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lunedì 28 settembre 2026

A Prayer for the Dying [Mike Hodges, 1987]

" Solo la brezza leggera sul fiume e la luna splendente tra le montagne, udite dall'orecchio e viste dagli occhi, sono inesauribili ". Su Shi 1037- 1101

 


sig Don Luigi

gliozzi
                   Platì

 Cirella   10   Giugno  1938

Egreggio Signor Doloige
Non stati con mala
fiducia che io intendo di pagare quello che vi devo dare si come io tengo il marito carcerato e considerati voi come io mi posso trovare siccome io fu stata amalata con la spustomenti di core nono potuto venire sicome moneta non mi trovava che aspettavo che mi cognato della merica mi spettavo che mi ascritto che avono pacensia ma siccome fostato allo spitale ancora non mi anno mandato nulla ma spero nta questo mesi di Giugno vanno credetemi che veno e faremo il contratto da presenza avetemi pretà senza che mi mandati in  basciati ogni giorno che io intendo di pagarvi non comi avoi vi sembra che io vi voglio pagare ma dovreti credere che la piaza di Cirella non sia come quella di Platì quando a prendo una lira e quando no si non credeti domandati a Signore Guardia che sia il Porgitore della lettira
mi resto salutando
e sono vostra amica
Reiatano Marcellina

 




 

domenica 13 settembre 2026

Achtung! Banditi! [Carlo Lizzani, 1951]

"Ora è il tempo delle fornaci, e si dovrebbe vedere solo la luce" José Martí

"La morte fa entrare il sole nella vita" Jorge Semprún

Mercoledì 26 agosto 2026, una serie di tre fotografie furono diffuse alla Nazione e al Mondo per dimostrare che Domenico Papalia è morto, ottantunenne, malato terminale, all’ospedale San Paolo di Milano dove era ricoverato. Dal 18 luglio era agli arresti domiciliari in seguito alla scarcerazione per motivi di salute.

I quarantanove anni precedenti li aveva trascorsi da ergastolano nelle fortezze italiche e da attore nei vari Tribunali che lo hanno giudicato e condannato imputandogli numerosi crimini.

Ora è morto. Le probabilità della sua sopravvivenza erano inversamente proporzionali al suo stato di “mafioso italiano… [con] oltre 17mila e 800 notti in cella”1. Il 6 settembre 2026, con la tumulazione, si direbbero concluse definitivamente la vita e le vicende di Domenico Papalia. Ma non sarà così!

 “Micu Papalia”, il soprannome [è] diventato un brand. 2

Il meccanismo mediatico già innescato nei 49 anni di detenzione, allora solo da giornali, radio e televisione, qualche libro e numerose relazioni della Commissione Antimafia, si è amplificato con l’avvento del web che ha reso possibili la visione di quel datato materiale con l’aggiunta di quello nuovo con la quotidianità sempre più serrata tramite le varie connessioni in rete che ha bisogno di alimentarsi e fagocitare il tutto e il di più.

All’alba dell’anno 1993 Domenico Papalia, spiazzando tutti, è su tutti i quotidiani, senza dimenticare i reportage per Rai 3 di Pino Nano: la notte di Capodanno il figlio Pasqualino “perde la vita, a diciannove anni, colpito alla testa da un proiettile vagante… [Domenico] dà il suo consenso per l’espianto degli organi”.3 Gli stessi quotidiani diffusero dapprima la notizia come una vendetta da parte di clan avversi. 4

Nei 49 anni di “carcere ha imparato a leggere e scrivere, da autodidatta, attraverso i giornali. Poi si è iscritto alle scuole e ha conseguito la licenza media. Nella Casa di reclusione di Opera, ha preso il diploma di litotipografo, ha seguito un corso di informatica e uno da cuoco. Nella Casa di reclusione di Bergamo, ha ottenuto il diploma di manutentore elettrico. Alla Casa di reclusione di Carinola ha completato il diploma di ragioneria e un corso di formazione in ceramica. Durante la sua permanenza nella Casa di reclusione di Nuoro ha partecipato ai corsi di lingua e letteratura, spagnola e italiana. A Rebibbia ha svolto attività di volontariato con l’associazione Carcere e Comunità, collaborando con Gervasia, una suora orsolina. Lavorava inoltre come volontario nel laboratorio di informatica della Caritas, e destinava il suo compenso alla stessa Caritas. Da 35 anni collabora con la Missione Don Bosco a sostegno dei bambini del Terzo Mondo, per la quale riceve ogni anno un Diploma di Benefattore”.5

Ora è morto. Il 6 settembre 2026 un’altra immagine si aggiungeva a quelle già citate: il manifesto funebre affisso sui muri di Platì con la “sospensione delle visite a casa ed ogni altro dovere” 6.

Dopo lo svincolo della salma da parte delle autorità, i funerali, avvenuti all’alba del 6 settembre, avrebbero dovuto suggellare la definitiva uscita di scena. 7

Ma non sarà cosi!

 “Se i funerali fossero stati autorizzati, secondo alcuni calcoli degli inquirenti, sarebbero arrivate almeno 10.000 persone da tutto il mondo” 8

E ancora: «La sua influenza criminale non è finita» 9

E ancora … c'è anche un falso cimitero di Platì 10

1 IL GIORNO 27 agosto 2026

2 https://calabria7.news/giudiziaria/ndrangheta-manifesti-funebri-shock-dei-papalia-a-plati-visite-a-don-micu-bloccate-a-causa-dello-stato

3 IL GIORNO 17 luglio 2026

4 GAZZETTA DEL SUD, 2 gennaio 1993

5 https://ristretti.org/domenico-papalia-in-galera-da-mezzo-secolo

6  https://calabria7.news/giudiziaria/ndrangheta-manifesti-funebri-shock-dei-papalia-a-plati-visite-a-don-micu-bloccate-a-causa-dello-stato

7  https://www.lacnews24.it/cronaca/domenico-papalia-lultimo-viaggio-a-plati-120-persone-al-cimitero-per-la-tumulazione-del-boss-

8  https://calabria7.news/giudiziaria/ndrangheta-manifesti-funebri-shock-dei-papalia-a-plati-visite-a-don-micu-bloccate-a-causa-dello-stato

9 https://www.avvenire.it/attualita/morto-in-ospedale-il-boss-domenico-papalia-era-in-carcere-da-49-anni_112361 

10 https://www.zoom24.it/news/449650265606/ndrangheta-funerali-privati-all-alba-per-il-boss-calabrese

Ora, è morto?


Questa pubblicazione è stata influenzata da Davanti al dolore degli altri, 2003 di Susan Sontag e rimodellata su una di John Berger, primavera 1968, sulla morte del CHE, già citata dalla stessa Susan Sontag. E dai film di Alain Resnais!



lunedì 25 maggio 2026

L'antica fiamma [Giuseppe Sterni, 1917]





«SOPRA UN TERRAZZO IN PROFONDA E SUGGESTIVA SOLITUDINE»

L'ABBAZIA DI S. MARIA DEI TRIDETTI
e il Monastero di Sant'Ippolito a Palizzi
La basilica, i cui ruderi affiorano alle falde del Monte 
Campolico, avrebbe preso il nome da un tempio pagano

 

