Ripresi i lavori sulla S.S. 112
"... con quella serietà e decisione che derivano dalla coscienza di compiere qualcosa di utile, e anzi in certi casi di necessario". Sigmund Freud 1891
domenica 8 febbraio 2026
sabato 26 aprile 2025
La forma dell'acqua [Guillermo del Toro, 2017]
IN
CALABRIA È TORNATA LA PIOGGIALa tragica sorte di Platìun paese destinato a sparireE
come Platì, spariranno sotto le frane Mammola, Caulonia, Grotteria, Africo e
anche S. Caterina d’Aspromonte se non si iniziano lavori di grande portata.
DAL
NOSTRO INVIATO SPECIALE
REGGIO CALABRIA, 7
Per
farsi un’idea dei disastri che l’alluvione ha provocato in Calabria, bisogna
andare a Platì.
Non è facile raggiungere, Platì un piccolo
presepio di seimila anime a trecento metri sul mare, e annidato in una gola di
montagna, ma è interessante andarvi, prima perché, come vi dicevo, i danni
dell’alluvione sono stati, in questa zona enormi, poi perché a Platì, come in
tutti questi paesini di montagna, che vivono sempre nel tragico presentimento
di una sciagura, si trova la Calabria, la più semplice e la più rude, quella
che in fondo è la più vera e dove il tempo pare si sia fermato in una estatica
contemplazione degli avvenimenti i quali si seguono per loro conto senza che
queste popolazioni si affatichino a rincorrerli.
Andiamo
dunque a Platì. Il treno ci porta sino a Bianconovo. Da Bianconovo a Bovalino –
9 chilometri – la linea è interrotta per il crollo del ponte.
Nei
primi giorni si trovavano pronti a Bianconovo dei camion e dei calessini che si
incaricavano di eseguire il trasbordo, non avendo le ferrovie dello Stato
provveduto ad istituire un qualsiasi mezzo che raccogliesse i viaggiatori; ma
da qualche giorno un povero diavolo, più per bisogno di fare qualche soldino
che per amor del prossimo, ha tirato fuori da chissà mai quale deposito di cose
fuori in uso, un vecchio arnese che un tempo doveva esser stata una corriera.
Del resto date le condizioni della strada che bisognava percorrere essa è
ancora in buono stato.
Spettacolo
desolante
La
corriera ansima, traballa e pare che voglia rovesciarsi ad ogni scossa. Ai lati
lo spettacolo comincia a diventare desolato: le campagne sono ridotte ad un
letto di torrente e, in qualche punto, il rilevato stradale è stato asportato
dalle impetuosità delle acque. Il Genio Civile ha provveduto a costruire due
passerelle ma esse non sostengono più di tre tonnellate per cui per rendere più
variato il viaggio, bisogna scendere dalla corriera due volte e fare, per due
volte, qualche centinaio di metri a piedi, cercando di evitare i materiali di
risulta ed il fango che vi giunge sino alle caviglie.
Giunti
a Bovalino i viaggiatori che debbono proseguire per Taranto trovano, quando Dio
vuole, un treno; ma per Platì che è nell’interno non c’è altro mezzo che
scegliere che l’automobile. Ed anche qui bisogna raccomandarsi a Dio e
all’autista perché la strada è spesso interrotta da frane ed i monti che la
fiancheggiano hanno tutta l’aria di voler, da un momento all’altro, giocare un
brutto scherzo, che potrebbe essere per esempio quello di lasciarvi cadere
sulla testa dei grossi sassi che sembrano a stento sostenuti dalla roccia.
A Platì
troviamo, come accade in tutti i disastri qualcuno che è sempre pronto a fare
da guida e ad enunziare le distruzioni.
