Tutta questa fantasiosa introduzione serve a un serial, come va di moda oggi, di pubblicazioni per commemorare il centenario della nascita della zia Amalia (1925 – 2017), l’otto agosto prossimo venturo.
“I'm a lone wolf, barking in a corner. Plain disgusted with a world I never made and don't want none of”. Clifford Odets,1944
lunedì 2 giugno 2025
Salita al Cielo - True Stories about Amalia Gliozzi (1925/2025)
Tutta questa fantasiosa introduzione serve a un serial, come va di moda oggi, di pubblicazioni per commemorare il centenario della nascita della zia Amalia (1925 – 2017), l’otto agosto prossimo venturo.
martedì 6 maggio 2025
L'ascesa [Larisa Shepitko, 1977]
Ode
Salve,
Divinità del Tevere, creata
In
questo giorno, mai ricordato, in cui
Vedi
gli anni di Pietro, e salve ancora,
O
Sommo dei Devoti!
I
popoli che vedono questo giorno esultano,
Poiché
credono che proprio allora per Te
Trasformi
le lacrime in riso, e in alma
Pace
la guerra.
Tu
per cinque lustri illimitate,
Barbaramente
preparate contro tanti figli,
Nel
corpo a malincuore sopportasti tollerante
Nel
cuore fatiche.
Donde
tanti eventi, se non per il fatto che fosti
L’integro
custode delle Tradizioni e della Fede?...
Che
tu insegni con la tua parola e la tua penna accorte,
Con
la morte proteggi!...
Di
qua ferve la Potenza di questo secolo putrido,
E
ferve il Principe che giace nelle Tenebre,
Stridono
con i denti e stolti tentano
Di
rovinare il Sacro[1]!
Ma
contro la Fede potranno pochissimo
Le
porte degli Inferi, come un’alta canna,
Subito,
anzi, spezzate periranno,
Testimone
il Maestro.
Come
il cane morde la pietra gettata,
Quando,
rabbioso, non può mordere la mano di chi gliela scaglia,
Così
fanno anche quelli che vedono il dono della Fede,
Ma
non possono toccarlo.
I
perfidi insultano il trono di Pietro e quella
Che
in tutto il mondo è venerata con pia devozione,
La
tua vecchiaia, la insultano tra la gente,
Dicendo
il falso!...
E
Dio stesso, per confondere gli ingiusti,
E
garantirti di nuovo cari fedeli,
Questo
Sole con nuova e insolita luce
Fece
sorgere.
L’ascesa
al soglio in questo giorno manifesta al Mondo
Che regni
col cuore, con l’anima, sui tuoi,
Che
s’impegnano tutti insieme per pagare il tributo
D’un tenero
amore.
Da qui
celebrano felici la tua vecchiaia,
Ti
salutano a gran voce, con le mani piene
Di corone
il seggio reale del duplice diritto[2]
Ornano di
fiori.
Testimonino
la loro gratitudine per un favore così grande,
Di qui si
dirigono in chiesa e chiedono calorosamente
Che il
Signore almeno fino a un secolo di vita
Ti
protragga gli anni.
Li
protrarrà!... verrà il tempo in cui i ribelli
Tristi
vedrai coi tuoi occhi
Implorare
il perdono ai tuoi piedi, con la fronte
Cosparsa
di polvere.
O Padre
benevolo, gioisci di una grande felicità,
Dio
prepara allori trionfali[3]
Per la
nave dei misteri e per te che la governi,
Percossi i
flutti[4].
Allora la
gioia sarà piena per il popolo e per Te,
Che
l’avrete ottenuta, con lo stupore delle persone,
Allora
“PIO NONO” e “salve” ripeteranno
Entrambi i
Mondi!
………………………………………………………………………………………………………………......