Palizzi, 14 maggio
Palizzi è un modesto borgo abitato, posto in una valle, sulla sinistra del torrente omonimo, ad oriente delle montagne di Grappidà, che si scorgono nella bruma, dall'altura di Bova e dalle zone più belle, quando sorge il sole; ed indorate negli avvampanti vespri di questo magnifico cielo, quando tramonta. Lungo la rotabile, che ascende da Palizzi Marina, ad occidente di Capo Erculeo (Capo Spartivento), dista Km. 10 dal mare.
Dovette essere un borgo fiorente, nell'XI secolo, non tanto per la lussuosità delle sue abitazioni, che, in tutti i tempi, dovettero essere ben misere, quanto per la sua vita monastica, se, a suo pregio, ascrive due monasteri ed una grancia*. Sembra essere stata una minuscola Tebaide, che abbia avuta la sua importanza, forse anche prima che fosse sorta la Abbazia di Santa Maria de Tridetti o del Tridente o del Tridactulon (cfr. Pentedattilo), con la basilica adiacente. Questa basilica, i cui ruderi affiorano alle falde del Monte Campòlico, nei pressi di Staiti, avrebbe preso il nome, secondo alcuni, da tempio pagano, lì posto, dedicato al Dio del mare o Nettuno o Posidone. Ciò si è affermato, ma non si ha la prova; ed è poco serio che, li, in quel posto, tra montagne scoscese e lungi dal mare, vi sia già stato un tempio di quel nome, quando poteva stare benissimo in faccia allo Jonio, solcato da vele e da navi. Starebbe a favore dell'ipotesi, non la problematica moneta, scoperta sul posto e recante la figura di Nettuno, armato del tridente, con la leggenda ridicola del «po-se-geno » (come ti-salvo), che il Natoli corresse in «po-se-done » (Posidone) (ved. P. Natoli - Riv. Stor. calab. 1900), ma il fatto che l'Orsi ha notato, nei suoi rilievi, fatti sul posto, la presenza di «capitelli ionici capovolti», innestati su colonne in cotto, affiancati all'abside centrale, senza dubbio antichissimi. Ma lo Orsi* ammette che essi, per la loro piccolezza, siano potuti giungere da lontano.
E' verosimile, invece, che il nome abbia avuta altra origine; e non è improbabile ch'esso sia stato dato dal modo come la iconologia dei santi, del periodo bizantino - normanno, raffigura l'atteggiamento delle dita benedicenti. Di esempi del genere, in cui si raffigurano santi che benedicono con i primi tre diti distesi, si ha un numero considerevole; e questo tipo iconologico ricorre anche nella raffigurazione del S. Giovanni di Stilo ed in quella di un santo anonimo della grancia di Amendolea. Non è difficile, quindi, che il Bambino della Vergine abbia ripetuto questo tipo, se pure non è dato a noi conoscere i particolari dell'affresco, di cui l'Orsi ci dà soltanto un fuggevole accenno. Tridactulon, dunque, e non Tridente e Tridetti, che è una storpiatura linguistica.
L'Abbazia si adagia «sopra una breve terrazza, in una profonda e suggestiva solitudine», tra il verde delle piante e «un pò discosta dalla Fiumarella, che scende ricca di acque fresche e sonanti dalla montagna» e che va a finire sul Bruzzano. Questa Abazia, di cui, come si è detto, rimangono soltanto le rovine della basilica, era, anticamente, un raro gioiello di architettura bizantino- normanna, coeva ed affine al S. Giovanni Vecchio di Stilo. Per i caratteri architettonici, artistici, decorativi, non è il caso che noi, qui, ci si attardi, potendosi essi rilevare dalla minutissima descrizione dell'Orsi, fatta in «Le Chiese Basiliane della Calabria». Ci preme soltanto dire che la sua fondazione non pare risalga oltre il secolo XI, tra il finire della dominazione bizantina e i primi anni della dominazione normanna.
Quale che sia stata la sua importanza, dal punto di vista culturale, non è facile dirlo; e ciò fino a quando non saranno aperti al pubblico gli archivi privati, ove è andata a finire la documentazione, e fino a quando non saranno compulsati le antiche carte e gli antichi manoscritti, giacenti negli scaffali dei vescovati e, in parte, nelle diverse biblioteche della Calabria e della Sicilia.
Molto probabilmente, altro materiale è depositato nelle biblioteche di Bari; e ciò per le relazioni intercorse, tra i monasteri basiliani della Calabria bizantina e le Puglie, nel periodo pre normanno e posteriormente.
L'Abbazia, comunque, fu una importante comunità monastica, sia per il numero dei monaci, che non par vero siano stati in numero trascurabile, sia per le concessioni, di cui fu dotata, sia per l'attività religiosa, culturale, morale, che dovette svolgere, in quella ricca contrada. Lo dimostra il fatto che i suoi abati potettero ottenere qualche serio appoggio dalla munifica dinastia normanna, per riattivare la basilica, già danneggiata, ed agevolare il compito di quei monaci, nel costruire asceteri e grancie, come, difatti, avvenne della grancia della SS. Annunziata di Africo, che si sa costruita da un igumeno di quel convento.
Importava, d'altro lato, ai normanni che quei monaci facessero opera di persuasione, fra i greci li quella plaga, attaccati come erano al ricordo
dei loro precedenti governi e alle loro libere istituzioni, cosi che fosse data loro la possibilità di affermarsi, senza troppe scosse ed inutili violenze, che si sarebbero ritorte a loro danno. In un momento per essi delicato. Bisogna credere, poi, che i normanni abbiano tenuto in conto il grecismo della Calabria, che soltanto dai monaci poteva essere ravvivato; e non è senza una ragione che i loro documenti siano stati scritti per la maggior parte in quella lingua. Per quanto tempo sia stata svolta questa attività, ce lo dice il Breve di Papa Onorio III, del 1221, diretto al Vescovo di Crotone e all'Abate di Grotta Ferrata, delegati a correggere i costumi dei monasteri della Calabria meridionale, che si erano allontanati dalla regola di S. Basilio; tra i quali, quello di S. Maria dei Tridetti, presso Bova. A rigore, si può affermare che l'Abbazia nel XIII secolo, era al suo incipiente tramonto, anche se le cure del Santo Padre abbiano mirato a ricondurla al suo primitivo splendore.
Che l'esito di Onorio III sia stato sfortunato, ce lo dice la bolla di Alesandro IV, del 1265, diretta ai vescovi di Strongoli e di Bisignano, nella quale vi si consigliava l'aggregazione di tutti i monasteri dell'Ordine basiliano e quello dei Benedettini e dei Cisterciensi. Secondo il Rodotà (Origine e progresso del rito greco, vol. 113, nel 1373, veniva ripristinata la regola di S. Basilio; ed è probabile che il provvedimento abbia avuto qualche buon effetto, se proprio in quest’epoca usci il vescovo Barnaba, dalla Chiesa di Oppido, che fu monaco di quel convento. (Arch. Vat. reg. 127). Candido Zerbi* lo dice abate di S. Marta di Trivento, forse storpiatura del nome e in luogo di Tridente.
Dopo questa data, e precisamente nel 1436, l'Abbazia fu data in commenda all'Abate Benedetto Leone, del monastero del SS. Salvatore dì Messina, che ebbe anche possessioni sulla Grancia di S. Maria di Alica o Alithia. (S. Maria della Verità), in quel di Pietrapennata, dell’Archimandritato di S. Ippolito, di Palizzi.
Il 9 maggio del 1551, il delegato apostolico, Padre D. Marcello Terracina, Archimandrita del monastero di S. Pietro di Arena, visitò, per ordine del Papa, Giulio III, insieme con il suo vicario D. Paolo di Cosenza, l'Abbazia di S. Maria de Tridetti, «iusta Moctam Boccalinam» (presso Motta Bovalino), che trovò abitata soltanto da un giovane secolare (ved. Raschellà - Saggio stor. sul monach. ital.- greco; Spagnolio; Orsi ecc.), la cui chiesa era e quasi «spelunca latronum et animalium». Troppo chiara e manifesta appare, ormai, e grave, la corruzione di quei monaci mondani; del sec. XVI. Con il principio del secolo XVII, l'Abbazia può considerarsi finita; e niente ci può far credere che, in questo periodo, sia rimasta in piedi.
Un pò prima o coeva alla fondazione di S. Maria dei Tridetti, esisteva in Palizzi un'altra Abbazia basiliana, quella di S. Ippolito, di cui faremo, in seguito, una particolare trattazione. Terminiamo con le parole dell'Orsi: «S. Maria de Tridetti è una nuova conquista dell'arte bizantino  normanna della Calabria, così debolmente conosciuta; è un altro elemento da aggiungere alla storia monumentale di questa regione, che se non fu grande, ebbe tuttavia i suoi fasti ».
FRANCESCO NUCERA
GAZZETTA DEL SUD, 15 MAGGIO 1957

*Il termine grangia (o grancia) indicava originariamente una struttura edilizia utilizzata per la conservazione del grano e delle sementi.

Pietro Paolo Giorgio Orsi (1859 – 1935), archeologo italiano si dedicò prevalentemente all'esplorazione della Sicilia e  della Calabria.

Candido Zerbi (Oppido Mamertina, 18 novembre 1827 – 3 dicembre 1889) è stato un politico italiano, senatore del Regno d'Italia.

Francesco Nucera è apparso dapprima qui:

https://iloveplati.blogspot.com/2026/02/la-fortezza-nascosta-akira kurosawa1958.html

Le foto originali sono qui:

https://catalogo.beniculturali.it/detail/ArchitecturalOrLandscapeHeritage/1800012070

 














 

giovedì 12 febbraio 2026

La fortezza nascosta [Akira Kurosawa,1958]



ITINERARI CALABRESI

Bruzzano Zeffirio
o Bruzzanum Vetus
8i affaccia da un poggio poco elevato tra il verde delle piante
Nell’anno 925 subì l'urto degli arabi, che lo rasero al suolo

  Bruzzano, 25 genn.

  Questa Bruzzano, che, dopo Brancaleone, si affaccia da un poggio poco elevato, fra Il verde delle piante, fu una delle prime borgate che. nell'anno 925, subì l’urto degli Arabi e fu rasa al suolo. Fu un borgo dl un certo rilievo, in quell'epoca, per essere stato preso dl mira da! ciambellano Gafar-Ibn-Ubayd*. 
  L’episodio viene ricordato dalla «Cronica di Cambridge» pubblicata dal Caruso, prima, e dall’Amari, poi, in «Biblioteca arabo-sicula». Esso si trova, secondo il geografo Edrisi*, a 6 miglia dalla fiumara La Verde, presso Bianconuovo, fiume perenne, in quei tempi, e a tre miglia da Capo Zeffirio e Capo Bruzzano.
  Le misure date dal geografo arabo, che scrisse nel XII secolo, sono esatte, e fanno cadere la borgata, proprio nell’attuale Bruzzano, che la «Cronica» indica con il nome di «r. sah». Diremo in seguito quale importanza si debba dare alla regione bagnata dalla «La Verde». non soltanto per motivi storici ma anche per motivi archeologici.
  La. moderna Bruzzano sorge, come si è detto. su un rialzo di terra che emerge dal torrente omonimo, a circa 5 Km. dal mare. E‘ una modesta umile cittadina, dalle larghe strade lastricate e dalle casette nane, piccole, disadorne, un po' sdrucite dal tempo. Pare abbia tentato, chi sa quando, di vestirsi a nuovo, come fa la contadinotta, che scende al piano della sua montagna. Ma, nel cammino, perde i nastri e le frange! Così perdette, man mano, il suo splendore la vecchia Bruzzano, se pur lo ebbe, e pare che più nulla rimanga di quell’antico mondo, che investì di luce questa plaga. Di là, sulla destra, guardando il mare, che appena si scorge attraverso il valico della valle, sta su di una roccia, l’antico castello ducale, e il vecchio diruto paese. costruito accanto, tutto squassato e sconvolto nelle mura. Vi si giunge, pertanto, dal centro di Bruzzano nuova, per una strada carrozzabile maltenuta, che va a finire a fondo cieco a Motticella, frazioncina di poca importanza, posta accanto al torrente. Da questa strada si diparte, in salita, una mulattiera, che porta a Bruzzanum Vetus.
  Abbiamo voluto vedere, da vicino, questa diroccata scheletrica cittadella, che apparve nei nostri sogni come l’ultimo baluardo bruzio di nostra gente; l’ultima propaggine di questa rude progenie. di cui tanto si favoleggiò nei secoli: invitta custode d’indomabile fierezza. Ma, fisso il pensiero nel buio dei secoli, non un raggio o scintilla che si colga da quell’ammasso di pietre in rovina. Una fungaia di ruderi. Per nulla maestosi, un cumulo dl rottami, un coacervo di case sfondate, muri spioventi, squassati, desolati, e. in fondo, un arco di trionfo eretto dalla riconoscenza di un popolo, asservito, che sembra sfidi i nuovi tempi, le cieche forze della natura e il barbaro mestiere dei martelli. E, in atto di abbandono, la vecchia pieve implorante... Sulla destra del castello, in parte ancora conservato. la montagna, tutta verde per gli ulivi secolari che la ricoprono, scende quasi perpendicolarmente a valle. È una visione, senza dubbio, pittoresca. che ha per sfondo la montagna verdeggiante, di un tappeto uniforme, eccetto di un tratto ad oriente, su cui appare il cono ricciuto di Ferruzzano, al cui limitare stanno appese le abitazioni periferiche dl questo piccolo centro. Di fronte e in alto, Staiti. anch’esso tra gli ulivi. e Motta Brancaleone. che fa da guardia al mare. Nella valle, bagnata dalle acque della fiumara di Bruzzano, un tempo acquitrinosa e malsana, si scorgono vaste oasi di gelsomino. di un verde meno intenso, e qua e là piccoli campi di agrumi, che tengono posto ai vecchi prati di cotone.
  La situazione economica del paese. che apparentemente sembrerebbe florida, per la notevole estensione degli ulivi, non è per niente rigogliosa, e, pur potendo avere altro sviluppo, data la sistemazione definitiva del torrente, che ha avuto il pregio singolare di essere, per primo, bonificato, fin del 1913, ritarda dl molto ed è abbassata.
  Dal punto di vista storico, Padre Fiore*, in «Calabria Illustrata», ci dice che Bruzzano fu detta Brutium da Pomponio Mela*, e Brutianum da altri, riaffermando l’opinione di Razzano e dl Fra Leandro Alberti, che la vogliono fondata dai Bruzii. Che sia antica, lo attesta la notizia riferitaci dalla «Cronica», e la bolla del Pontefice Alessandro III, del 1175, che confermò al Monastero del SS. Salvatore di Messina la sovranità su alcuni luoghi della Calabria, fra cui quella «Ecclesiam Viti cum tenimentis de Bruzzuno»; e fu chiamata, in tempi più recenti, Motta Bruzzano, in dipendenza della sua costruzione su una eminenza dl terra incastellata. Venne distinta, nei tempi di mezzo, col nome di Bruzzanum Vetere, forse in epoca in cui stava per sorgere la novella Bruzzano. Nell'ordinanza di Carlo I d‘Angiò, del novembre 1260, fu compresa nella divisione giurisdizionale del litorale ionico e sottoposta alla sorveglianza dell’ufficiale regio Tommaso Baldlno e nella custodia di un notaio Eugenio di Sant’Aniceto, presso Reggio.
Nella «Taxatio» del 1276, la troviamo ricordata col nome dl Vetus Bruzzanum e col nome dl Brudianum e Bulsanum in altri documenti. Fu detta anche Bursanah. Il 5 agosto 1284, Carlo II d'Angiò, Principe di Salerno, pose il campo sulla spiaggia dl Bruazano (castris litore Bruczani), dove fece concentrate le truppe per l’assedio di Reggio; e dal 5 al 10 agosto emise, da questo campo, una serie di privilegi ai Siciliani. E, spigolando Ira le carte, la troviamo, nel 1328, sottoposta al dominio di un Nicolò Ruffo, primogenito di Fulco, conte di Sinopoli, che fu comandante militare nella zona di Bruzzano-Squillace. È probabile che, dopo di lui, il feudo sia passato alla famiglia Caracciolo, di origine napoletana, e quindi, ad Antonio Centelles, che prese parte alla congiura dei Baroni e fu giustiziato. Prima o poi, data la incertezza delle date, il feudo passò alla famiglia Correale, di cui, Merino fu governatore di Gerace per conto di Re Alfonso. Lo ebbe anche Tommaso Marullo, per vendita fattagli da Federico d'Aragona, nel 1456.
  Ne] 1592, il feudo fu venduto a Pietro d'Aragona Ayerbo, per 21 mila ducati; e, dopo  «intrighi ereditari con la famiglia Stayti», passo a Don Vincenzo Carafa, duca di Bruzzano, marchese di Brancaleone, conte di Augusta e signore di Sambatello, forse in condominio con il fratello Don Paolo che prese parte alla guerra d'Ungheria e delle Fiandre. Ignoriamo da quale ceppo discendano questi due nobili gentiluomini, nati entrambi nel castello di Bruzzano, ma si ha l’impressione che il ceppo più antico sia quello dei Caracciolo, del patriziato napoletano, che sappiamo diviso in tanti rami. La famiglia Carafa acquistò notevoli privilegi nel sec. XV, ed ebbe molti incarichi da Re Alfonso.
  Per quanto di nostra conoscenza, non è dubbio che quei due gentiluomini di Bruzzano appartengono alla famiglia principesca del Carafa di Castelvetere (Roccella Jonica), dal cui ramo non è certo se sia uscito il «principe juriconsultorum», Giovan Antonio Carafa, che tu nominato Presidente della Regia Camera, con obbligo d'insegnare diritto civile nell‘Università di Napoli, nel 1485.
  Forse, dello stesso ramo è quella «figura dantesca» di Ettore Carafa della legione partenopea, mandato al supplizio, da prode, in un supremo slancio di latinità, magnifico esempio di soldato, che sfida la secolare viltà dei tempi e la supina acquiescenza, degli italiani. Questo prode, ricordato de Ippolito Nievo, è la più bella figura del sec. XVIII.
Francesco Nucera
GAZZETTA DEL SUD, 27 gennaio 1956

