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giovedì 12 febbraio 2026

La fortezza nascosta [Akira Kurosawa,1958]



ITINERARI CALABRESI

Bruzzano Zeffirio
o Bruzzanum Vetus
8i affaccia da un poggio poco elevato tra il verde delle piante
Nell’anno 925 subì l'urto degli arabi, che lo rasero al suolo

  Bruzzano, 25 genn.

  Questa Bruzzano, che, dopo Brancaleone, si affaccia da un poggio poco elevato, fra Il verde delle piante, fu una delle prime borgate che. nell'anno 925, subì l’urto degli Arabi e fu rasa al suolo. Fu un borgo dl un certo rilievo, in quell'epoca, per essere stato preso dl mira da! ciambellano Gafar-Ibn-Ubayd*. 
  L’episodio viene ricordato dalla «Cronica di Cambridge» pubblicata dal Caruso, prima, e dall’Amari, poi, in «Biblioteca arabo-sicula». Esso si trova, secondo il geografo Edrisi*, a 6 miglia dalla fiumara La Verde, presso Bianconuovo, fiume perenne, in quei tempi, e a tre miglia da Capo Zeffirio e Capo Bruzzano.
  Le misure date dal geografo arabo, che scrisse nel XII secolo, sono esatte, e fanno cadere la borgata, proprio nell’attuale Bruzzano, che la «Cronica» indica con il nome di «r. sah». Diremo in seguito quale importanza si debba dare alla regione bagnata dalla «La Verde». non soltanto per motivi storici ma anche per motivi archeologici.
  La. moderna Bruzzano sorge, come si è detto. su un rialzo di terra che emerge dal torrente omonimo, a circa 5 Km. dal mare. E‘ una modesta umile cittadina, dalle larghe strade lastricate e dalle casette nane, piccole, disadorne, un po' sdrucite dal tempo. Pare abbia tentato, chi sa quando, di vestirsi a nuovo, come fa la contadinotta, che scende al piano della sua montagna. Ma, nel cammino, perde i nastri e le frange! Così perdette, man mano, il suo splendore la vecchia Bruzzano, se pur lo ebbe, e pare che più nulla rimanga di quell’antico mondo, che investì di luce questa plaga. Di là, sulla destra, guardando il mare, che appena si scorge attraverso il valico della valle, sta su di una roccia, l’antico castello ducale, e il vecchio diruto paese. costruito accanto, tutto squassato e sconvolto nelle mura. Vi si giunge, pertanto, dal centro di Bruzzano nuova, per una strada carrozzabile maltenuta, che va a finire a fondo cieco a Motticella, frazioncina di poca importanza, posta accanto al torrente. Da questa strada si diparte, in salita, una mulattiera, che porta a Bruzzanum Vetus.
  Abbiamo voluto vedere, da vicino, questa diroccata scheletrica cittadella, che apparve nei nostri sogni come l’ultimo baluardo bruzio di nostra gente; l’ultima propaggine di questa rude progenie. di cui tanto si favoleggiò nei secoli: invitta custode d’indomabile fierezza. Ma, fisso il pensiero nel buio dei secoli, non un raggio o scintilla che si colga da quell’ammasso di pietre in rovina. Una fungaia di ruderi. Per nulla maestosi, un cumulo dl rottami, un coacervo di case sfondate, muri spioventi, squassati, desolati, e. in fondo, un arco di trionfo eretto dalla riconoscenza di un popolo, asservito, che sembra sfidi i nuovi tempi, le cieche forze della natura e il barbaro mestiere dei martelli. E, in atto di abbandono, la vecchia pieve implorante... Sulla destra del castello, in parte ancora conservato. la montagna, tutta verde per gli ulivi secolari che la ricoprono, scende quasi perpendicolarmente a valle. È una visione, senza dubbio, pittoresca. che ha per sfondo la montagna verdeggiante, di un tappeto uniforme, eccetto di un tratto ad oriente, su cui appare il cono ricciuto di Ferruzzano, al cui limitare stanno appese le abitazioni periferiche dl questo piccolo centro. Di fronte e in alto, Staiti. anch’esso tra gli ulivi. e Motta Brancaleone. che fa da guardia al mare. Nella valle, bagnata dalle acque della fiumara di Bruzzano, un tempo acquitrinosa e malsana, si scorgono vaste oasi di gelsomino. di un verde meno intenso, e qua e là piccoli campi di agrumi, che tengono posto ai vecchi prati di cotone.