Vincenzo Fragomeni, Canonico Penitenziario della
Chiesa Cattedrale di Gerace
Il
celeberrimo Don Antonio Pujia, Arcipresbitero di Filadelfia, una volta che ebbe
letta quest’Ode, onorò molto l’autore, che era un suo Amico, con i seguenti
versi, composti secondo lo stesso schema metrico:
Modulando
la strofe saffica, o amico,
Prepari
innumerevoli allori,
Oh!
voglia il cielo rendere realizzati
Gli auspici formulati.
La
Volontà della Provvidenza divina, del Vecchietto sacro che indossa l’emblema
della dignità sacerdotale,
Che
conserva le chiavi del fedele Pietro,
Finché
supererà i colpi ostili
Protrarrà
l’esistenza[5].
[1] Il punto dopo Sacra andrebbe eliminato per recuperare il senso del periodo, che
così torna (stolidi, nominativo
plurale maschile, si riferisce sia a Potestas
che a Princeps e la concordanza viene
rispettata). Un’ipotesi più indolore potrebbe essere quella di tramutare il
punto in virgola, anche se in linea di principio qualsiasi modifica al testo
tràdito per me risulta sempre dolorosa. Notevole la frequenza delle iniziali
maiuscole, che ho cercato di mantenere, compatibilmente con le esigenze della
traduzione.
[2] Chiaramente umano e divino.
[3] Endiadi.
[4] Le virgole nel testo sono un po’
libere, ma questo è il caso più particolare: nell’ablativo assoluto fluctibus ictis, stando almeno a questa dispositio verborum, non dovrebbe
esserci alcun elemento separatorio.
[5] Ho mantenuto la
disposizione dell’originale latino, ma in realtà il periodo andrebbe riordinato
nel seguente modo, per una sua migliore fruibilità: «La Volontà della
Provvidenza divina protrarrà l’esistenza del Vecchietto sacro che indossa l’emblema
della dignità sacerdotale e conserva le chiavi del fedele Pietro, finché
supererà i colpi dei nemici».
Il Canonico Vincenzo Fragomeni (16 dicembre 1814 - 10 maggio 1884), geracese, compose l'ode in occasione del faustissimo giorno 23 agosto 1871 in cui Pio IX raggiunse gli anni ed i giorni del supremo pontificato di San Pietro in Roma.
Don Antonio Pujia (Filadelfia, 1818 -1886), fu arciprete di Filadelfia (VV)
Il documento originale apparteneva al sacerdote Prof. Rosario Oliva di Platì, ceduto dallo stesso ad Ernesto Gliozzi il vecchio.
Questo post è un'occasione per ricordare Larisa Yefimovna Shepitko (1938 - 1979) "one of the most prominent Soviet filmmakers".
sabato 26 aprile 2025
La forma dell'acqua [Guillermo del Toro, 2017]
IN
CALABRIA È TORNATA LA PIOGGIALa tragica sorte di Platìun paese destinato a sparireE
come Platì, spariranno sotto le frane Mammola, Caulonia, Grotteria, Africo e
anche S. Caterina d’Aspromonte se non si iniziano lavori di grande portata.
DAL
NOSTRO INVIATO SPECIALE
REGGIO CALABRIA, 7
Per
farsi un’idea dei disastri che l’alluvione ha provocato in Calabria, bisogna
andare a Platì.
Non è facile raggiungere, Platì un piccolo
presepio di seimila anime a trecento metri sul mare, e annidato in una gola di
montagna, ma è interessante andarvi, prima perché, come vi dicevo, i danni
dell’alluvione sono stati, in questa zona enormi, poi perché a Platì, come in
tutti questi paesini di montagna, che vivono sempre nel tragico presentimento
di una sciagura, si trova la Calabria, la più semplice e la più rude, quella
che in fondo è la più vera e dove il tempo pare si sia fermato in una estatica
contemplazione degli avvenimenti i quali si seguono per loro conto senza che
queste popolazioni si affatichino a rincorrerli.