Più che
il dolore in questa gente ciò che colpisce è la prostrazione. Platì ha il
triste primato dei morti: 15 su 85 che si sono avuti in provincia. La nostra
guida ci mostra il torrente che ha operato tanti danni: un filo di acqua che
scorre ribollendo tra il fango e le pietre. La gente di Platì si chiede come
sia stato possibile ad un torrente così magro e di solito tanto tranquillo di
infuriarsi in quel modo: eppure è un fenomeno naturale di questi torrentelli a
breve corsi in pendio rapidissimo.
Essi si
impennano in un baleno e già dalle sorgenti prima di defluire a valle
acquistano una violenza spaventosa così da riversare milioni di metri cubi di
acqua nell’alveo che poco prima era asciutto o percorso da un rigagnolo.
In tal
modo si spiega come in queste alluvioni vi sono stati dei contadini che, mentre
attraversavano col somarello il torrente ancora asciutto, investiti dalla furia
delle acque non hanno fatto in tempo a salvarsi e sono annegati: perché data la
tortuosità di questi torrenti e la rapidità con la quale si sono ingrossati,
quei contadini hanno avuto sentore della piena quando essa era già vicinissima,
come se d’improvviso si fossero spalancate due paratie e, nel loro varco fosse
apparso l’enorme mostro delle acque che si avviava verso il mare. Qui usano
chiamarla le «teste del torrente» ed esse sono caratteristiche dei fiumi del
torrente.
Case
nel fango
Se ci
guardiamo intorno vediamo il paese o la parte del paese che è rimasta in piedi
non sono che povere cose che stringono il cuore, e interamente circondate dal
fango: il fango subito dopo l’alluvione era così alto che non permetteva di
entrare nelle case.
Ora nel
paese il fango è stato in gran parte rimosso ma dove erano i seminati nessuno
ha pensato di toglierlo. Sarebbe una pazzia il tentarlo; il fango ha
inghiottito tutto: agrumeti, frantoi, un oleificio di cui non si vede più
nulla; anche una piccola centrale elettrica che era stata costruita ad opera di
un privato è andata distrutta ed il paese è rimasto al buio.
Tra
qualche ora mentre le ultime luci avranno abbandonato la valle, Platì non avrà
più nulla che ricordi la vita.
Anche
il sonno dei morti a Platì non è stato rispettato: il mostro delle acque ha
attraversato il Cimitero, lo ha sommerso e quando l’acqua si è ritirata si sono
visti – o spettacolo pieno di orrore – tibie, femori, crani che la corrente
portava alla deriva; e i vecchi resti umani si mescolavano ai morti recenti.
Oggi la pietà dei rimasti ha tentato di ricomporre le loro povere ossa nei loro
avelli.
E
questa è la tragica sorte di Platì un povero paese che come Mammola, come
Caulonia, come Grotteria, come Africo, è destinato a sparire dalla faccia della
terra perché sotto di lui il terreno
frana e slitta verso una corsa paurosa alla morte: ed è la sorte di S. Caterina
d’Aspromonte che, oltre ad avere perduto l’acquedotto, ha avuto quasi tutte le
case distrutte ed è sotto l’incubo di due frane che minacciano l’abitato: la
sorte di Condofuri anch’essa in pericolo per una frana: la sorte di tante
piccole frazioni dove, se ricomincerà a piovere, comincerà a farsi sentire il
pericolo dei torrenti in piena. È una situazione che di giorno in giorno appare
più angosciosa e allarmante.
Da Roma giungono notizie sul fervore col quale
si formulano progetti e disegni di legge, decisioni e programmi; ma i calabresi
alzano le spalle. È un pessimismo indubbiamente non giustificato o per lo meno
prematuro. Ma come volete dare la croce addosso a questa gente se sorride
sentendo parlare di miliardi che saranno spesi per la Calabria? Il calabrese
non conosce la ribellione: secoli di sottomissione lo hanno abituato ad essere
cupamente rassegnato, ma non apre facilmente il suore alla speranza. La sua
stessa storia gli ha insegnato a non credere al dilà di ciò che vede e tocca
con mano.