 L'immagine in apertura è uno scatto in merito ad un sopralluogo a Bruzzano Vecchia nell'anno 2020.

 

mercoledì 19 novembre 2025

Verso il sole - Miniserie In Progress - Il Sole: Giuseppe, Mario e Bruno



Parto trigemino

a Cirella di Platì 

Locri, 4 maggio

 (f.t) - In Cirella di Platì la casalinga Franca Polito di Rocco, di 27 anni, ha dato alla luce, assistita amorevolmente dal sanitario dott. Bruno Luscrì, tre maschietti ai quali sono stati imposti i nomi rispettivamente Giuseppe. Mario e Bruno.
 L’ultimo, nato un giorno dopo i primi due, ha avuto imposto il nome del medico, in segno di gratitudine per gli sforzi da questi compiuti onde farlo sopravvivere.
 Puerpera e neonati godono ottima salute.
GAZZETTA DEL SUD 5 MAGGIO 1956
(f.t) Francesco Tedesco


La foto in apertura, rubata sul web e adattata, è di fatto esplicativa, non avendo continuità col testo che segue. 









 

venerdì 14 novembre 2025

Verso il sole - Miniserie In Progress - Nuova Stagione - secondo episodio



GLI UOMINI RESPONSABILI NON POSSONO RIMANERE OLTRE INSENSIBILI

A Cirella di Platì una popolazione di 2500  anime
attende la strada che unisca al resto del mondo

Otto ore di impervio e duro cammino attraverso una pista appena segnata, fra rocce, burroni e torrenti in piena - questo il calvario della laboriosa gente di Cirella: molti - feriti o ammalati - sono qui morti mentre in barella venivano trasportati all’ospedale di Locri