Andiamo
dunque a Platì. Il treno ci porta sino a Bianconovo. Da Bianconovo a Bovalino –
9 chilometri – la linea è interrotta per il crollo del ponte.
Nei
primi giorni si trovavano pronti a Bianconovo dei camion e dei calessini che si
incaricavano di eseguire il trasbordo, non avendo le ferrovie dello Stato
provveduto ad istituire un qualsiasi mezzo che raccogliesse i viaggiatori; ma
da qualche giorno un povero diavolo, più per bisogno di fare qualche soldino
che per amor del prossimo, ha tirato fuori da chissà mai quale deposito di cose
fuori in uso, un vecchio arnese che un tempo doveva esser stata una corriera.
Del resto date le condizioni della strada che bisognava percorrere essa è
ancora in buono stato.
Spettacolo
desolante
La
corriera ansima, traballa e pare che voglia rovesciarsi ad ogni scossa. Ai lati
lo spettacolo comincia a diventare desolato: le campagne sono ridotte ad un
letto di torrente e, in qualche punto, il rilevato stradale è stato asportato
dalle impetuosità delle acque. Il Genio Civile ha provveduto a costruire due
passerelle ma esse non sostengono più di tre tonnellate per cui per rendere più
variato il viaggio, bisogna scendere dalla corriera due volte e fare, per due
volte, qualche centinaio di metri a piedi, cercando di evitare i materiali di
risulta ed il fango che vi giunge sino alle caviglie.
Giunti
a Bovalino i viaggiatori che debbono proseguire per Taranto trovano, quando Dio
vuole, un treno; ma per Platì che è nell’interno non c’è altro mezzo che
scegliere che l’automobile. Ed anche qui bisogna raccomandarsi a Dio e
all’autista perché la strada è spesso interrotta da frane ed i monti che la
fiancheggiano hanno tutta l’aria di voler, da un momento all’altro, giocare un
brutto scherzo, che potrebbe essere per esempio quello di lasciarvi cadere
sulla testa dei grossi sassi che sembrano a stento sostenuti dalla roccia.
A Platì
troviamo, come accade in tutti i disastri qualcuno che è sempre pronto a fare
da guida e ad enunziare le distruzioni.
Più che
il dolore in questa gente ciò che colpisce è la prostrazione. Platì ha il
triste primato dei morti: 15 su 85 che si sono avuti in provincia. La nostra
guida ci mostra il torrente che ha operato tanti danni: un filo di acqua che
scorre ribollendo tra il fango e le pietre. La gente di Platì si chiede come
sia stato possibile ad un torrente così magro e di solito tanto tranquillo di
infuriarsi in quel modo: eppure è un fenomeno naturale di questi torrentelli a
breve corsi in pendio rapidissimo.
Essi si
impennano in un baleno e già dalle sorgenti prima di defluire a valle
acquistano una violenza spaventosa così da riversare milioni di metri cubi di
acqua nell’alveo che poco prima era asciutto o percorso da un rigagnolo.
In tal
modo si spiega come in queste alluvioni vi sono stati dei contadini che, mentre
attraversavano col somarello il torrente ancora asciutto, investiti dalla furia
delle acque non hanno fatto in tempo a salvarsi e sono annegati: perché data la
tortuosità di questi torrenti e la rapidità con la quale si sono ingrossati,
quei contadini hanno avuto sentore della piena quando essa era già vicinissima,
come se d’improvviso si fossero spalancate due paratie e, nel loro varco fosse
apparso l’enorme mostro delle acque che si avviava verso il mare. Qui usano
chiamarla le «teste del torrente» ed esse sono caratteristiche dei fiumi del
torrente.
Case
nel fango
Se ci
guardiamo intorno vediamo il paese o la parte del paese che è rimasta in piedi
non sono che povere cose che stringono il cuore, e interamente circondate dal
fango: il fango subito dopo l’alluvione era così alto che non permetteva di
entrare nelle case.
Ora nel
paese il fango è stato in gran parte rimosso ma dove erano i seminati nessuno
ha pensato di toglierlo. Sarebbe una pazzia il tentarlo; il fango ha
inghiottito tutto: agrumeti, frantoi, un oleificio di cui non si vede più
nulla; anche una piccola centrale elettrica che era stata costruita ad opera di
un privato è andata distrutta ed il paese è rimasto al buio.
Tra
qualche ora mentre le ultime luci avranno abbandonato la valle, Platì non avrà
più nulla che ricordi la vita.
Anche
il sonno dei morti a Platì non è stato rispettato: il mostro delle acque ha
attraversato il Cimitero, lo ha sommerso e quando l’acqua si è ritirata si sono
visti – o spettacolo pieno di orrore – tibie, femori, crani che la corrente
portava alla deriva; e i vecchi resti umani si mescolavano ai morti recenti.
Oggi la pietà dei rimasti ha tentato di ricomporre le loro povere ossa nei loro
avelli.
E
questa è la tragica sorte di Platì un povero paese che come Mammola, come
Caulonia, come Grotteria, come Africo, è destinato a sparire dalla faccia della
terra perché sotto di lui il terreno
frana e slitta verso una corsa paurosa alla morte: ed è la sorte di S. Caterina
d’Aspromonte che, oltre ad avere perduto l’acquedotto, ha avuto quasi tutte le
case distrutte ed è sotto l’incubo di due frane che minacciano l’abitato: la
sorte di Condofuri anch’essa in pericolo per una frana: la sorte di tante
piccole frazioni dove, se ricomincerà a piovere, comincerà a farsi sentire il
pericolo dei torrenti in piena. È una situazione che di giorno in giorno appare
più angosciosa e allarmante.
Da Roma giungono notizie sul fervore col quale
si formulano progetti e disegni di legge, decisioni e programmi; ma i calabresi
alzano le spalle. È un pessimismo indubbiamente non giustificato o per lo meno
prematuro. Ma come volete dare la croce addosso a questa gente se sorride
sentendo parlare di miliardi che saranno spesi per la Calabria? Il calabrese
non conosce la ribellione: secoli di sottomissione lo hanno abituato ad essere
cupamente rassegnato, ma non apre facilmente il suore alla speranza. La sua
stessa storia gli ha insegnato a non credere al dilà di ciò che vede e tocca
con mano.
Si
aspetta un miracolo
Ed allora? Solo un miracolo potrà rendergli la
fiducia, la speranza che i suoi paesi saranno assicurati stabilmente alla terra
ed i fiumi apporteranno prosperità, invece di essere un pericolo di morte; e il
terreno tornerà ad essere umido ed acre e idoneo a ridare i suoi frutti. Questo
miracolo sarà possibile se il problema della Calabria sarà guardato con occhio
diverso e con decisa volontà d avviarlo alla soluzione. Io ricordo di aver
veduto lasciando Platì, due donne che scendevano a valle. Si erano caricati
sulle teste, ciascuna di esse, un materasso ed una coperta e camminavano l’una
rasente l’altra con la stessa grazia che, di solito, si riscontra in loro
quando tornano a casa portando le anfore e cantando. Lasciavano il paese ed
andavano a chiedere un posto per dormire a chi aveva la fortuna di possedere
una casa. Si sono fatte appena da parte per lasciar passare la nostra
automobile ma non si sono nemmeno voltate ed hanno proseguito senza chiedersi
se da noi potesse venire loro un aiuto.
Questa tragedia di sentirsi soli è il grande
sconforto nel quale gli uomini possono cadere. Ma, purtroppo. È una realtà in
questi paesi che non hanno più niente che li avvicini alla vita; dove nemmeno
il sonno dei morti è rispettato ed anche l’acqua, questa grazia di Dio che
dovrebbe essere la ricchezza dei paesi, si trasforma in un castigo.
