentrate le truppe per l’assedio di Reggio; e dal 5 al 10 agosto emise, da questo campo, una serie di privilegi ai Siciliani. E, spigolando Ira le carte, la troviamo, nel 1328, sottoposta al dominio di un Nicolò Ruffo, primogenito di Fulco, conte di Sinopoli, che fu comandante militare nella zona di Bruzzano-Squillace. È probabile che, dopo di lui, il feudo sia passato alla famiglia Caracciolo, di origine napoletana, e quindi, ad Antonio Centelles, che prese parte alla congiura dei Baroni e fu giustiziato. Prima o poi, data la incertezza delle date, il feudo passò alla famiglia Correale, di cui, Merino fu governatore di Gerace per conto di Re Alfonso. Lo ebbe anche Tommaso Marullo, per vendita fattagli da Federico d'Aragona, nel 1456.
  Ne] 1592, il feudo fu venduto a Pietro d'Aragona Ayerbo, per 21 mila ducati; e, dopo  «intrighi ereditari con la famiglia Stayti», passo a Don Vincenzo Carafa, duca di Bruzzano, marchese di Brancaleone, conte di Augusta e signore di Sambatello, forse in condominio con il fratello Don Paolo che prese parte alla guerra d'Ungheria e delle Fiandre. Ignoriamo da quale ceppo discendano questi due nobili gentiluomini, nati entrambi nel castello di Bruzzano, ma si ha l’impressione che il ceppo più antico sia quello dei Caracciolo, del patriziato napoletano, che sappiamo diviso in tanti rami. La famiglia Carafa acquistò notevoli privilegi nel sec. XV, ed ebbe molti incarichi da Re Alfonso.
  Per quanto di nostra conoscenza, non è dubbio che quei due gentiluomini di Bruzzano appartengono alla famiglia principesca del Carafa di Castelvetere (Roccella Jonica), dal cui ramo non è certo se sia uscito il «principe juriconsultorum», Giovan Antonio Carafa, che tu nominato Presidente della Regia Camera, con obbligo d'insegnare diritto civile nell‘Università di Napoli, nel 1485.
  Forse, dello stesso ramo è quella «figura dantesca» di Ettore Carafa della legione partenopea, mandato al supplizio, da prode, in un supremo slancio di latinità, magnifico esempio di soldato, che sfida la secolare viltà dei tempi e la supina acquiescenza, degli italiani. Questo prode, ricordato de Ippolito Nievo, è la più bella figura del sec. XVIII.
Francesco Nucera
GAZZETTA DEL SUD, 27 gennaio 1956

 L'immagine in apertura è uno scatto in merito ad un sopralluogo a Bruzzano Vecchia nell'anno 2020.

 

domenica 8 febbraio 2026

LAVORI IN CORSO [Lloyd French, 1933]



Ripresi i lavori sulla S.S. 112 

         Platì 26 gennaio
  (M. F)  – I lavori per la ricostruzione della strada Statale 112 d’Aspromonte sono stati finalmente ripresi e questa volta in grande stile.
  Ecco alcune vedute, riprese in contrada «Lacchi di Torno» dove l’alluvione del 1951 aveva seminato la più completa distruzione. Le enormi macchine scavatrici e spianatrici stanno lentamente trasformando la zona muovendosi con la loro enorme mole sul ciglio degli immensi precipizi.
  Molto probabilmente la importantissima arteria che unisce direttamente la Riviera Jonica alla Tirrenica, sarà restituita al traffico verso la primavera. Il transito, comunque di tanto in tanto viene assicurato in via provvisoria dalle ditte appaltatrici.
  Il valloncello che attraversa Platì a est, e che durante le alluvioni del ’51 e del ’53 produsse gravi danni all’abitato, sta finalmente per essere imbrigliato e ricondotto nei giusti limiti, per mezzo di poderosi muraglioni di cemento.
In basso una veduta d’insieme dei lavori.
Foto e testo sono di Michele Fera
GAZZETTA DEL SUD 27 gennaio 1956


La S.S. 112 è stata raccontata anche qui: