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lunedì 25 maggio 2026

L'antica fiamma [Giuseppe Sterni, 1917]





«SOPRA UN TERRAZZO IN PROFONDA E SUGGESTIVA SOLITUDINE»

L'ABBAZIA DI S. MARIA DEI TRIDETTI
e il Monastero di Sant'Ippolito a Palizzi
La basilica, i cui ruderi affiorano alle falde del Monte 
Campolico, avrebbe preso il nome da un tempio pagano

 

Palizzi, 14 maggio
Palizzi è un modesto borgo abitato, posto in una valle, sulla sinistra del torrente omonimo, ad oriente delle montagne di Grappidà, che si scorgono nella bruma, dall'altura di Bova e dalle zone più belle, quando sorge il sole; ed indorate negli avvampanti vespri di questo magnifico cielo, quando tramonta. Lungo la rotabile, che ascende da Palizzi Marina, ad occidente di Capo Erculeo (Capo Spartivento), dista Km. 10 dal mare.
Dovette essere un borgo fiorente, nell'XI secolo, non tanto per la lussuosità delle sue abitazioni, che, in tutti i tempi, dovettero essere ben misere, quanto per la sua vita monastica, se, a suo pregio, ascrive due monasteri ed una grancia*. Sembra essere stata una minuscola Tebaide, che abbia avuta la sua importanza, forse anche prima che fosse sorta la Abbazia di Santa Maria de Tridetti o del Tridente o del Tridactulon (cfr. Pentedattilo), con la basilica adiacente. Questa basilica, i cui ruderi affiorano alle falde del Monte Campòlico, nei pressi di Staiti, avrebbe preso il nome, secondo alcuni, da tempio pagano, lì posto, dedicato al Dio del mare o Nettuno o Posidone. Ciò si è affermato, ma non si ha la prova; ed è poco serio che, li, in quel posto, tra montagne scoscese e lungi dal mare, vi sia già stato un tempio di quel nome, quando poteva stare benissimo in faccia allo Jonio, solcato da vele e da navi. Starebbe a favore dell'ipotesi, non la problematica moneta, scoperta sul posto e recante la figura di Nettuno, armato del tridente, con la leggenda ridicola del «po-se-geno » (come ti-salvo), che il Natoli corresse in «po-se-done » (Posidone) (ved. P. Natoli - Riv. Stor. calab. 1900), ma il fatto che l'Orsi ha notato, nei suoi rilievi, fatti sul posto, la presenza di «capitelli ionici capovolti», innestati su colonne in cotto, affiancati all'abside centrale, senza dubbio antichissimi. Ma lo Orsi* ammette che essi, per la loro piccolezza, siano potuti giungere da lontano.
E' verosimile, invece, che il nome abbia avuta altra origine; e non è improbabile ch'esso sia stato dato dal modo come la iconologia dei santi, del periodo bizantino - normanno, raffigura l'atteggiamento delle dita benedicenti. Di esempi del genere, in cui si raffigurano santi che benedicono con i primi tre diti distesi, si ha un numero considerevole; e questo tipo iconologico ricorre anche nella raffigurazione del S. Giovanni di Stilo ed in quella di un santo anonimo della grancia di Amendolea. Non è difficile, quindi, che il Bambino della Vergine abbia ripetuto questo tipo, se pure non è dato a noi conoscere i particolari dell'affresco, di cui l'Orsi ci dà soltanto un fuggevole accenno. Tridactulon, dunque, e non Tridente e Tridetti, che è una storpiatura linguistica.
L'Abbazia si adagia «sopra una breve terrazza, in una profonda e suggestiva solitudine», tra il verde delle piante e «un pò discosta dalla Fiumarella, che scende ricca di acque fresche e sonanti dalla montagna» e che va a finire sul Bruzzano. Questa Abazia, di cui, come si è detto, rimangono soltanto le rovine della basilica, era, anticamente, un raro gioiello di architettura bizantino- normanna, coeva ed affine al S. Giovanni Vecchio di Stilo. Per i caratteri architettonici, artistici, decorativi, non è il caso che noi, qui, ci si attardi, potendosi essi rilevare dalla minutissima descrizione dell'Orsi, fatta in «Le Chiese Basiliane della Calabria». Ci preme soltanto dire che la sua fondazione non pare risalga oltre il secolo XI, tra il finire della dominazione bizantina e i primi anni della dominazione normanna.
Quale che sia stata la sua importanza, dal punto di vista culturale, non è facile dirlo; e ciò fino a quando non saranno aperti al pubblico gli archivi privati, ove è andata a finire la documentazione, e fino a quando non saranno compulsati le antiche carte e gli antichi manoscritti, giacenti negli scaffali dei vescovati e, in parte, nelle diverse biblioteche della Calabria e della Sicilia.
Molto probabilmente, altro materiale è depositato nelle biblioteche di Bari; e ciò per le relazioni intercorse, tra i monasteri basiliani della Calabria bizantina e le Puglie, nel periodo pre normanno e posteriormente.
L'Abbazia, comunque, fu una importante comunità monastica, sia per il numero dei monaci, che non par vero siano stati in numero trascurabile, sia per le concessioni, di cui fu dotata, sia per l'attività religiosa, culturale, morale, che dovette svolgere, in quella ricca contrada. Lo dimostra il fatto che i suoi abati potettero ottenere qualche serio appoggio dalla munifica dinastia normanna, per riattivare la basilica, già danneggiata, ed agevolare il compito di quei monaci, nel costruire asceteri e grancie, come, difatti, avvenne della grancia della SS. Annunziata di Africo, che si sa costruita da un igumeno di quel convento.
Importava, d'altro lato, ai normanni che quei monaci facessero opera di persuasione, fra i greci li quella plaga, attaccati come erano al ricordo
dei loro precedenti governi e alle loro libere istituzioni, cosi che fosse data loro la possibilità di affermarsi, senza troppe scosse ed inutili violenze, che si sarebbero ritorte a loro danno. In un momento per essi delicato. Bisogna credere, poi, che i normanni abbiano tenuto in conto il grecismo della Calabria, che soltanto dai monaci poteva essere ravvivato; e non è senza una ragione che i loro documenti siano stati scritti per la maggior parte in quella lingua. Per quanto tempo sia stata svolta questa attività, ce lo dice il Breve di Papa Onorio III, del 1221, diretto al Vescovo di Crotone e all'Abate di Grotta Ferrata, delegati a correggere i costumi dei monasteri della Calabria meridionale, che si erano allontanati dalla regola di S. Basilio; tra i quali, quello di S. Maria dei Tridetti, presso Bova. A rigore, si può affermare che l'Abbazia nel XIII secolo, era al suo incipiente tramonto, anche se le cure del Santo Padre abbiano mirato a ricondurla al suo primitivo splendore.
Che l'esito di Onorio III sia stato sfortunato, ce lo dice la bolla di Alesandro IV, del 1265, diretta ai vescovi di Strongoli e di Bisignano, nella quale vi si consigliava l'aggregazione di tutti i monasteri dell'Ordine basiliano e quello dei Benedettini e dei Cisterciensi. Secondo il Rodotà (Origine e progresso del rito greco, vol. 113, nel 1373, veniva ripristinata la regola di S. Basilio; ed è probabile che il provvedimento abbia avuto qualche buon effetto, se proprio in quest’epoca usci il vescovo Barnaba, dalla Chiesa di Oppido, che fu monaco di quel convento. (Arch. Vat. reg. 127). Candido Zerbi* lo dice abate di S. Marta di Trivento, forse storpiatura del nome e in luogo di Tridente.
Dopo questa data, e precisamente nel 1436, l'Abbazia fu data in commenda all'Abate Benedetto Leone, del monastero del SS. Salvatore dì Messina, che ebbe anche possessioni sulla Grancia di S. Maria di Alica o Alithia. (S. Maria della Verità), in quel di Pietrapennata, dell’Archimandritato di S. Ippolito, di Palizzi.
Il 9 maggio del 1551, il delegato apostolico, Padre D. Marcello Terracina, Archimandrita del monastero di S. Pietro di Arena, visitò, per ordine del Papa, Giulio III, insieme con il suo vicario D. Paolo di Cosenza, l'Abbazia di S. Maria de Tridetti, «iusta Moctam Boccalinam» (presso Motta Bovalino), che trovò abitata soltanto da un giovane secolare (ved. Raschellà - Saggio stor. sul monach. ital.- greco; Spagnolio; Orsi ecc.), la cui chiesa era e quasi «spelunca latronum et animalium». Troppo chiara e manifesta appare, ormai, e grave, la corruzione di quei monaci mondani; del sec. XVI. Con il principio del secolo XVII, l'Abbazia può considerarsi finita; e niente ci può far credere che, in questo periodo, sia rimasta in piedi.
Un pò prima o coeva alla fondazione di S. Maria dei Tridetti, esisteva in Palizzi un'altra Abbazia basiliana, quella di S. Ippolito, di cui faremo, in seguito, una particolare trattazione. Terminiamo con le parole dell'Orsi: «S. Maria de Tridetti è una nuova conquista dell'arte bizantino  normanna della Calabria, così debolmente conosciuta; è un altro elemento da aggiungere alla storia monumentale di questa regione, che se non fu grande, ebbe tuttavia i suoi fasti ».
FRANCESCO NUCERA
GAZZETTA DEL SUD, 15 MAGGIO 1957

*Il termine grangia (o grancia) indicava originariamente una struttura edilizia utilizzata per la conservazione del grano e delle sementi.

Pietro Paolo Giorgio Orsi (1859 – 1935), archeologo italiano si dedicò prevalentemente all'esplorazione della Sicilia e  della Calabria.

Candido Zerbi (Oppido Mamertina18 novembre 1827 – 3 dicembre 1889) è stato un politico italiano, senatore del Regno d'Italia.

Francesco Nucera è apparso dapprima qui:

https://iloveplati.blogspot.com/2026/02/la-fortezza-nascosta-akira kurosawa1958.html

Le foto originali sono qui:

https://catalogo.beniculturali.it/detail/ArchitecturalOrLandscapeHeritage/1800012070

 














 

giovedì 12 febbraio 2026

La fortezza nascosta [Akira Kurosawa,1958]



ITINERARI CALABRESI

Bruzzano Zeffirio
o Bruzzanum Vetus
8i affaccia da un poggio poco elevato tra il verde delle piante
Nell’anno 925 subì l'urto degli arabi, che lo rasero al suolo

  Bruzzano, 25 genn.

  Questa Bruzzano, che, dopo Brancaleone, si affaccia da un poggio poco elevato, fra Il verde delle piante, fu una delle prime borgate che. nell'anno 925, subì l’urto degli Arabi e fu rasa al suolo. Fu un borgo dl un certo rilievo, in quell'epoca, per essere stato preso dl mira da! ciambellano Gafar-Ibn-Ubayd*. 
  L’episodio viene ricordato dalla «Cronica di Cambridge» pubblicata dal Caruso, prima, e dall’Amari, poi, in «Biblioteca arabo-sicula». Esso si trova, secondo il geografo Edrisi*, a 6 miglia dalla fiumara La Verde, presso Bianconuovo, fiume perenne, in quei tempi, e a tre miglia da Capo Zeffirio e Capo Bruzzano.
  Le misure date dal geografo arabo, che scrisse nel XII secolo, sono esatte, e fanno cadere la borgata, proprio nell’attuale Bruzzano, che la «Cronica» indica con il nome di «r. sah». Diremo in seguito quale importanza si debba dare alla regione bagnata dalla «La Verde». non soltanto per motivi storici ma anche per motivi archeologici.
  La. moderna Bruzzano sorge, come si è detto. su un rialzo di terra che emerge dal torrente omonimo, a circa 5 Km. dal mare. E‘ una modesta umile cittadina, dalle larghe strade lastricate e dalle casette nane, piccole, disadorne, un po' sdrucite dal tempo. Pare abbia tentato, chi sa quando, di vestirsi a nuovo, come fa la contadinotta, che scende al piano della sua montagna. Ma, nel cammino, perde i nastri e le frange! Così perdette, man mano, il suo splendore la vecchia Bruzzano, se pur lo ebbe, e pare che più nulla rimanga di quell’antico mondo, che investì di luce questa plaga. Di là, sulla destra, guardando il mare, che appena si scorge attraverso il valico della valle, sta su di una roccia, l’antico castello ducale, e il vecchio diruto paese. costruito accanto, tutto squassato e sconvolto nelle mura. Vi si giunge, pertanto, dal centro di Bruzzano nuova, per una strada carrozzabile maltenuta, che va a finire a fondo cieco a Motticella, frazioncina di poca importanza, posta accanto al torrente. Da questa strada si diparte, in salita, una mulattiera, che porta a Bruzzanum Vetus.
  Abbiamo voluto vedere, da vicino, questa diroccata scheletrica cittadella, che apparve nei nostri sogni come l’ultimo baluardo bruzio di nostra gente; l’ultima propaggine di questa rude progenie. di cui tanto si favoleggiò nei secoli: invitta custode d’indomabile fierezza. Ma, fisso il pensiero nel buio dei secoli, non un raggio o scintilla che si colga da quell’ammasso di pietre in rovina. Una fungaia di ruderi. Per nulla maestosi, un cumulo dl rottami, un coacervo di case sfondate, muri spioventi, squassati, desolati, e. in fondo, un arco di trionfo eretto dalla riconoscenza di un popolo, asservito, che sembra sfidi i nuovi tempi, le cieche forze della natura e il barbaro mestiere dei martelli. E, in atto di abbandono, la vecchia pieve implorante... Sulla destra del castello, in parte ancora conservato. la montagna, tutta verde per gli ulivi secolari che la ricoprono, scende quasi perpendicolarmente a valle. È una visione, senza dubbio, pittoresca. che ha per sfondo la montagna verdeggiante, di un tappeto uniforme, eccetto di un tratto ad oriente, su cui appare il cono ricciuto di Ferruzzano, al cui limitare stanno appese le abitazioni periferiche dl questo piccolo centro. Di fronte e in alto, Staiti. anch’esso tra gli ulivi. e Motta Brancaleone. che fa da guardia al mare. Nella valle, bagnata dalle acque della fiumara di Bruzzano, un tempo acquitrinosa e malsana, si scorgono vaste oasi di gelsomino. di un verde meno intenso, e qua e là piccoli campi di agrumi, che tengono posto ai vecchi prati di cotone.
  La situazione economica del paese. che apparentemente sembrerebbe florida, per la notevole estensione degli ulivi, non è per niente rigogliosa, e, pur potendo avere altro sviluppo, data la sistemazione definitiva del torrente, che ha avuto il pregio singolare di essere, per primo, bonificato, fin del 1913, ritarda dl molto ed è abbassata.
  Dal punto di vista storico, Padre Fiore*, in «Calabria Illustrata», ci dice che Bruzzano fu detta Brutium da Pomponio Mela*, e Brutianum da altri, riaffermando l’opinione di Razzano e dl Fra Leandro Alberti, che la vogliono fondata dai Bruzii. Che sia antica, lo attesta la notizia riferitaci dalla «Cronica», e la bolla del Pontefice Alessandro III, del 1175, che confermò al Monastero del SS. Salvatore di Messina la sovranità su alcuni luoghi della Calabria, fra cui quella «Ecclesiam Viti cum tenimentis de Bruzzuno»; e fu chiamata, in tempi più recenti, Motta Bruzzano, in dipendenza della sua costruzione su una eminenza dl terra incastellata. Venne distinta, nei tempi di mezzo, col nome di Bruzzanum Vetere, forse in epoca in cui stava per sorgere la novella Bruzzano. Nell'ordinanza di Carlo I d‘Angiò, del novembre 1260, fu compresa nella divisione giurisdizionale del litorale ionico e sottoposta alla sorveglianza dell’ufficiale regio Tommaso Baldlno e nella custodia di un notaio Eugenio di Sant’Aniceto, presso Reggio.
Nella «Taxatio» del 1276, la troviamo ricordata col nome dl Vetus Bruzzanum e col nome dl Brudianum e Bulsanum in altri documenti. Fu detta anche Bursanah. Il 5 agosto 1284, Carlo II d'Angiò, Principe di Salerno, pose il campo sulla spiaggia dl Bruazano (castris litore Bruczani), dove fece concentrate le truppe per l’assedio di Reggio; e dal 5 al 10 agosto emise, da questo campo, una serie di privilegi ai Siciliani. E, spigolando Ira le carte, la troviamo, nel 1328, sottoposta al dominio di un Nicolò Ruffo, primogenito di Fulco, conte di Sinopoli, che fu comandante militare nella zona di Bruzzano-Squillace. È probabile che, dopo di lui, il feudo sia passato alla famiglia Caracciolo, di origine napoletana, e quindi, ad Antonio Centelles, che prese parte alla congiura dei Baroni e fu giustiziato. Prima o poi, data la incertezza delle date, il feudo passò alla famiglia Correale, di cui, Merino fu governatore di Gerace per conto di Re Alfonso. Lo ebbe anche Tommaso Marullo, per vendita fattagli da Federico d'Aragona, nel 1456.
  Ne] 1592, il feudo fu venduto a Pietro d'Aragona Ayerbo, per 21 mila ducati; e, dopo  «intrighi ereditari con la famiglia Stayti», passo a Don Vincenzo Carafa, duca di Bruzzano, marchese di Brancaleone, conte di Augusta e signore di Sambatello, forse in condominio con il fratello Don Paolo che prese parte alla guerra d'Ungheria e delle Fiandre. Ignoriamo da quale ceppo discendano questi due nobili gentiluomini, nati entrambi nel castello di Bruzzano, ma si ha l’impressione che il ceppo più antico sia quello dei Caracciolo, del patriziato napoletano, che sappiamo diviso in tanti rami. La famiglia Carafa acquistò notevoli privilegi nel sec. XV, ed ebbe molti incarichi da Re Alfonso.
  Per quanto di nostra conoscenza, non è dubbio che quei due gentiluomini di Bruzzano appartengono alla famiglia principesca del Carafa di Castelvetere (Roccella Jonica), dal cui ramo non è certo se sia uscito il «principe juriconsultorum», Giovan Antonio Carafa, che tu nominato Presidente della Regia Camera, con obbligo d'insegnare diritto civile nell‘Università di Napoli, nel 1485.
  Forse, dello stesso ramo è quella «figura dantesca» di Ettore Carafa della legione partenopea, mandato al supplizio, da prode, in un supremo slancio di latinità, magnifico esempio di soldato, che sfida la secolare viltà dei tempi e la supina acquiescenza, degli italiani. Questo prode, ricordato de Ippolito Nievo, è la più bella figura del sec. XVIII.
Francesco Nucera
GAZZETTA DEL SUD, 27 gennaio 1956

