ITINERARI CALABRESI
Bruzzano Zeffirio
o Bruzzanum Vetus
8i affaccia da un poggio
poco elevato tra il verde delle piante
Nell’anno 925 subì l'urto
degli arabi, che lo rasero al suolo
Bruzzano, 25 genn.
Questa Bruzzano, che, dopo Brancaleone, si affaccia
da un poggio poco elevato, fra Il verde delle piante, fu una delle prime
borgate che. nell'anno 925, subì l’urto degli Arabi e fu rasa al suolo. Fu un
borgo dl un certo rilievo, in quell'epoca, per essere stato preso dl mira da!
ciambellano Gafar-Ibn-Ubayd*.
L’episodio viene ricordato dalla «Cronica
di Cambridge» pubblicata dal Caruso, prima, e dall’Amari, poi, in «Biblioteca
arabo-sicula». Esso si trova, secondo il geografo Edrisi*, a 6 miglia dalla fiumara
La Verde, presso Bianconuovo, fiume perenne, in quei tempi, e a tre miglia da
Capo Zeffirio e Capo Bruzzano.
Le misure date dal geografo arabo, che
scrisse nel XII secolo, sono esatte, e fanno cadere la borgata, proprio nell’attuale
Bruzzano, che la «Cronica» indica con il nome di «r. sah». Diremo in seguito
quale importanza si debba dare alla regione bagnata dalla «La Verde». non soltanto
per motivi storici ma anche per motivi archeologici.
La. moderna Bruzzano sorge, come si è detto. su
un rialzo di terra che emerge dal torrente omonimo, a circa 5 Km. dal mare. E‘
una modesta umile cittadina, dalle larghe strade lastricate e dalle casette
nane, piccole, disadorne, un po' sdrucite dal tempo. Pare abbia tentato, chi sa
quando, di vestirsi a nuovo, come fa la contadinotta, che scende al piano della
sua montagna. Ma, nel cammino, perde i nastri e le frange! Così perdette, man
mano, il suo splendore la vecchia Bruzzano, se pur lo ebbe, e pare che più
nulla rimanga di quell’antico mondo, che investì di luce questa plaga. Di là, sulla
destra, guardando il mare, che appena si scorge attraverso il valico della valle,
sta su di una roccia, l’antico castello ducale, e il vecchio diruto paese. costruito
accanto, tutto squassato e sconvolto nelle mura. Vi si giunge, pertanto, dal centro
di Bruzzano nuova, per una strada carrozzabile maltenuta, che va a finire a fondo
cieco a Motticella, frazioncina di poca importanza, posta accanto al torrente.
Da questa strada si diparte, in salita, una mulattiera, che porta a Bruzzanum Vetus.
Abbiamo voluto vedere, da vicino, questa diroccata
scheletrica cittadella, che apparve nei nostri sogni come l’ultimo baluardo
bruzio di nostra gente; l’ultima propaggine di questa rude progenie. di cui
tanto si favoleggiò nei secoli: invitta custode d’indomabile fierezza. Ma, fisso
il pensiero nel buio dei secoli, non un raggio o scintilla che si colga da quell’ammasso
di pietre in rovina. Una fungaia di ruderi. Per nulla maestosi, un cumulo dl rottami,
un coacervo di case sfondate, muri spioventi, squassati, desolati, e. in fondo,
un arco di trionfo eretto dalla riconoscenza di un popolo, asservito, che sembra
sfidi i nuovi tempi, le cieche forze della natura e il barbaro mestiere dei
martelli. E, in atto di abbandono, la vecchia pieve implorante... Sulla destra
del castello, in parte ancora conservato. la montagna, tutta verde per gli ulivi
secolari che la ricoprono, scende quasi perpendicolarmente a valle. È una visione,
senza dubbio, pittoresca. che ha per sfondo la montagna verdeggiante, di un
tappeto uniforme, eccetto di un tratto ad oriente, su cui appare il cono ricciuto
di Ferruzzano, al cui limitare stanno appese le abitazioni periferiche dl questo
piccolo centro. Di fronte e in alto, Staiti. anch’esso tra gli ulivi. e Motta Brancaleone.
che fa da guardia al mare. Nella valle, bagnata dalle acque della fiumara di Bruzzano,
un tempo acquitrinosa e malsana, si scorgono vaste oasi di gelsomino. di un
verde meno intenso, e qua e là piccoli campi di agrumi, che tengono posto ai
vecchi prati di cotone.
