del cor mio i palpiti
Francesco Portolesi
EPISTOLA QUARTA
AL MAESTRO ROSARIO FERA COMMISSARIO IN
PLATÌ Ahi! maestro insigne!
Pessimo giuoco avete fatto alla vostra causa,
affidandovi, nel rispondermi, alla imbecille firma del gerente responsabile.
Mascherina ti conosco!
E’ tutto dire a Platì, la feccia e il trivio,
la depravazione e la suburra.
Per costui adatto a me i versi del poeta immortale:
«Non ti curar di lui ma sputa e passa». E sputo e passo!
E vengo a voi, maestro Fera, chiedendo venia,
agli amici che mi seguono, se mi sia un tantino distratto con Domenico Campi e
C. i. Una battuta di attesa quella mia e una necessaria chiarificazione per chi
vive lontano dal delizioso vostro Comune.
Dicevo, dunque, pessimo giuoco il vostro
quello di accozzare alla meno peggio quattro periodoni ormai fatti e rifatti e
mandare fuor la panacea a firma d’un disgraziato che, senza badarci, rischia di
fare le spese per tutti.
Ed è indegno, indegno assai, per un maestro
elementare e più per un avvocato del vostro valore, che altri firmi una certa
difesa da voi compilata ad esclusivo vostro uso e consumo.
È
indecoroso, e quanto,
per un fascista tutto fede, e peggio, per un segretario politico tutto ardore,
il servirsi del più abietto e del più vile rettile umano, ex disertore e per
giunta, onde parare i colpi che l’avversario, da voi tirato in lizza - nella
illusione che fosse un vigliacco – magistralmente si appioppa sul mal fermo
groppone.
E’ nauseante poi addirittura che un
funzionario, dallo sguardo diritto, e dal cipiglio fiero, scriva la sua difesa e
la mandi poi in giro – nella speranza di non essere scoperto - con la firma
d’un proprio dipendente e salariato, sia esso il tesoriere provvisorio del
Comune o l’appaltatore del dazio o l’accalappiatore di cani.
E’ triste, triste, triste.
Di fronte a tanta volgarità di finzione e a
tale miseria di animi, sento ingigantire me stesso; sentomi sollevato di mille
e mille cubiti, mentre il disprezzo e la pietà mi tiene.
Oh! no, non credevo dovesse cosi
melanconicamente la lotta che il mio rivale - baldanzoso e spavaldo - aveva
fatto intendere gigantesca; egli che si figurava come un titano della penna,
mentre nascondeva nella molle arena del circo i piedi di argilla e cautamente
celava sotto la maglia dello schermitore la viltà del suo cuore meschino.
E‘ triste, triste assai!
Né il vano gracidare mi tange.
Che io abbia rubato nella gestione annonaria
del Comune per lire trecentomila lo avete detto financo alle pietre. E’ da
dieci mesi che lo predicate al minuscolo gregge ed è mille e mille volte che lo
ripetete nelle vostre scritta.
Ed io vi ho risposto di già nella mia prima epistola,
che fingete di non aver letta. Né credo di dovermi ripetere, ma ad essa vi
rimando.
Pensate forse che io infilzi vocaboli a
vocaboli per il gusto matto di riempir delle pagine? No, maestro, le mie parole
hanno tutte un nesso e tutte vi sono artatamente poste.
Siete voi, che, al costo di serii o lievi
argomenti, da opporre alle mie rivelazioni,
girate al largo con la solita tiritera rivolgendomi delle parole più o meno
biliose, che tradiscono la vostra interna ambascia; siete voi, che scioccamente
pensaste di potermi distrarre dalla diritta méta, offrendomi a bersaglio —
lurido cencio umano — il gerente responsabile.
Né capisco a che pro avete stampata la filatessa
del 28 febbraio u. s., a me dai qualche giorno pervenuta. Con essa né mi
attaccate, né vi difendete. Immaginate forse di avermi demolito col dire che
sono un ex prete? Collega a Paolo di Tarso, no: per amore del cielo non
dite simili corbellerie!
A me certo non potranno rinfacciarsi le metamorfosi
della vostra brillante carriera.
Ricordo brevemente.
Foste,
come me, chierico, uscito dal seminario, vi ascriveste — facile passaggio - al
partito massone e ne seguiste per qualche tempo il rito, mostrandovi entusiasta
e fido gregario. Poi il sole dell’avvenire vi attrasse nelle sue smaglianti
spire e sognaste chi sa quale dolce miraggio di ricchezza e di benessere, finché
un giorno mons. Migliaccio non venne a Plati per impiantarvi una sezione del
partito popolare ed una banca.
Allora foste fra i primi ad iscrivervi e nella
riunione tenuta in casa di Mons. Mittiga, aveste il battesimo della nuova fede
con il fervore e la gioia d’ un neofita.
E cosi, con uguale dedizione, passaste al bolscevismo
e da questo al fascismo, salvo a ripigliar domani vostro fatale andare.
Io rimango pur sempre un ex prete... e me ne
vanto!
E se permettete — vivo un tantino anche di
reminiscenze che per me sono di poesia e di lettere, come potranno essere per
voi di pittura, con pastelli e macchiette.
Si vive un po’ tutti del nostro passato!
Né fate a voi buon servizio,
maestro illustre, col darmi dello straccione, sforzandovi a dimenticare
che, non una, ma più e più volte, avete bussato alla mia povera scarsella (come
dico ben!) e ne conservo documenti. Per quanto la memoria mi faccia difetto,
ricordo di non essermi mai vestito col superfluo della vostra ricca, guardaroba;
né mio padre - sant‘ armuzza - fece mai il massaro di casa Fera.
E niente, pur sapendo di mentire, - vecchio
metodo il vostro - quando asserite che io «implorai dal fiduciario Marcianò l’incarico
di costituire un fascio a Plati e fui messo recisamente alla porta».
Amico dott. Polito, tu che ne sai qualcosa,
che te ne pare del metodo Fera e Comp.i?
Ma, purtroppo, la bugia ha le gambe corte,
signor maestro!
Documenti che sono in mio possesso possono
darvi la più umiliante e clamorosa smentita.
E intano, con Fucci e Bianco,
Bianco e Fucci, non una avete osato smentire delle mie rivelazioni sul vostro
conto; non ad un solo avete risposto dei miei inviti categorici. E ne ho detto
di belle e carine, egregio avvocato!
Altro che fuoco di paglia il mio, se la mia prima
epistola vi ha spinto a venire a trovarmi financo in casa e cercarmi in
campagna con guardie e carabinieri, onde trarmi in arresto - dicono i vostri
dipendenti – non so se per oltraggio al pudore o per ingiuria alla maestà del
funzionario.
Ciò vedremo in seguito e per altra via; come
avremo modo di vedere e documentare da quale parte stiano le azioni turpi e
disoneste.
Oh se la prudenza non vi avesse indotto a
trincerarvi dietro il comodo paravento della legge. Allora si, egregio maestro,
che potremmo divertirci e sollazzarci; allora sì che la predica sarebbe stata
proficua, in questa santa quaresima e gli amici ne avrebbero tratta ammirazione.
Platì, 14 marzo 1924
FRANCESCO PORTOLESI
In apertura un collage con Franceso Portolesi (1883 -1951)
Lo stesso è apparso qui:


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