 L'immagine in apertura è uno scatto in merito ad un sopralluogo a Bruzzano Vecchia nell'anno 2020.

 

lunedì 1 dicembre 2025

SORELLE [Marco Bellocchio, 2006]


Pina Miceli
(al centro in alto)
25 settembre 1946 - 27 novembre 2025

SORELLE SI DIVENTA

 Ad un certo punto la differenza d'età non si sente più: ci separavano sei anni ma non ce ne siamo mai accorte. Eravamo diverse ma compatibili, lontane ma sempre vicine, ci piaceva ridere, ci piaceva andare al mare ci piaceva andare a Roma. Nei caldi pomeriggi d'estate, da adolescente, mi precipitavo a casa sua dove si ricamava e si rideva spensierate, felici dell'aria fresca, del pane col pomodoro "stricato" che sua mamma ci preparava. Lei era delicata, discreta, sempre certa di essere meno delle altre e invece era bellissima, con una classe innata, di quelle che con uno straccio addosso faceva tendenza. Aveva un sorriso dolce, mai un'alzata di voce. Piangeva delle angherie che la vita le presentava. Aveva una grande fede cioè aveva fiducia in Dio e negli uomini. Amava chi la circondava senza risparmiarsi. Aveva paura delle sue paure ma le affrontava, aveva paura del futuro ma lo affrontava con delicatezza. incarnava situazioni antiche tipiche delle nostre parti “ciò che ti accade deve accadere". Eppure questa sua complessità si traduceva nella dolcezza dei suoi sorrisi, nella volontà di accontentare tutti. Ha minimizzato lo straordinario di certe scelte non si è mai vantata delle sue conquiste. Ci siamo frequentate sempre con assiduità, parlarci e confidarci era un'abitudine. Non avevamo sorelle ma sorelle ci siamo ritrovate. e la ritrovo nelle foto, nei messaggi nel ricordo della sua voce. La penso polvere posata sugli oggetti che mi ha regalato, soffio nei ricordi che a lei mi legano, meteora in un cielo che oggi è buio. Ciao Pina.

Maria



 

giovedì 15 giugno 2023

Legami [di Pedro Almodóvar - 1990]

 

… condividere la lettura di qualche decina di libri è un vincolo più forte del sangue.
Cormac McCarthy, The Passenger, 2022



La pubblicazione odierna è per Domenico Polito editore nostrano.

martedì 23 maggio 2023

The Silver Chalice [di Victor Saville - 1954]


L’odierna pubblicazione la devo a Domenico Jermanò che giovanissimo per com’è, oltre a rincorrere per mari e monti la “Regina Angelorum”, si affanna a mantenere vive le tradizioni ecclesiastiche platiesi. Il calice, ben più prezioso del titolo in apertura, che nella base porta incisa la dicitura Il Cav. Francesco Oliva fu Rosario alla Madonna del Rosario – Platì Aprile 1905 è una sua scoperta. Le notizie sul donatore sono poche: figlio del citato Rosario e della nobildonna Marianna Morabito nacque a Platì il 29 marzo del 1852. Lasciò il Paese per stabilirsi in Gerace dove sposò la ventunenne signorina Francesca Serafina Maria Ferrante il 7 aprile del 1890 ed in quella cittadina visse. Lasciò le spoglie terrene il 22 aprile del 1939 a 87 anni.

 

 

mercoledì 16 novembre 2022

Il cammino del vino [di Nicolás Carreras - 2010]


BACCO IN... CALABRIA
LA VITE E IL VINO
fonti di ricchezza
Il prezioso liquido rosso è il segreto carburante della vita
della nostra regione forte e generosa, sobria e fantasiosa
 