Si
aspetta un miracolo
Ed allora? Solo un miracolo potrà rendergli la
fiducia, la speranza che i suoi paesi saranno assicurati stabilmente alla terra
ed i fiumi apporteranno prosperità, invece di essere un pericolo di morte; e il
terreno tornerà ad essere umido ed acre e idoneo a ridare i suoi frutti. Questo
miracolo sarà possibile se il problema della Calabria sarà guardato con occhio
diverso e con decisa volontà d avviarlo alla soluzione. Io ricordo di aver
veduto lasciando Platì, due donne che scendevano a valle. Si erano caricati
sulle teste, ciascuna di esse, un materasso ed una coperta e camminavano l’una
rasente l’altra con la stessa grazia che, di solito, si riscontra in loro
quando tornano a casa portando le anfore e cantando. Lasciavano il paese ed
andavano a chiedere un posto per dormire a chi aveva la fortuna di possedere
una casa. Si sono fatte appena da parte per lasciar passare la nostra
automobile ma non si sono nemmeno voltate ed hanno proseguito senza chiedersi
se da noi potesse venire loro un aiuto.
Questa tragedia di sentirsi soli è il grande
sconforto nel quale gli uomini possono cadere. Ma, purtroppo. È una realtà in
questi paesi che non hanno più niente che li avvicini alla vita; dove nemmeno
il sonno dei morti è rispettato ed anche l’acqua, questa grazia di Dio che
dovrebbe essere la ricchezza dei paesi, si trasforma in un castigo.
Questa sera ha ricominciato a piovere e la
pioggia, se dovesse durare, renderebbe più angosciosa la situazione dei paesi
colpiti; la situazione soprattutto degli sfollati ai quali non si è potuto
dare, né si potrà dare per adesso, una sistemazione conveniente:
Vittorio
Ricciuti
IL MATTINO, 8
novembre 1951
*https://iloveplati.blogspot.com/2011/10/have-you-ever-seen-rain-creedence.html
https://iloveplati.blogspot.com/2018/09/riders-on-storm-doors.html
lunedì 29 maggio 2023
THE FINAL VERDICT [di Jack O'Brien - 1914]
Anche i di tipi di documenti sopra riportati possono essere
drammatizzati, magari facendo ricorso a Salvatore Satta o addirittura come un silent movie alla maniera del regista in
apertura rivitalizzato. Un buon indicatore è anche il brano del Maestro riportato in chiusura. Certo a noi interessano di più i nomi e le circostanze citati
nel testo, svaniti, certo, ma sempre presenti per chi non si interessa solo ad immagini
che scorrono, e lasciano di nuovo il
tempo, virtualmente. Un aiuto viene anche da Google Maps che ci consente di
rilocalizzare i fatti nelle vie citate.
lunedì 17 ottobre 2022
DE GASPERI - L'UOMO DELLA SPERANZA [di Liliana Cavani - 2005]
U diciottu ottobri chi doluri
Quandu li frani vittimu scindiri,
si riuniru muntagni e vagliumi
paria lu giudiziu universali.
Il fango inghiottì tutto e mise in ginocchio l'economia agricolo-pastorale di Platì.
Scrisse Rizzuti sul Mattino di Napoli «Anche il sonno dei morti a Platì non è stato rispettato: il mostro delle acque ha attraversato il cimitero, lo ha sommerso». «. . .Questa è la tragica sorte di Platì, un povero paese destinato a sparire dalla faccia della terra, perché sotto di lui il terreno frana e slitta verso una corsa paurosa alla morte».