NOSTRO SERVIZIO

    Cirella di Platì, 28 marzo

 Gli uomini mortificati dalla miseria di secoli attendono che si realizzi per loro la giustizia sociale.
  Raggiungere Cirella, la frazione di Platì, non è facile, soltanto in una giornata di sereno abbiamo potuto tentare l’impresa, infatti lasciato l’automezzo sulla sponda sinistra del Condoianni, guadati i torrenti «Fiumara di Cirella» e «Gelsi Bianchi» si può arrancare, attraverso una pista appena segnata, che spesso scompare per poi riapparire e si sale a 270 metri sul livello del mare, che argentato di ulivi si scorge infinito laggiù grigio - viola, mentre agglomerati di case i tanti paesini disseminati della dorsale dell’Aspromonte sembrano una manciata di ciottolini.
 La buona gente di Cirella, circa 2500 abitanti, ci accoglie con simpatia, esternandoci la sua gratitudine per la decisa azione intrapresa dal nostro Giornale (l’unico quotidiano che viene letto quivi, nei giorni in cui Z0. furia dei torrenti consente l’arrivo della corrispondenza), in difesa del diritto dei cirellesi alla strada che li unisca al consorzio umano e per richiamare gli uomini responsabili della rinata democrazia italiana, che, in nome della giustizia, si sono impegnati di cancellare un passato di vergogna, a mantenere fede al loro impegno.
 Noi non intendiamo trarre dalla miseria e dal dolore alimento onde rinfocolare odii o farne puntelli ad un protervo proposito di sovversione, perché l’odio e il sangue non costruiscono; ma invochiamo il bisturi risanatore, che elimini ogni bruttura e chiediamo che venga incominciata l’opera costruttiva che redima gli uomini mortificati dalla miseria di secoli, realizzi la giustizia sociale e consenta alla personalità umana di prendere coscienza di se e di svilupparsi liberamente. Bisogna visitarle le abitazioni della gente di Cirella: mura fradice, tuguri senza luce, senza il segno di ogni più elementare servizio igienico. Né le provvidenze destinate dal Governo per gli alluvionati (Cirella fu uno di centri maggiormente colpiti dalle alluvioni del 1951 e del 1953) hanno fatto sorgere linde palazzine: ma soltanto delle baracche, che non rispondono assolutamente alle esigenze dei cirellesi, per i motivi già evidenziati in un nostro servizio apparso nell’estate scorsa.
 L’insegnante Marzano, che tanto si prodiga per la redenzione della Frazione, loco natio di una schiera di professionisti emeriti, i quali hanno ben meritato dalla Patria in pace e in guerra, ci illustra il calvario della sua gente, cosparso da molte croci purtroppo: Antonio Carbone venne travolto dai gorghi del Condoianni, che disperatamente cercava di guadare Maria Bova una olezzante giovinezza di 22 anni stava per dare alla luce un bimbo, quando si presentò la necessità di essere sottoposta ad intervento chirurgico. La poveretta spirò la sua anima anelante ad una serena maternità mentre in barella per impervie rocce, per spaventosi burroni, attraverso torrenti in piena, veniva trasportata all’irraggiungibile ospedale di Locri; Domenico Varacalli affogò nel torrente Cirella, colto dalla piena improvvisa; Antonio Raco, feritosi accidentalmente ad una gamba, giunse all’ospedale dissanguato. Intanto i tecnici studiano, la Cassa del Mezzogiorno stanzia 170 milioni; ma della strada nessuna traccia.
 La popolazione si fa sui «mignani» e si urla «la strada!» L’urlo echeggia tristamente e nell’animo di tutti quei poveretti sorrideva, fra le angosce presenti, la speranza che, avendo noi vista la loro miseria, ce ne saremmo fatta sui giornali, al fine di scuotere l’indifferenza delle autorità. Povera magnifica gente di Cirella! essa ignora tutto il complicato linguaggio burocraticonostro!
 Purtroppo, amici di Cirella, il giornalista non può redigere con due articoli di legge il rimedio opportuno. Il giornale può - come Fausto – cogliere l’attimo fuggente; ma non può un articolo di giornale rimediare i vostri mali. Né la strada che secondo i tecnici della Amministrazione provinciale, doveva congiungere Cirella, doveva congiungere Ciminà – S. Ilario – SS. 106, risolverebbe il problema e perché questa snodandosi sulla sponda sinistra del Torrente Condoianni, allontanerebbe la popolazione dal suo sbocco naturale ch’é la provinciale Bombile-Ardore, capoluogo del Mandamento, di cui fa parte e perché verrebbero cosi definitivamente tagliate fuori da ogni via di comunicazione gli abitanti delle popolose contrade Lauro, Gioppo e Illiciuso nonché del borgo Potito di Ardore.
 I tecnici obbiettano che costruire la strada seguendo la riva destra del Condoianni implicherebbe opere di arginatura anche a sinistra, perché la corrente infrenata da un versante eserciterebbe un’azione di corrosione sull’altro. E con ciò? Il benessere di una popolazione può essere precluso dalla difficoltà di procedere alla costruzione di qualche opera d’arte (un ponte sul Vallone Palombaro, qualche ponticello dall’estensione di uno due chilometri e delle dighe necessarie per garantire il nastro stradale da eventuali inondazioni da acque e ondate del fiume.
 Del resto la bonifica montana e valliva del Condoianni non costituisce un problema che richiede un’urgente soluzione? Rimboschimento, regolarizzazione del corso di acqua, costruzione di strade rotabili, di strade vicinali e campestri, una più efficiente articolazione della vita sociale nella campagna non sono le premesse essenziali, onde realizzare l’auspicata conversione da uno stato di miseria a quello di «favore»? Perciò chi si attende ad operare? 
 I termini del problema sono ormai chiari: la strada si deve aprire e secondo i desideri dei cirellesi, essa deve congiungere la frazione a Bombile, attraverso Lauro, Gioppo, Illiciuso e Potito di Ardore.
E noi lasciamo Cirella con l'augurio di potervi ritornare per assistere alla cerimonia del taglio del nastro tricolore - simbolo della solidarietà della Patria, che con il sacrificio ed il lavoro dei figli avrà compiuto questa opera di redenzione – all’imbocco della strada strumento di vita e di prosperità per i laboriosi cirellesi. Allora si potrà da loro pretendere che adempiano i loro doveri di uomini e di cittadini.
 Ci allontaniamo: una solitudine attonita e silenziosa ci prende, a bisdosso di un asinello, che bilancia sulla soma fasci di frasche e sarmenti un vecchietto torna alla sua parca mensa e vedendoci ci guarda con stupore e poi ci grida: «La Strada!»
 Francesco Tedesco
GAZZETTA DEL SUD 29 marzo 1956 


Con una spinta più emotiva Francesco Tedesco si sarebbe potuto avvicinare alla scrittura vigorosa di Umberto Zanotti Bianco.