Questa sera ha ricominciato a piovere e la
pioggia, se dovesse durare, renderebbe più angosciosa la situazione dei paesi
colpiti; la situazione soprattutto degli sfollati ai quali non si è potuto
dare, né si potrà dare per adesso, una sistemazione conveniente:
Vittorio
Ricciuti
IL MATTINO, 8
novembre 1951
*https://iloveplati.blogspot.com/2011/10/have-you-ever-seen-rain-creedence.html
https://iloveplati.blogspot.com/2018/09/riders-on-storm-doors.html
venerdì 11 aprile 2025
mercoledì 22 gennaio 2025
Inviati speciali [Romolo Marcellini, 1943]
Sacerdoti di Platì che hanno svolto il loro incarico in altra sede
Gliozzi Filippo, S. Nicola dei Canali frazione di Ardore 1882 – 1885
Natile 1885 – 1889
Gliozzi Ernesto di Francesco, Casignana 1926 – 1948
Marando Francesco, Casalnuovo 1917
Mittiga Francesco di Nicola (2), S. Ilario 1896 – 1907
Mittiga Giosofatto, Polsi 1906 – 1927
Oliva Filippo, Ciminà 1921 – 1924
Oliva Francesco, S. Luca 1819 – 1823
Oliva Rosario (4), Siderno Sup. 1881
Pangallo Diego, Bruzzano Zeffiro 1920 – 1931
Gioiosa Sup. 1931
Pangallo Francesco (3), Polsi 1927 - 1939
(1) https://iloveplati.blogspot.com/2020/05/fatti-corsari-praebens-firma-argumenta.html
(2) https://iloveplati.blogspot.com/2022/06/il-dono-di-dio-di-gaston-kabore-1982.html
(3) https://iloveplati.blogspot.com/2021/01/e-permesso-maresciallo-di-carlo.html
(4) https://iloveplati.blogspot.com/2014/03/storia-immortale-pt-3.html
L’elenco originale (molto parziale) è del Canonico Protonotario Antonio Oppedisano (1866 – 1964).
La foto di apertura è del 1929: seminaristi (c'è pure lo zio Ernesto di Luigi), docenti e vescovo presso il Seminario Vescovile di Gerace.
L'odierna pubblicazione è dedicata a tutti i reverendi citati.
lunedì 30 dicembre 2024
A Ghost Story [David Lowery, 2017]
Platì, 17 gennaio
Il destino avverso ci costrinse anche ad un bagno che non era davvero nei nostri programmi: quando eravamo partiti, infatti, si prospettava una magnifica giornata di sole; poi, a poco a poco, s'era levata una certa nebbiolina leggera che si era infittita verso mezzogiorno, fino a toglierci ogni visibilità. Procedevamo incespicando tra i cespugli grondanti di umidità e non osavamo allontanarci l'uno dall'altro: se appena uno muoveva un passo fuori dal gruppo, lo vedevamo svanire come Orfeo, buonanima, vide svanire Euridice quando si volse a guardarla, nell'Ade.
Ci accorgemmo della pioggia solo quando entrati a ripararci nella grotta del Corvo ci guardammo a vicenda e scoprimmo di essere ammollati fino alle ossa.
«Questo disgraziato di agosto ci ha fatto fare il bagno turco!!!» — bofonchiò Ciccio Donarom, levandosi la giacca inzuppata e appesantita.
Non aveva finito di pronunciare la frase che udimmo di rimando, dal fondo della grotta: «agosto, fa olio, miele e mosto!!».
Stavamo per tagliare la corda, impauriti, ma il fantasma ci rassicurò con un largo sorriso e ci invitò ad accostarci a lui.
Accettammo il consiglio, giacché fuori non ci si vedeva a un palmo dal naso e si correva il pericolo di sprofondare in qualche burrone.
Decidemmo nel contempo di accendere un fuoco per asciugarci. Mico X, molto gentilmente ci indicò i resti di un fuoco acceso in un angolo, molto tempo prima, chissà da quale pastore trovatosi nelle stesse nostre condizioni.