Arrivano i primi soccorsi e nel marzo del 1953, in piena campagna elettorale, il capo del Governo Alcide De Gasperi sale a Platì per inaugurare le case popolari costruite in contrada Lacchi, alle porte del paese. Il corteo presidenziale viene fermato con uno stratagemma a Natile, lungo la vecchia statale 112: il tricolore deposto sull'asfalto obbliga il Presidente a fermarsi ed il capo-popolo, cavaliere Giovanni Napoli, consegna una lettera di protesta per il mancato trasferimento dell'abitato di Natile Vecchio. Si prosegue nel frattempo, superato lo scoglio della protesta popolare dei natiloti, verso Platì. De Gasperi nel vedere le casupole costruite alla frazione Lacchi ha un moto di ribellione, di stizza e non può non esclamare: «E che vi devono abitare i porci? Vergogna!». Altri tempi!
Dal balcone di casa Oliva lo statista tiene un comizio tra l'arciprete Gliozzi, l’on. Michele Murdaca ed il sindaco Peppino Zappia. C’è qualche contestazione popolare quando si arringa la folla paventando il pericolo comunista e gridando: «Il mostro comunista mangerà anche i vostri bambini ...». Domenico Catanzariti, mischiato tra la folla, risponde gridando: «Buum!». Accorrono i carabinieri e lo portano in caserma in stato di fermo e sarà poi lo stesso Capo del Governo ad invitare il Comandante della locale stazione a lasciarlo libero. De Gasperi, prima di partire, firma un assegno di un milione che consegna al Sindaco per i bisogni del popolo. Ma è proprio l'alluvione che determina lo sconvolgimento sociale di Platì. Un inesorabile processo di emigrazione che dissangua il tessuto economico platiese e dimezza nel giro di pochi anni la popolazione che contava più di 6.000 abitanti.
…
Gianni Carteri
Calabria – Anno XX – Nuova Serie - N. 83 - giugno 1992
giovedì 14 aprile 2022
Il padrone di casa [di Carl Theodor Dreyer - 1925]
Oggi giovedì santo, un giorno sacrale in Platì, quando i preti
nascevano e crescevano in paese. L’ultimo è stato Ernesto Gliozzi il giovane
(12 aprile 1915 - 2 febbraio 2008). Lo zio Ernesto è colui che più di tutti i platiesi conosceva il segreto di Pratì e questo segreto è
sepolto con lui nella cappella dove riposa. Egli riteneva Platì essere stato
fondato nel 1492, l’anno stesso dell’inizio del saccheggio del continente compreso
tra l’Alaska e la Terra del Fuoco. Questi due eventi hanno un tratto comune: il
mandante. La Corte di Spagna. Il paese di Platì, come tutti i paesi, prima e dopo,
non è fondato dall’oggi al domani, è creato nel tempo. Arriva una famiglia si
installa e a sua volta attira parenti e amici. Attira nemici. A questo servono
i film western. Stiamo parlando di un borgo, una Motta, perché luoghi sparsi, insediamenti
casuali vi erano già da prima di Gesù e San Pietro a Pietra Cappa. Molti i cenobi. Il
territorio di Platì era compreso tra la Foresta di Pandore, i Piani di Zervò e
dello Zomaro. Nel 1492 padrone delle foreste era la famiglia Marullo di Messina.
A questa subentrò una famiglia patrizia napoletana-pugliese, quella degli
Spinelli. Quelli che interessano noi sono gli Spinelli Savelli, i Principi o Conti di Cariati. Un Carlo fu forse il primo. Alla sua
morte nel 1518 seguiranno i vari Scipione e ancora Carlo. Il primo Signore certo,
di Platì, fu Carlo Filippo Antonio (1641-1725), egli alla morte del padre
Scipione, nel 1659, antepose al proprio nome
quello del fratello primogenito andato a farsi monaco, divenne principe di Cariati, duca
di Seminara, conte di Santa Cristina e signore di Oppido. A Platì aveva
una Corte Principale in cui erano gestiti tutti gli affari pubblici e privati.