  La situazione economica del paese. che apparentemente sembrerebbe florida, per la notevole estensione degli ulivi, non è per niente rigogliosa, e, pur potendo avere altro sviluppo, data la sistemazione definitiva del torrente, che ha avuto il pregio singolare di essere, per primo, bonificato, fin del 1913, ritarda dl molto ed è abbassata.
  Dal punto di vista storico, Padre Fiore*, in «Calabria Illustrata», ci dice che Bruzzano fu detta Brutium da Pomponio Mela*, e Brutianum da altri, riaffermando l’opinione di Razzano e dl Fra Leandro Alberti, che la vogliono fondata dai Bruzii. Che sia antica, lo attesta la notizia riferitaci dalla «Cronica», e la bolla del Pontefice Alessandro III, del 1175, che confermò al Monastero del SS. Salvatore di Messina la sovranità su alcuni luoghi della Calabria, fra cui quella «Ecclesiam Viti cum tenimentis de Bruzzuno»; e fu chiamata, in tempi più recenti, Motta Bruzzano, in dipendenza della sua costruzione su una eminenza dl terra incastellata. Venne distinta, nei tempi di mezzo, col nome di Bruzzanum Vetere, forse in epoca in cui stava per sorgere la novella Bruzzano. Nell'ordinanza di Carlo I d‘Angiò, del novembre 1260, fu compresa nella divisione giurisdizionale del litorale ionico e sottoposta alla sorveglianza dell’ufficiale regio Tommaso Baldlno e nella custodia di un notaio Eugenio di Sant’Aniceto, presso Reggio.
Nella «Taxatio» del 1276, la troviamo ricordata col nome dl Vetus Bruzzanum e col nome dl Brudianum e Bulsanum in altri documenti. Fu detta anche Bursanah. Il 5 agosto 1284, Carlo II d'Angiò, Principe di Salerno, pose il campo sulla spiaggia dl Bruazano (castris litore Bruczani), dove fece concentrate le truppe per l’assedio di Reggio; e dal 5 al 10 agosto emise, da questo campo, una serie di privilegi ai Siciliani. E, spigolando Ira le carte, la troviamo, nel 1328, sottoposta al dominio di un Nicolò Ruffo, primogenito di Fulco, conte di Sinopoli, che fu comandante militare nella zona di Bruzzano-Squillace. È probabile che, dopo di lui, il feudo sia passato alla famiglia Caracciolo, di origine napoletana, e quindi, ad Antonio Centelles, che prese parte alla congiura dei Baroni e fu giustiziato. Prima o poi, data la incertezza delle date, il feudo passò alla famiglia Correale, di cui, Merino fu governatore di Gerace per conto di Re Alfonso. Lo ebbe anche Tommaso Marullo, per vendita fattagli da Federico d'Aragona, nel 1456.
  Ne] 1592, il feudo fu venduto a Pietro d'Aragona Ayerbo, per 21 mila ducati; e, dopo  «intrighi ereditari con la famiglia Stayti», passo a Don Vincenzo Carafa, duca di Bruzzano, marchese di Brancaleone, conte di Augusta e signore di Sambatello, forse in condominio con il fratello Don Paolo che prese parte alla guerra d'Ungheria e delle Fiandre. Ignoriamo da quale ceppo discendano questi due nobili gentiluomini, nati entrambi nel castello di Bruzzano, ma si ha l’impressione che il ceppo più antico sia quello dei Caracciolo, del patriziato napoletano, che sappiamo diviso in tanti rami. La famiglia Carafa acquistò notevoli privilegi nel sec. XV, ed ebbe molti incarichi da Re Alfonso.
  Per quanto di nostra conoscenza, non è dubbio che quei due gentiluomini di Bruzzano appartengono alla famiglia principesca del Carafa di Castelvetere (Roccella Jonica), dal cui ramo non è certo se sia uscito il «principe juriconsultorum», Giovan Antonio Carafa, che tu nominato Presidente della Regia Camera, con obbligo d'insegnare diritto civile nell‘Università di Napoli, nel 1485.
  Forse, dello stesso ramo è quella «figura dantesca» di Ettore Carafa della legione partenopea, mandato al supplizio, da prode, in un supremo slancio di latinità, magnifico esempio di soldato, che sfida la secolare viltà dei tempi e la supina acquiescenza, degli italiani. Questo prode, ricordato de Ippolito Nievo, è la più bella figura del sec. XVIII.
Francesco Nucera
GAZZETTA DEL SUD, 27 gennaio 1956

 L'immagine in apertura è uno scatto in merito ad un sopralluogo a Bruzzano Vecchia nell'anno 2020.

 

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