 

domenica 9 novembre 2025

Verso il sole - Miniserie In Progress - Nuova Stagione

 UN ASSILLANTE PROBLEMA
La popolazione di Cirella
reclama ancora la strada
Da ieri mattina i laboriosi abitanti della frazione sono in sciopero per
protesta contro le autorità che non hanno realizzato la loro aspirazione
 
  Locri, 17 febbraio
 
 (F.T.) Gli abitanti di Cirella, la popolosa frazione di Platì, da cui dista 7 km. di mulattiera, è da stamani in sciopero, uno sciopero compatto, disciplinato, senza sfondo politico, uno stato d’animo una espressione insoffocabile [sic] che si manifesta e si espande in una attesa che guai se dovesse andare delusa.
 La gente, la buona e laboriosa gente di Cirella chiede la strada che la unisca al consorzio degli altri paesi, reclama la strada che la colleghi a Bombile di Ardore, e quindi, alla statale 106.
 Da queste colonne abbiamo sostenuto vibratamente con diversi servizi che l’autorizzazione alla esecuzione della strada Cirella-Bombile e un problema, di giustizia verso quella popolazione povera nel complesso, tagliata fuori da ogni via di comunicazione.
 I parlamentari interessati hanno promesso, sono stati fatti progetti sono state eseguite planimetrie, ma la strada non è stata fin qui realizzata. Sappiamo che non c’è nulla di più mortificante della denegata giustizia e un atto di palese ingiustizia appare la mancata costruzione della invocata strada. 
GAZZETTA DEL SUD 18 FEBBRAIO 1956
 

VOGLIONO UNA STRADA

Totale lo sciopero a Cirella di Platì
Ieri mattina anche i piccoli delle scuole elementari hanno disertato le aule

 Locri, 18 febbraio

 (F.T.) Lo sciopero a Cirella di Plati continua massiccio ed anche i piccoli delle scuole elementari hanno disertato stamane le aule; la popolazione ordinata e disciplinata ha incrociato le braccia decisa a non deflettere dall’atteggiamento assunto, fin quando non avrà ottenuto la strada che la unisca al consorzio umano.

 Se – come abbiamo in altre occasioni rilevato – onde giudicare il grado di civiltà di un popolo è quello che si riferisce alla rete stradale, a quale progresso può essere destinata una intera popolazione la cui ansia verso il miglioramento di vita non può essere delusa senza sortire un effetto negativo nell’interesse della democrazia, al servizio dello Stato.
 L’atmosfera che regna a Cirella è carica di attesa, nel desiderio unanime e concorde che un domani possa. apportare a quegli abitanti a posto delle lacrime versate un poco di gioia ne! compiacimento per le opere realizzate.
GAZZETTA DEL SUD 20 febbraio 1956

 


Continua lo sciopero

a Cirella di Platì

Locri, 24 febbraio

 (F. T.) —— Continua lo sciopero a Cirella di Plati dove tutta 1la popolazione si astiene ormai da oltre una settimana da ogni attività lavorativa. Anche gli armenti e le mandrie sono abbandonati al loro destino.

 Da informazioni pervenuteci pare che per domani, venerdì sia stata fissata una riunione nella prefettura di Reggie Calabria ove converranno il Sindaco di Platì e rappresentanti del I comitato di agitazione della frazione.  
 E’ auspicabile che si trovi una soluzione all’increscioso problema che   affligge la meravigliosa povera gente cirellese.
GAZZETTA DEL SUD 25 febbraio 1956

PER LA MANCATA COSTRUZIONE DELLA STRADA

Si asterranno dal voto
gli abitanti di Cirella
Non hanno designato i sei candidati
al consiglio del comune capoluogo 

 Locri, 28 aprile

 (F. T.) -  Si apprende che gli abitanti di Cirella, frazione di oltre duemila, abitanti del comune di Platì, da cui dista sette chilometri ed al quale è collegata attraverso un sentiero accessibile soltanto alle bestie da soma, non hanno designate i sei candidati, quale loro rappresentanza. separata in seno al consiglio del Comune capoluogo, ad sensi dell’articolo 27 bis della legge 23 marzo 1956 n. 136, in segno di protesta per la mancata realizzazione dell’invocata carrozzabile che unisca la frazione stessa a Bombile, e quindi alla strada statale 106.

 Come si ricorderà in occasione di precedenti consultazioni elettorali quella popolazione mite e laboriosa, ma stanca di vedersi negletta, si astenne dall’-andare alle urne.
 In quell’occasione votarono soltanto il presidente del seggio e gli scrutatori.
GAZZETTA DEL SUD 29 APRILE 1956

(F. T.) Francesco Tedesco

Francesco Tedesco è stato corrispondente della Gazzetta del Sud negli anni cinquanta-sessanta del secolo della bomba nucleare che rase al suolo le città e gli abitanti di Hiroshima e Nagasaki pubblicando cronache e servizi speciali dalla locride.