Quello che vedete in apertura è proprio lui, Carlo Filippo Antonio raffigurato
da Domenico Antonio Vaccaro (1678-1745). Di seguito un ritaglio dal Catasto Onciario del 1754.
mercoledì 20 ottobre 2021
Fango bollente [di Vittorio Salerno -1975] - Una rievocazione del prof. Pipicella
Dopo una breve pausa, riprese a piovere ininterrottamente sino alla notte del 17, quando verso le due, un boato assordante fece tremare la terra e il cielo svuotò improvvisamente tutte le nuvole che l'avevano coperto per una settimana.
Le povere case, che non avevano un solo angolo asciutto, furono completamente allagate. I cittadini tutti svegli e preoccupati non riuscivano a comunicare tra di loro, perché le strade erano trasformate in ruscelli impetuosi e i tizzoni accesi con i quali solitamente squarciavano le fitte tenebre non erano utilizzabili.
Abbandonati i letti inzuppati c'eravamo portati vicino al focolare fino a quando il tuono non spense completamente la brace.
A casa mia, i quattro figli eravamo avvolti in una coperta. Mia madre pregava e piangeva, mio padre si affacciava sull'uscio e rientrava gocciolante.
Le ore che precedettero l’alba durarono un’eternità e la luce del giorno ha aperto ai nostri occhi uno scenario spettrale: a valle un’immensa distesa di acqua e fango con piante e cose semoventi; a monte frane dovunque e dai fianchi squarciati delle montagne possenti gettiti d'acqua.
La pastorizia e l’agricoltura, uniche fonti dell’economia natilese, erano state spazzate via: il patrimonio ovino e bovino era stato completamente travolto e depositato lungo la fiumara dalla montagna al mare; i campi sconvolti e ridotti pietra su pietra!
Ma di tutto questo la popolazione non ebbe percezione, in quanto subito si cercarono gli assenti e si capì che cerano stati dei morti.
In un primo momento i dispersi erano molti, ma il giorno dopo il tragico elenco fu definitivo.
I morti furono dieci: due persone anziane e otto giovani.
Di seguito i nomi in ordine alfabetico e il loro tragico destino:
Il persistere delle piogge aveva reso impraticabile il suo pagliaio, per cui il i7 aveva cercato rifugio in una struttura più solida. Si era portato infatti presso un mulino, esattamente in quello centrale rispetto ai tre esistenti. Qui ha incontrato altre persone che avevano tentato inutilmente di attraversare la fiumara per rientrare in paese quando si accorsero che la portata diventava sempre più minacciosa, tutti insieme abbandonarono il mulino per recarsi verso la montagna con la speranza di trovare qualche soluzione.
Sarà trovato raggomitolato ai piedi di un albero in contrada Lacco di torno. Si è detto che sarebbe caduto dall'albero sul quale aveva cercato scampo, come avevano fatto altri, o che sarebbe stato colpito da un macigno staccatosi dalla frana.
Riportarlo a casa su una scala di legno improvvisata è stata un'impresa difficile e straziante.
Domenico Marvelli, quasi novantenne, viveva assieme ai familiari in una casa di campagna in contrada Acone. Quando è stato invitato a cercare verso l'alto un rifugio più sicuro, ha incoraggiato gli altri a farlo, ma lui volle rimanere a casa sua. Aveva una grande fede e trascorreva parecchie ore a pregare.
Testo del Prof. Pino Pipicella
Foto S. Carannante
martedì 19 ottobre 2021
Come quel giorno [di Mario Caserini -1916] - Un suffragio 70 anni dopo
giovedì 14 ottobre 2021
La morte cammina nella pioggia [di Carlos Hugo Christensen - 1948]
Nel 70° Anniversario
Platì 18 Ottobre 1951
l’affidamu ai posteri non m’esti mai dimenticata.
Morti e distruzioni nto paisi dassau
quandu u dilluviu universali di jà passau.
Ciancio, ntantu a valle s’ingrossava.
D’arretu da Rocca fici breccia
trasiu nto paisi comun na freccia.
pe casi e pa li strati passau la morti….