Fermentazione. Questa parola gorgoglia, consuma, odora, in un remoto bisogno di mutare, di trasfigurare, di travolgere e ci induce a pensare a fatti omerici e meravigliosi.
La fermentazione avviene, meglio e più intensamente che altrove, nell'uva, nella quale per una specie di miracolo lo zucchero diventa alcol, il dolce diventa inebriante. Per poter capire qualcosa di questa complicata faccenda — che ha una gran parte nella storia, nell'amore e nell'odio degli uomini — bisogna visitare qualcuno dei più importanti centri di produzione del vino.
Il vino, di quello rosso intendo parlare, ha il colore e la temperatura del sangue, ha una latente drammaticità e mi fa quasi paura. Non saprei incominciare questo discorso, se da Noè che bevve per primo l'essenza spremuta dai grappoli e cadde poi in un profondo sonno, oppure da coloro che lo cantarono, e sono tanti. Redi cantava Bacco in Toscana, Io preferisco decantare Bacco in Calabria, poiché le sorgenti più generose più impetuose del vino, in una Italia che si chiama anche Enotria, sono notevoli e rinomate anche in questa regione, che ha subito tante vicende, e che cordialmente ci beve sopra.
In molte zone della Calabria si parla di geli, di dolci e di bibite squisite, ma a Castrovillari, Frascineto, Civita, Cassano, Donnici, Ciro San Biase, per il vino del quale non si parla e a cui si mostra di non pensare, si vive.
Infatti a Castromllari, qualcuno ricorda ancora girare, con una piccola otre a tracolla un vecchio che per un centesimo offriva un bicchierotto roseo, leggerissimo, detto «acquato».
A Cassano Ionio si ha ancora memoria di un celebre banchetto, che si consumò sopra uno degli spaziosi e monumentali tini del più ricco possessore di vigneti del luogo.
I vecchi ricordano ancora che nei luoghi dov'era penuria d'acqua, mentre il vino scorreva a torrenti, si dava, incredibile a dirsi, un litro di vino in cambio di un litro di acqua.
II vino è, dunque il segreto carburante della vita di questa regione forte e generosa, sobria e fantasiosa: ed è bene che sia così, perché le cantine molto più degli oleodotti sono, alla fine dei conti, necessarie a alla felicità.
Dionisio e Cerere sono, in Calabria, due amici fidatissimi, due fedelissimi sposi: ma, mentre Cerere è dappertutto onorata, m pochi luoghi come nelle campagne di Castrovillari, Ciro, San Biase, Dionisio mostra i segni della sua gloriosa personalità. Secondo il vino che gustano e che producono — si possono spiegare i drammi, le conquiste, le stranezze, le poesie delle diverse popolazioni.
Tra il vino e la poesia sta, anzi, un rapporto arcano, fondato sullo stesso grado di alcolicità e di colore.
Ebbene, eccettuate alcune zone della Sicilia, delle Puglie e della Toscana, nessun altro luogo d'Italia fa pensare al potere del vino come la Calabria, dove se ne produce del bianco, nero, rosso e di color rubino.
Se sono utili una educazione enologica ed una educazione viticola, entrambe, in Calabria, tono progreditissime.
Non vi parlerò di cifre, di cantine, di doghe, di botti, di tini e di vetro, di vinacciuoli e di bucche, di raspi, di distillazioni, di torchi, di botole, attraverso le quali si scende in un favoloso paesaggio, dove brulica una popolazione dalle mani paonazze. Ma vi dirò che in Calabria si cura il vino teneramente, come si può curare una amorosa o un neonato. E la bontà del vino, come si sa, dipende dalle cure che riceve.
Delicatissimo, quasi nervoso esso può alterarsi per un nonnulla. E i produttori calabresi hanno una sensibilità quasi lirica, quasi musicale del vino, interpretandone squisitamente l'età la resistenza, le forze le debolezze.
Ho visitato stabilimenti grandiosi in quel di Ciro — la città del vino per antonomasia in Calabria — ho visitato Frascineto, Cassano Ionio, San Biase, Donnici dove sono rivoli, fiumi, cateratte di vino.
È impressionante vederlo precipitare sotto terra, nelle capaci botti di vetro, quando sulla terra tutto appare ridente e tranquillo. È un torrente quasi minerario, un torrente di oro e di porpora. Sembra una emorragia di giganti!
Queste fontane occulte e scarlatte sono più spettacolose delle fontane di Trevi e dell'Esedra.
È la tempesta. La tempesta del vino è più spaventosa di quella dell'acqua, perché è illuminante, perché ha un odore selvaggio che atterra, perché ha impeti, marosi, muggiti che insieme esaltano e folgorano.
Il lavoro è intenso, quasi febbrile, in alcune ore dentro i vigneti, e in altre ore dentro i depositi, durante la vendemmia.
Poi, viene una assoluta pace, un'estasi e tutto dilegua tra sfumature giallognole, in un profumo lontano.
Il vino invecchia e nessuno sa quali tradimenti, quali emozioni serbano i fiotti, che dai barili passeranno nelle bottiglie e scoppieranno, poi, come cannonate sulle mense dei gaudenti, delle donne dannate o sul modesto desco dell'operaio, che suda e lavora.
Sui deschi dei patriarchi e dei monaci o nelle alcove dei peccatori giungeranno con nomi fatui e mondani, e saranno le bottiglie del perdono, della sanità, dell'oblio.
Riempiranno gli scaffali, popoleranno le biblioteche di coloro che preferiscono bere invece di leggere, che preferiscono il moscato alla filosofia e l'aleatico alla storia mentre le vaste sfere dell'immaginazione, attraverso la gola, sono per la maggior parte alimentate dagli opimi raccolti di quel frutto dorato dei vigneti della Calabria che hanno vinto tremende battaglie contro la filossera e la peronospera, l'oidio e la tignola.
E, per concludere, mi viene una bella idea. Gli alienisti dovrebbero censire gli alcolizzati; e, durante la vendemmia, dovrebbero essere incolonnati verso la Calabria per lavorare presso gli enopoli.
Quando il vino diventa una procella, quando non è più liquido ma è aria e asfissia, esso dà, ve lo assicuro, un indimenticabile terrore. Quel terrore guarirà sotto terra, gli ubriaconi una volta per sempre.
Questa è l'idea che ho a favore di coloro che si sono ammalati per ti vino e che nel vino stesso troveranno la salvezza.
In quanto alle persone sane, alle persone che, sopra la terra, sanno apprezzare e misurare questo dono di Dio, con deliziosa sapienza, io mi avvicino ad esse e torno a sussurrare: «Castrovillari, Frascineto, Civita, Cassano, Donnici, Ciro, San Biase».
Non è la cantilena di un ferroviere. È una tentazione, è un perfido consiglio.
FRANCESCO GESUALDI
GAZZETTA DEL SUD, 23 agosto 1957

 

giovedì 27 ottobre 2022

NOPE [di Jordan Peele - 2022]

 I will cast abominable filth upon you, make you vile, and make you a spectacle.” Nahum, 3.6

Carlo vive 




ed anche il Maestro

venerdì 15 luglio 2022

A Chiara [di Jonas Carpignano, 2021]

A Chiara (2021) di Jonas Carpignano è un film su cui si possono riservare ore su ore di dibattiti tanto è il coinvolgimento per chi riesce ad apprezzarlo. Il regista italo- americano ha eletto Gioia Tauro sua terra adottiva e a motivo di essa ci racconta la Calabria, o se volete, per dirla con parole attuali, la Città Metropolitana di Reggio Calabria. Importante per portare a termine in modo speciale il film in questione è la scelta stilistica e la volontà di ritornare alla pellicola, usando per questo mezzi tecnici leggeri che permettono al regista di stare sempre al passo, sempre in movimento, degli interpreti, restringendo il campo visivo, e risaltare la psicologia dei personaggi, senza dimenticare la maggiore resa cromatica. Il lavoro si può facilmente suddividere in quattro parti, più un segmento centrale che è la vetta più alta raggiunta nel lavoro del regista: la vita di una famiglia di Gioia Tauro; a Chiara; la sopravvivenza, l’epilogo. Ciò che non convince è proprio l’epilogo con “la svolta narrativa poco probabile”. Carpignano con un procedere che riporta alla lezione di Roberto Rossellini ci mostra la vita di una tipica famiglia calabrese di neo arricchiti.  Il suo quotidiano, come quello di una qualsiasi famiglia sulla terra, è crescere i figli nel modo migliore possibile, anche se esse sono tutte ragazze: la scuola, l’apparecchio odontoiatrico, la palestra, gli amici, i selfie, i diciotto anni della maggiore di esse, il trend che a volte emerge come kitsch. Chiara scoprirà presto che tutto questo ha un prezzo. Crescere ha un costo. Il segmento centrale citato: è il momento decisivo per Chiara, quasi una sorta di limite tra l’adolescenza e le future sofferte scelte, qui rivediamo Pio Amato passare dalla ciambra alla maturità, alla consapevolezza di sé, ad un futuro responsabile.

domenica 19 giugno 2022

L'istruttoria è chiusa: dimentichi [di Damiano Damiani 1971]

Don't you believe in medicine, Doctor?
Do you believe in justice, Judge?
René Claire, And Then There Were None (Ten Little Indians Went Out To Dine …), 1945


Solo io posso giudicarmi. Io so il mio passato, io so il motivo delle mie scelte, io so quello che ho dentro, io so quanto ho sofferto … io nessun altro. Oscar Wilde
Potranno tagliare tutti i fiori ma non fermeranno mai la primavera. Pablo Neruda
La cultura rende un popolo facile da guidare, ma difficile da trascinare. Facile da governare, ma impossibile a ridursi in schiavitù. Henry Brouham
Varie e molteplici sono le citazioni a cui ricorre Antonio Papalia (classe 1975), dalle Sacre Scritture a William Shakespeare ad André Gide, dentro il suo ultimo lavoro letterario e visivo: Stanze chiuse riflessioni dall’oscurità, 2000, BookSprint Edizioni*. I lettori platiesi, urbi et orbi, l’hanno ignorato preferendo i facili titoli da caffè. Un po' filosofo, un po' sognatore, fervente religioso. Dentro l’Istituzione che lo detiene, in solitudine e per necessità, corrisponde con il Cielo ed i terreni mortali da Sant’Agostino a Rutka Laskier, ad Alan Kurdi, spesso con il proprio figlio, il proprio padre. Tempo e spazio, infinito il primo, esiguo il secondo: la cella, "l'aria", la biblioteca. Dentro quest'ultima comincia la sua rinascita. “Iniziai a leggere qualche libro, o almeno tentavo,. Non capivo e non ricordavo nulla di quello, che leggevo, e allora cominciavo daccapo lo stesso libro, lo stesso capitolo, la stessa pagina, fino a quando non avevo compreso una piccola parte di quello che leggevo. Le prime volte era come se la testa dovesse scoppiarmi, ma poi, passo dopo passo quando chiudevo il libro e iniziavo a ricordare qualcosa, in qualche modo ero felice … Non mi importava cosa leggevo, anche perché non potevo avere chissà quale imbarazzo di scelta circa gli autori o le cose in genere… A arte il fatto che di autori non conoscevo alcuno, non avendo mai sino ad allora letto un libro”. A seguito dell’accanita lettura nasce l’esigenza dello studio, licenza di scuola media inferiore, diploma e studi universitari, questi ultimi non del tutto portati a termine. Da qui la consapevolezza di essere qualcuno, seppur vittima di un sistema che ignora i diritti umani. C’è da rilevare che il lavoro editoriale, su cui uno scrittore fa sempre affidamento, è a dir poco scadente essendo mancate da parte della casa editrice la revisione e una giusta presentazione, per non tacere sul lavarsi le mani in sede di responsabilità che non impegnano l’editore, lasciando all’autore le opinioni come nuove possibili sanzioni da Giudice Istruttore.


-*disponibile presso la tabaccheria di Gelsomino Barbaro a Platì.

lunedì 18 aprile 2022

Il fiore delle mille e una notte [di Pier Paolo Pasolini - 1974]



IN PROSSIMITÀ DELLA STATALE 106
La raccolta dei gelsomini
nella Valle di Bruzzano Zeffirio
È un lavoro veloce e delicato che dev'essere svolto con calma
Tra un coro e l'altro le belle giovani sognano ad occhi aperti
 