Voltatici a ringraziare Mico, ci accorgemmo con meraviglia che questi era sparito.
Ma la sua voce ci rassicuro subito, spiegandoci che in vicinanza di un fuoco, ogni fantasma che si rispetti, diventa invisibile.
Per deferenza, allora, versammo dell'acqua sul fuoco, che si spense sfrigolando in dense nubi di vapore. Quando l'ultima di queste nubi si dissolse, Mico X era ancora placidamente sdraiato sulle felci e sonnecchiava.
Ci stringemmo a cerchio intorno a lui e gli chiedemmo come mai si trovasse nella Grotta del Corvo.
Parve aspettarsi la domanda perché si mise subito a raccontare.
Restammo sgomenti; Mico X, da vivo, aveva la terribile abitudine di raccontare per ore ed ore, aneddoti, storielle eccetera. Chissà cosa ci sarebbe toccato di sentire!!
«Non immaginate – cominciò stavolta - quanto abbia dovuto faticare per trovare questo posto! Decisamente, la disoccupazione è una piaga sociale!».
«Come - chiedemmo interessati - anche nell'aldilà c'è la disoccupazione?».
Annuì tristemente, più volte. Poi riprese:
«Io qui non mi trovo neanche definitivamente. Sostituisco un collega che è andato in ferie per un paio di secoli».
E vedendo il nostro interesse alla narrazione, continuò, come ispirato:
«Molti anni addietro, sull'Aspromonte viveva una banda, di fuorilegge. Accadde che durante una rissa, seguita alla spartizione di un grosso bottino, quasi tutti i componenti della banda trovassero la morte. Il capo stesso restò ferito a morte. Restò illeso, invece, uno che non aveva preso parte alla lotta. Il capo gli si avvicinò e gli disse a bruciapelo: "Promettimi che resterai a guardare il tesoro finché non verrò io a prelevarlo".
«II poveretto, preso alla sprovvista, annuì e si mise di guardia vicino alla parte di roccia che custodiva il tesoro nascosto.
«II capo indugiò un poco lì vicino, poi, visto che il giovane era distratto, gli sparò a bruciapelo tra testa e noce di collo. Quindi si stese accanto al cadavere, e morì pure luì.
«Così lo spinto di quel ragazzo restò qui nella grotta a fare la guardia al tesoro che vi è nascosto. E nessuno, pertanto, potrà mai impadronirsene».
Rabbrividimmo guardandoci attorno. Mico X continuò:
«Adesso è andato via per un po' di ferie, ed io son qui a sostituirlo. Qualcuno di voi ha una sigaretta?».
Ciccio Donarom si affrettò ad estrarre dalla tasca il suo pacchetto di americane autentiche:
«Te lo cedo - gli disse - se ci fai vedere il tesoro nascosto nella grotta».
Mico crollò il capo, mortificato: «Perderei il posto per un pacchetto di sigarette americane, magari fasulle. Ti pare giusto?».
Così dicendo, con la mano leggera dei fantasmi, sfilò dal pacchetto dieci sigarette e le nascose tra le felci. Ciccio non se ne accorse e rimise in tasca il pacchetto semivuoto.
«Ragazzi - riprese Mico - mi permettete di raccontarvi una delle mie avventure?».
Ci consultammo, e poiché pioveva a dirotto, stabilimmo di ascoltarlo tra una boccata di fumo e l'altra. Mico cominciò il suo barboso racconto.
D'un tratto una gran luce entrò nella grotta, proprio mentre stava per venire il bello dell'avventura, e la voce di Mico si affievolì a poco a poco e si spense. Anche il fantasma si affievolì, perdé colore, e scomparve del tutto. Restò solo la sigaretta, mezzo consumata, sospesa in aria. Ad un tratto sparì anche quella.