Urla disperate! ... Mani avvinghiate! …
19 vite,
dalla furia dell’acqua, trascinate.
disturbando il sonno di chi in pace riposava.
una Preghiera
per chi lottò quella notte
contro l’ingrata morte.
Silvana Trimboli
Caraffa del Bianco, 2021
.:.:.:.
A tutt’oggi l’elenco
definitivo delle vittime è nebuloso. Il NOTIZIARIO DI MESSINA(*) in data 8
novembre 1951 riportava i 15 nominativi già citati nel video. La tradizione popolare ne
ricorda18/19. Non vengono in soccorso né i registri comunali né quelli
parrocchiali. In questi ultimi sono elencati solo:
Marando Giuseppe
di Rosario anni 13
Marando Rosario
di Domenico anni 47
Portolesi
Caterina fu Pasquale anni 77
Sergi Michele di
Pasquale anni 15.
A questi bisogna
aggiungere:
Iermanò Serafina
di Francesco di 5 mesi
Zappia Filippo di
Domenico di 8 mesi
segnati nel
registro dei morti della parrocchia in data 18 ottobre 1951
e Iermanò Saverio
di Antonio di anni 90 registrato in data 20 ottobre 1951.
Antonio
Schimizzi morto durante i lavori di sgombero delle macerie era nato il 29
giugno del 1900 da Francesco e Musitano Francesca. Il 10 febbraio del 1929 sposò
Domenica Carbone di Antonio e Martino Anna Maria di 23 anni ed ebbero 6 figli.
(*) https://iloveplati.blogspot.com/2017/05/acque-del-sud-reg-howard-hawks-1944.html
In apertura:Particolare del
monumento alle
vittime dell’alluvione del 1951 di Platì realizzato dal pittore e scultore
messinese Antonello Bonanno Conti.
Nel video: Antonio Vivaldi, Concerto per Violino op. 7 No. 12 in re maggiore RV 214, Grave Assai, Claudio Scimone dir. - To be played at maximum volume.
martedì 12 ottobre 2021
Notte di terrore [di Andrew L. Stone - 1955]
DUE
PAESI DELLA CALABRIA CANCELLATI DALLA TERRAPazzi ad Africo e Casalinovo
per il terrore dell’alluvioneIl
drammatico esodo di 2.300 persone per un sentiero esposto ai pericoli delle
frane – Centinaia di malati nella scuola di Bova
REGGIO CALABRIA
27 – Le montagne che circondano che circondano Africo cominciarono a franare
nel pomeriggio di martedì 16 ottobre e investite in pieno dai macigni le prime
case, quattro persone rimasero seppellite sotto le macerie. Pioveva
ininterrottamente già da due giorni e che da un momento all’altro la montagna
potesse franare era stato l’incubo della popolazione. Ma durante il temporale
da quanti anni aveva vissuto sotto quell’incubo? Ora il rombo pauroso delle
rocce che precipitavano e la visione del terreno che lentamente slittava a
valle davano consistenza reale al timore di intere generazioni.
Sotto la pioggia
torrenziale, annaspando nel fango, la gente si precipita fuori delle povere
case che potevano trasformarsi in tombe da un momento all’altro. La montagna
continuò a franare. Pensarono in principio di trovare salvezza andando a
Casalinovo, ma già da quella vicina frazione cominciavano ad arrivare ad Africo
i primi fuggiaschi i quali avevano anch’essi abbandonato le case minacciate
dalle frane, raccontarono che durante il tragitto sei di loro avevano trovato
la morte.
E ora dove
fuggire? Africo e Casalinovo sono due fra i tanti paesi di Calabria non legati
da strade con il resto del mondo. C’è solo una mulattiera che porta a Bova
Superiore. Su questa mulattiera cominciò l’esodo della popolazione: 2.300
persone. Quanto terrificante sia stato il viaggio a piedi, sotto la tempesta,
per percorrere quei 2 chilometri in mezzo a burroni e precipizi, nessuno potrà
mai raccontare perché quelli che erano gli abitanti di Africo e di Casalinovo
erano soli con la loro disgrazia e con il loro terrone.