La situazione economica del paese. che apparentemente
sembrerebbe florida, per la notevole estensione degli ulivi, non è per niente
rigogliosa, e, pur potendo avere altro sviluppo, data la sistemazione definitiva
del torrente, che ha avuto il pregio singolare di essere, per primo,
bonificato, fin del 1913, ritarda dl molto ed è abbassata.
Dal punto di
vista storico, Padre Fiore*, in «Calabria
Illustrata», ci dice che Bruzzano fu detta Brutium da Pomponio Mela*, e
Brutianum da altri, riaffermando l’opinione di Razzano e dl Fra Leandro
Alberti, che la vogliono fondata dai Bruzii. Che sia antica, lo attesta la
notizia riferitaci dalla «Cronica»,
e la bolla del Pontefice Alessandro III, del 1175, che confermò al Monastero
del SS. Salvatore di Messina la sovranità su alcuni luoghi della Calabria, fra
cui quella «Ecclesiam Viti cum tenimentis
de Bruzzuno»; e fu chiamata, in tempi più recenti, Motta Bruzzano, in
dipendenza della sua costruzione su una eminenza dl terra incastellata. Venne distinta,
nei tempi di mezzo, col nome di Bruzzanum Vetere, forse in epoca in cui stava
per sorgere la novella Bruzzano. Nell'ordinanza di Carlo I d‘Angiò, del
novembre 1260, fu compresa nella divisione giurisdizionale del litorale ionico e
sottoposta alla sorveglianza dell’ufficiale regio Tommaso Baldlno e nella
custodia di un notaio Eugenio di Sant’Aniceto, presso Reggio.
Nella «Taxatio» del 1276, la troviamo ricordata col nome dl
Vetus Bruzzanum e col nome dl
Brudianum e Bulsanum in altri documenti. Fu detta anche Bursanah. Il 5 agosto
1284, Carlo II d'Angiò, Principe di Salerno, pose il campo sulla spiaggia dl
Bruazano (castris litore Bruczani), dove fece concentrate le truppe per
l’assedio di Reggio; e dal 5 al 10 agosto emise, da questo campo, una serie di
privilegi ai Siciliani. E, spigolando Ira le carte, la troviamo, nel 1328,
sottoposta al dominio di un Nicolò Ruffo, primogenito di Fulco, conte di
Sinopoli, che fu comandante militare nella zona di Bruzzano-Squillace. È
probabile che, dopo di lui, il feudo sia passato alla famiglia Caracciolo, di
origine napoletana, e quindi, ad Antonio Centelles, che prese parte alla
congiura dei Baroni e fu giustiziato. Prima o poi, data la incertezza delle date,
il feudo passò alla famiglia Correale, di cui, Merino fu governatore di Gerace
per conto di Re Alfonso. Lo ebbe anche Tommaso Marullo, per vendita fattagli da
Federico d'Aragona, nel 1456.
Ne] 1592, il
feudo fu venduto a Pietro d'Aragona Ayerbo, per 21 mila ducati; e, dopo «intrighi ereditari con la famiglia Stayti»,
passo a Don Vincenzo Carafa, duca di Bruzzano, marchese di Brancaleone, conte
di Augusta e signore di Sambatello, forse in condominio con il fratello Don
Paolo che prese parte alla guerra d'Ungheria e delle Fiandre. Ignoriamo da
quale ceppo discendano questi due nobili gentiluomini, nati entrambi nel
castello di Bruzzano, ma si ha l’impressione che il ceppo più antico sia quello
dei Caracciolo, del patriziato napoletano, che sappiamo diviso in tanti rami.
La famiglia Carafa acquistò notevoli privilegi nel sec. XV, ed ebbe molti incarichi
da Re Alfonso.
Per quanto di nostra conoscenza, non è dubbio
che quei due gentiluomini di Bruzzano appartengono alla famiglia principesca
del Carafa di Castelvetere (Roccella Jonica), dal cui ramo non è certo se sia uscito il «principe juriconsultorum»,
Giovan Antonio Carafa, che tu nominato Presidente della Regia Camera, con
obbligo d'insegnare diritto civile nell‘Università di Napoli, nel 1485.
Forse, dello stesso ramo è quella «figura
dantesca» di Ettore Carafa della legione partenopea, mandato
al supplizio, da prode, in un supremo slancio di latinità, magnifico esempio di
soldato, che sfida la secolare viltà dei tempi e la supina acquiescenza, degli
italiani. Questo prode, ricordato de Ippolito Nievo, è la più bella figura del
sec. XVIII.
Francesco Nucera
GAZZETTA DEL SUD, 27 gennaio 1956
L'immagine in apertura è uno scatto in merito ad un sopralluogo a Bruzzano Vecchia nell'anno 2020.



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