Michele Fera
GAZZETTA DEL SUD, Mercoledi 18 gennaio 1956
https://iloveplati.blogspot.com/2020/07/il-vento-e-il-leone-di-john-milius-2012.html
https://iloveplati.blogspot.com/2021/06/avventura-in-montagna-di-charles-lamont.html
https://iloveplati.blogspot.com/2022/02/languilla-di-imamura-shohei-1997.html
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martedì 10 dicembre 2024
Spiaggia libera [Marino Girolami, 1965]
PER LO SVILUPPO TURISTICO
Spiagge
da valorizzare
sulle
coste dello Jonio
Superato il Capo Spartivento fino a Bianconovo il
mare punteggiato dagli scogli diventa Incantevole
Platì, 22 agosto
Superato il capo Spartivento, fino a Bianconovo, il mare Ionio diventa incantevole.
Dopo, riprende il suo aspetto piatto e monotono: un mare senza scogli, è
infatti come una ragazza senza «sex-appeal».
Sono proprio gli scogli a punteggiare di una bellezza fuoriserie le
spiagge di Ferruzzano e di Brancaleone, (per non citarne che le principali).
Ma il viaggiatore che ammira dai finestrini di qualche pittoresco treno
a vapore, non sospetta neppure, nella maggioranza dei casi, che sotto il
soffitto azzurro di quel mare si cela un mondo nuovo e completamente diverso
dal nostro: il mondo dei pesci e dei ricci, delle cozze e delle patelle che ben
conoscono i cultori del diffusissimo «Hobby»
della caccia subacquea. È sommamente
bello scendere in quel mondo
nuovo tra lo stupore dei pesci che vi girano intorno e vi guardano da ogni lato
con gli occhietti idioti. I fenici non provarono la stessa ebbrezza, quando
navigarono per la prima volta.
Da Ferruzzano a Brancaleone, ed un poco oltre, è il luogo ideale per i
cacciatori subacquei, che vi accorrono a frotte da ogni parte dei paesi jonici.
Ma quello di cui si nota la mancanza, nelle dette località è
un minimo di organizzazione turistica. Non vi esiste nessuno stabilimento
balenare destinato a porgere ai bagnanti i comforts che conciliano la vita da
campeggio con la vita normale di tutti t giorni. Abbiamo visitato le due spiagge di
Ferruzzano e di Brancaleone: nella
prima, l'iniziativa privata, crea ogni anno il lido più caratteristico
d'Europa: decine e decine di capanne di rami e di oleandri intrecciati in stile
hawaiano, sono costruite dagli abitanti del piccolo centro, che sorge a molta
distanza dalla spiaggia. Per tutta l'estate, le famiglie abitano in quella
specie di tucul senza luce elettrica né acqua corrente, e agli ultimi di
settembre le capannine restano abbandonate sul lido, fino ad andare in lento
disfacimento.
A Brancaleone,
invece, manca pure questo: quella che potrebbe essere una spiaggia tra le più
belle d'Italia, resta invece una delle più comuni.
Di
caratteristico presenta la divisione in caste dei bagnanti! Sul tratto più
orientale, si annidano (e il termine esatto) i cittadini della vicina Bruzzano,
che vengono al mare in autobus; poi, di seguito, per nette categorie, le
famiglie della piccola borghesia cittadina, che insieme alle pochissime famiglie
di turisti, hanno il monopolio dello « scoglio
lungo» cosiddetto: le famiglie della media borghesia, che risiedono stabilmente
nel tratto detto della stazione ferroviaria, e hanno il monopolio del
cosiddetto « cogito sacro »,
e infine, di seguito, nel tratto più occidentale,
la gente del popolo.
Chi non ci credesse, può andare a verificare.
Comunque, se qualcuno pensasse a costruire un piccolo stabilimento
balenare, con relative piste di ballo, tutti quei bagnanti ora disseminati
ostilmente su circa un chilometro di lido, sarebbero riuniti e si troverebbero meglio. Inoltre, vi sarebbe un più numeroso flusso di turisti.