Quando finalmente
arrivarono a Bova, che è un paese privo d’acqua, di luce, di fognature,
credettero di essere giunti in paradiso. Ma fu solo una fugace illusione perché
subito cominciò l’inferno di Bova.
Ci siamo recati
ieri a Bova. Nella nostra vita di giornalisti, che pure ci ha fatto assistere a
tanta spettacolare desolazione e miseria, nulla avevamo visto fino ad oggi di
così terrificante sofferenza umana.
Siamo stati
alloggiati in un edificio scolastico, i profughi di Africo e Casalinovo,
avevano assicurato le autorità. Ma noi avevamo saputo già a Reggio Calabria che
tra essi si erano verificati, nei giorni scorsi, veri casi di pazzia. Però solo
quando siamo penetrati nell’oscuro corridoio della scuola di Bova abbiamo
potuto capire come un essere umano possa, per sofferenze fisiche, perdere la
ragione.
200
persone in un’alula.
Centinaia di
persone coperte di stracci, inzuppate, scalze, tremanti dal freddo, affamati,
stavano immobili, sedute per terra o in piedi, appoggiate alle pareti. Dovunque
volti scavati e sguardi pieni di terrore. Fuori pioveva, faceva freddo e le
finestre dovevano essere tenute chiuse. C’era un’aria irrespirabile ma non
riuscivamo a restare più di due minuti nell’inferno di quell’aula. In una di
esse ampia meno di dieci metri quadrati, vivono da martedì 16 ottobre 200
persone. E sono le più fortunate. Altre centinaia vivono in ambienti ancora più
piccoli o sono per i corridoi dove non penetra la luce ma il vento e la
pioggia.
Da dodici giorni
vivono così i profughi di Africo e Casalinovo. Non hanno materassi, non hanno
coperte, non hanno sedie, nella scuola non ci sono gabinetti, non c’è acqua
corrente, non c’è luce elettrica. 2.300 persone, in gran parte donne e bambini,
vivono da dodici giorni in questo inferno. Sulla strada non possono uscire
perché piove continuamente e fa anche più freddo. Altri sono stati ricoverati
nella sala municipale e vivono nelle stesse condizioni. Pochi sono quelli
rimasti nelle campagne intorno ad Africo sperando di poter salvare qualche capo
di bestiame che rappresenta tutta la ricchezza del paese.
Hanno
perduto tutto
Molte donne
sedute sul pavimento tenevano attaccati alle mammelle aride i figli,
nell’inutile speranza di poterli nutrire. I vecchi supini, con lo sguardo fisso
in alto, già sembravano cadaveri. In un angolo del corridoio. Presso una porta
della cui fessura penetrava furtoso il vento freddo dei monti, c’erano tredici
bambini seduti intorno alla madre, distesi su un mucchio di stracci. La donna
si lamentava sordamente, tremava, ansava e gettava intorno sguardi come per
chiedere soccorso. Stava per partorire. Ma chi poteva soccorrerla. Che cosa
potevano fare per lei le altre donne?
Un uomo ci venne
incontro con le mani tese in avanti, inciampava continuamente: ci accorgemmo
poi che era cieco. Ma quanti vecchi rasi dal tracoma non incontrammo in quel
triste edificio scolastico di Bova Superiore? L’immobilità di alcuni bambini ci
fu spiegata quando tornammo sulla strada fangosa, era paralisi infantile,
permanente.
Fuori continuava
a piovere e una nebbia densa veniva giù dai monti. Sulla strada ci fu più
facile rivolgere la parola a qualcuno. Quali soccorsi avete ricevuto? Un po' di
pastasciutta. Dove andrete? Non lo sanno, hanno perduto tutto, ad Africo non
possono più tornare. Il nome del paese può già essere cancellato dalla carta
geografica della Calabria.