Bruzzano Zeffirio, 2 dicembre
II viandante notturno che da Reggio Cal.., percorrendo la statale 106 che guarda gli incanti dello Ionio, si sposti verso Catanzaro e voglia fermarsi nel tratto di strada che tra i paesi di Brancaleone e di Ferruzzano costeggia contrada Manzo appartenente al comune di Bruzzano Zeffirio, vedrà una vallata di alberi ed arbusti appena chiazzata dalle diafane luci delle stelle, maliziosamente accarezzata dal murmure delle onde che fomitano sulla soffice sabbia il tormento di antichi eroi Omerici che ancora gli irati Dei costringono ad errare di scogliera in scogliera per l'eternità.
Udrà un canto aleggiare fra gli arbusti, sperdersi in dolce armonia con un profumo meraviglioso verso le stelle, ed avrà l'impressione di sognare. Crederà per un attimo che le sirene, stanche di attirare sulle scogliere gli incauti naviganti, dopo avere abbandonato i dolci lidi, si siano trasferite a cantare la loro fatalità sulla terraferma, all'ombra di alberi ed arbusti. In quel grandioso giardino dove a migliaia crescono i gelsomini, questi strani minuscoli fiorellini bianchi dal suadente profumo.
Ma chi, verso l'alba e quando il sole dopo essere filtrato attraverso il rosso candore che in lunghe strisce si adagia al di sopra del mare in quell'ora maliosa, voglia sostare a lungo perché stanco del cammino o perché attratto da qualcosa d'insolito, vedrà una sterminata pianura di verdeggianti, filari cosparsi di bianchi fiorellini e tante donne, piccole e grandi, dai lunghi stivali e dai fazzoletti variopinti come vuole la tradizione più antica della Calabria, allungare vorticosamente le mani in un carosello che ha del miracoloso, strappare due, cento, mille fiorellini, riporli con cura nel sacchetto che ognuna tiene appeso alla cintola.
In quel luogo, per tutto il periodo estivo e sino all'ottobre inoltrato, si svolge la raccolta dei gelsomini, è un lavoro veloce e delicato perché  si deve pensare a raccogliere quanti fiorellini è più possibile e nello stesso tempo badare a non rovinare le piante che sono di una delicatezza estrema.
Le principianti dopo un lavoro di sei e sette ore riescono appena a raccogliere tre chili; ma le anziane, forti dell'elasticità acquisita in anni di esperienza, raccolgono anche sette e più chili.
Il lavoro viene svolto con calma e con gioia, e tra un coro e l'altro, le belle fioraie hanno tutto il tempo di sognare, là che il murmure del mare e la suadente bellezza del cielo cosparso di stelle invitano ai sogni, il loro principe azzurro.
Il maggior contributo di donne alla raccolta viene dato dal paese di Bruzzano che si trova a pochi km. di distanza, nell'interno, e precisamente nella tremenda vallata che guarda il grigio Scapperrone, i monti di Bova e le rosse timpe di Ferruzzano.
A Bruzzano, ogni notte, quando l'orologio della torre Civica tuona fortemente il rintocco delle ore piccole, deboli lumi si accendono nelle case e il silenzio delle vie viene rotto dal tonfo misurato degli stivali e dalle voci delle amiche che invitano alla sveglia le più pigre.
All'uscita del paese attende un rombante camion, e come ogni notte, come sempre e da anni ormai, non appena l'ultima donna è salita, parte ver so il luogo del lavoro.
Naturalmente non si marcia in silenzio perché il fatale mistero della Calabria, questa terra antica e favolosa che ama fomitare tutt'intorno da ogni albero, da ogni zolla e da ogni creatura, la sua pietà e la sua forte malinconia, spinge tutte le donne al canto; ed un sol coro si eleva allora verso il cielo in un'ansiosa ricerca di felicità e di bene, svolge lentamente, pacatamente, l'antico dramma di questa terra.
Sul luogo del lavoro, intanto, con altri mezzi sono giunte le donne di Brancaleone, civettuole e vanitose di quella vanità che è propria di chi vive nella marina; quelle di Razzà, serie e composte; quelle di Platì, silenziose ed austere; ed allora, tutte insieme, si dà inizio alla raccolta.
Compostamente, due per filare, incominciano a spogliare gli arbusti, alti qualche metro, dei bianchi leggerissimi fiori.
Cosi, per ore, immerse nel chiarore vellutato di queste notti d'estate piene dì stelle e di lucciole, raccolgono la loro vita, il pane quotidiano; e cantano canzoni vecchie quanto i tempi che i padri hanno ereditato dai padri e tramandato ai figli in questa fuga verso l'eterno che la Calabria nemmeno avverte, immersa com'è nel suo fatale lento cammino sulle stesse zolle di ieri e di sempre.
Quando la raccolta è finita e soltanto il verde dei filari chiazza la vallata, le donne ridendo e scherzando si recano nello stabilimento per la lavorazione per consegnare, dopo averlo pesato e fatto registrare, il bianco raccolto.
Il giorno più bello è quello del pagamento: allora la dolce fioraia che ha finalmente vinta la riluttanza dei familiari, riunitisi per l'occasione in serie e dignitosa assemblea, magari con la complice parola del fratello che andato a fare il soldato in regioni evolute ha visto e conosce il mondo, potrà finalmente tagliarsi i capelli ed affidarli alla corrente elettrica per una meravigliosa ricciolatura.
Per il vestito da indossare in occasione della prossima festa c'è tempo per l'altro pagamento.
Le anziane pensano alle scarpe da comperare alla figlia maggiore che va a sarta e deve figurare ed al problema del vettovagliamento che impone la sua ferrea legge specialmente quando lo sposo per mancanza di lavoro riscalda i marciapiedi del paese.
Ed ogni notte ritornano al lavoro, felici in quella pianura piena di fiori, di stelle e di lucciole, e cantano la profumata canzone della loro quotidiana fatica.
BILL MODAFFERI
GAZZETTA DEL SUD, 3 settembre 1956

La lavorazione del gelsomino per anni ha costituito un importante risorsa economica per le popolazioni della locride; anche molte donne e ragazze di Platì, come nel caso già riportato delle raccoglitrici di olive, vi hanno contribuito per aiutare le famiglie onde procastinare l'esodo verso altre terre.

Il documentario di Giuseppe Lisi del 1957, in edizione integrale, ricalca, sebbene con altri toni, il testo di Bill Modafferi.