Cosa ne
pensa l’E.P.T., di valorizzare al
turismo queste incantevoli località?
MICHELE FERA
GAZZETTA
DEL SUD, 23 agosto 1957
domenica 10 novembre 2024
La lunga attesa [Mervyn LeRoy, 1948]
UNA REALIZZAZIONE ATTESA DA OLTRE UN
CINQUANTENNIOSolenne inaugurazione a Platìdel nuovo edificio scolasticoPresenti alla
manifestazione il Vescovo della Diocesi, il Prefetto, il Sindaco, le autorità locali e
tutta la popolazione Platì, 22 gennaioLa giornata
di ieri i cittadini platiesi l'attendevano da oltre un cinquantennio. Con una solennissima
cerimonia sotto il più bel sole che si fosse ancora visto dall'inizio dell'anno 1957, è
stato inaugurato il nuovo edificio scolastico che ospiterà nei suoi vastissimi
locali, dotati di
attrezzature degne del nostro secolo, gli ottocento alunni delle elementari del nostro
centro.Via Roma
brulicava di gente fin dalle ore otto della mattina. Il corpo Insegnanti al
completo impartiva
istruzioni al piccolo esercito di bambini assiepati all'ingresso del grande palazzo.L'opera fu
iniziata nel 1955 dall'impresa Zimbaletti, di Santo Stefano d'Aspromonte, e
proseguiti con ammirevole onestà e serietà fino ad oggi sotto la direzione del
dottor Griselli, ingegnere capo dell'Unrra Casas Prima Giunta, e con
l'assistenza del geom. Carmelo Manfrida, il quale con rara perizia e amorevole
interessamento ha curato nei minimi particolari l'esecuzione dei lavori.Alle dieci
cominciavano ad affluire i personaggi invitati alla cerimonia. Tra gli altri, il Prefetto
della Provincia, dr. Correrà, l'Ispettore scolastico dott. Barillaro, il
direttore didattico dott. Fonte, il maggiore dei Carabinieri comandante del
Gruppo Interno di Locri, dott. Ella,
il capitano De Franco, il tenente Varisco. Alle dieci e trenta arrivava il
vescovo della
Diocesi, Mons. Pacifico Perantoni, Insieme all'on. Filippo Murdaca. Venivano In seguito il
dottor Ferdinando Griselli, direttore dell'ufficio distrettuale della Calabria
Unrra Casas, l'avv. Ferro dell'A.A.I. e i sindaci di Ardore, Bovalino, Oppido
Mamertina etc.. Il prefetto della Provincia procedeva al classico taglio del nastro
teso sulla soglia dell'edificio; dopo di
che, il vescovo mons. Perantoni benediva tutti i locali.Dopo la
benedizione, nello immenso salone che sarà destinato a refettorio, dinanzi al folto
pubblico ivi raccolto il sindaco del Comune, signor Giuseppe Zappia, che
possiamo senz'altro
definire come il principale autore della grandiosa opera, dava lettura dei
telegrammi inviati dagli on.li Cassianì e Scelba, dal ministro della Pubblica
Istruzione.Quindi il
Sindaco si rivolgeva all'uditorio ringraziando gli illustri ospiti della loro
cooperazione, con brevi e commosse parole. Successivamente prendeva la parola
il prefetto, seguito dall'Ispettore scolastico dott. Barillaro. Parlava in
ultimo il vescovo della Diocesi.Foto e testo: Gazzetta del Sud, 23 gennaio 1957
L'esecuzione dei lavori in corso d'opera è apparsa qui:
L'articolo sopra riportato non porta firma; lo si può attribuire senza ombra di dubbio a Michele Fera, in quegli anni corrispondente ufficiale per la Gazzetta del Sud.NBSulla destra di don Peppino Zappia appare il profilo, riconoscibilissimo, dello zio Ciccillo.



