RICCARDO
LONGONE
Testo e foto: L’UNITA’,
Domenica 28 ottobre 1951
domenica 10 ottobre 2021
Un medico, un uomo [di Randa Haines - 1991]
“E intanto la pioggia fitta e continua pesta sul tetto ... sui vetri ... sul suolo”. Ernesto Gliozzi il vecchio
A settanta anni
da quella tragica notte tra il 17 e il 18 ottobre del 1951 non c’è stato chi
raccontasse integralmente quel dramma in un’opera letteraria, solo singole
vicende, singoli episodi legati a chi ne trattiene ancora il ricordo. A questi
ultimi si aggiunge il ricordo di quei giorni per tramite di Lisa Mittiga figlia
del dottor Giuseppino, per me, che riporto quei ricordi, zio. Il dottor Giuseppe
Epifanio Mittiga aveva 64 anni quando visse sulla sua persona il dramma di un
intero paese. Egli si laureò in Medicina e Chirurgia a Napoli nel 1912 a 25
anni. Figlio di Rocco e Caterina Fera dopo la scuola elementare a Platì fu
mandato nella città partenopea per la scuola media, successivamente si trasferì
a Gerace per compiere gli studi ginnasiali. Ritornò di nuovo a Napoli dove da
tempo risiedeva lo zio Saverio Mittiga, sacerdote e docente presso la locale Università
Teologica, autore di racconti e poesie editi nella stessa città. Presso la
Regia Università di Napoli studiò con profitto con l’illustre prof. Antonio
Cardarelli (1831 – 1927) ormai in procinto di lasciare quell’ Accademia per
raggiunti limiti d’età. Era Ufficiale Sanitario presso il Comune di Platì quando
l’alluvione si infranse sul paese. Non bisogna però pensare che quel disastro fu un fenomeno
casuale. Già da diversi giorni una fitta pioggerella cadeva incessantemente
senza che il sole apparisse, anche per pochi minuti. Alle volte si rafforzava,
alle volte diminuiva. La terra, le campagne, gli orti diventavano di giorno in
giorno impraticabili, non solo per le zappe ma anche per le scarpe e gli stivali. Molti di
quelli che abitavano in campagna cercarono rifugio presso i parenti in paese;
molti, fiduciosi rimasero nelle proprie abitazioni coloniche. La notte tra il
17 e il 18 dalla montagna verso Santa Cristina, da Arcopio e a monte di Sanello
si precipitò un torrente impetuoso che andò a colpire maggiormente la contrada
Due Valloni, il cimitero e la zona tra la fiumara Ciancio, il corso Umberto e
la via San Pasquale. Per diciannove vite la mattina del diciotto ottobre 1951
non si schiarì, centinaia erano i bisognosi di pronto soccorso. La casa del medico
Mittiga era posta all’entrata del paese. Essa con altre vicine diventò un
ospedale da campo dove il dottore ebbe modo di prestare il soccorso a chi riportò
le ferite più gravi non potendo sperare in aiuti esterni. I feriti arrivavano
adagiati sulle carriole, sulle scale fatte barelle, su lenzuola o coperte imbrattate
di sangue. Bisognò amputare o ricostruire le parti lacerate, molte teste, molte
braccia, molte gambe, molti piedi. C’era anche da soccorrere i feriti meno gravi
nelle proprie abitazioni e le partorienti, e qui il medico era assistito dalla
signora "mammina" Francesca Portolesi, moglie di don Umberto. A distanza di tempo la
figura e l’opera del dottor Giuseppino Mittiga è ricordata dai più anziani, ma specialmente per chi
lo ebbe come padre amoroso o zio affettuoso.
Hanno partecipato
Lisa Mittiga di Giuseppe e Saro Mittiga di don Agostino.

















