UN
POEMETTO INCOMPIUTO
DI
G. PASCOLI
MUSOLINO
I
Nel
monastero ove coi morti frati
dormono
gravi salmodie sepolte,
curvo
passò tra uno.squillar d'armati.
Intorno
ai lombi le catene avvolte,
come
serpi di ferro: era per quelle
tratto
a mano: le mani erano molte.
Eran
parete agli occhi del ribelle
umane
terga. Era decreto umano
che
ormai la notte fosse senza stelle
per
lui, che azzurro fosse il cielo invano
per
lui, che a lui di tutto ciò che luce
sol
giungesse il baglior dell'uragano.
Quando
tra tutti i
neri omeri truce
vide
levando gli occhi e non la fronte
ciò
che vietato gli era ormai: la luce.
E
vide i monti: non i suoi: te, monte
Nerone,
te, gibbo del Catria. O torre
d'Asdrubale!
o lontano Ermo di fonte
Avellana!
o fragor d'acqua che scorre
buia,
e che gemeva ai piedi d'un errante
piccolo
e solo, mentre per forre
silenziose,
sotto rupi infrante,
lungo
gli abissi
saliva
ai monti, a dare pace, o ... (*)
(*) Potrebbe leggersi anche «e
diede pace o, …»
La tragica avventura di Giuseppe
Musolino che, tra la fine dell'860 e il principio del nuovo Secolo, suscitò
tanta eco in tutto il paese e perfino discussioni in Parlamento ebbe inizio il
9 gennaio 1899, con la fuga del protagonista dal penitenziario di Gerace
Marina, ove era rinchiuso per una severa condanna indittagli dalla Corte di Assise
di Reggio Calabria.
Fino a quel giorno il nome del Musolino,
al di fuori dei luoghi nativi, non aveva risonanza di alcun genere; né rilievo
aveva avuto la stessa sentenza
di Reggio, la quale sembra abbia perseguito un innocente o, che è forse più
esatto, non propriamente che tirò il colpo, andato a vuoto, sullo Zoccoli,
contro cui, coinvolgendo i familiari ed amici, s'appunta ora, con l'antico
implacabile odio, la selvaggia brama di vendetta del fuggiasco.
Fu comunque quella sentenza -
giusta o ingiusta che fosse - a fare del Musolino un innocente perseguitato, e
della sua opera delittuosa una santa vendetta; cioè a conciliargli larghe
simpatie, che lo incoraggiarono ed aiutarono, fin con pubbliche sottoscrizioni,
invano represse, nella triste bisogna.
La polizia, le stesse autorità
militari si trovarono in serio imbarazzo, e pressoché impotenti; ma il Giolitti
ritornato - dopo eventi che avevano coperto cli fosche nubi e tinto anche di
sangue il cielo d'Italia - al governo, come Ministro degli Interni nel
Gabinetto Zanardelli formatosi nel febbraio del 1901, taglia corto: sostituisce
prefetti e funzionari, dà loro ampie garanzie, li stimola, li sorveglia, li
consiglia.
La Calabria, prima tanto
ospitale, diventa a poco a poco sorda agli appelli del bandito, e, alla fine,
addirittura impraticabile. Il Musolino si vede costretto ad abbandonare la
terra nativa, nella speranza forse di potere emigrare; ma, sia pure casualmente,
è catturato nei pressi di Acqualagna, nelle Marche, il 9 ottobre del 1901. (*) A
questo punto l'avventura di Musolino - quella che creò il mito del bandito - si
chiude, e si inizia quella di un povero uomo destinato a trascinare, con la
casacca da ergastolano, il grave carico dei suoi delitti.
Giovanni Pascoli era allora a
Messina, e seguiva, rattristato e pensoso, gli avvenimenti che si svolgevano tra i boschi e i
picchi dell’Aspromonte forte e selvaggio, in vista della città gentile che
l'ospitava. Ne discorreva a sera, il più delle volte visibilmente turbato, con
gli amici, soliti ad intrattenersi, in via Cavour, nel retrobottega della libreria
dell'allora giovane ed oggi canuto (ma sempre dritto) Vincenzo Muglia, l'affezionato e
coraggioso editore dei suoi libri danteschi. Quelle sanguinose vicende - a quel
che ricorda il Muglia - avevano fortemente scosso il Poeta, impressionato il suo spirito sensibile.
Musolino non era «Il Passator
cortese» da associare miticamente al ricordo del suo dolce paese, la «Romagna
solatia»: qui la situazione era diversa, e i colpi che echeggiavano sinistri,
tra le rupi dell'Aspromonte, non avevano luce alcuna di generosità o di
magnanima ribellione. Squarciavano invece, quegli spari, un paesaggio assai
triste e cupo, un fosco paesaggio di miseria e di disperazione. riecheggiavano,
quei colpi, una lunga dolorosa storia: la storia del lungo abbandono,
dell'arretratezza del Mezzogiorno. Anche per il Pascoli, Musolino era una
vittima, ma
vittima di una ingiustizia ben
più grande della sentenza che l'aveva colpito; e vittima della stessa
ingiustizia - delatori o falsi testimoni che fossero - erano quegli altri
poveri diavoli spenti dai suoi colpi.
Queste ed altre cose pensava e
diceva il Pascoli in quelle sere ormai lontane. Manara Valgimigli di ciò
potrebbe dire assai meglio di me: Venuto a Messina sul finire del '98, proprio
per invito del Pascoli, egli ebbe la ventura di stare in quegli anni, vicino al
Maestro; e, di quegli anni, conserva sempre vivo il ricordo nel suo nobile, alacre
spirito.
Un fatto però, con i ricordi del
Muglia, è certo; ed è che, al di fuori della cerchia intima delle conversazioni
serali, son giunti a noi due documenti assai significativi della partecipazione
del Pascoli a quegli avvenimenti: un poemetto di cui resta, sia pure allo stato
di abbozzo, un ampio frammento della prima parte; ed un discorso che per tanti
indizi, al poemetto e a quegli avvenimenti, si ricollega, e che, delle
preoccupazioni che avevano scosso l'animo del Poeta, dei pensieri che agitavano,
e per parecchio tempo agitarono ancora (riflessi ben chiari si scorgono nella
lettera al suo «Caro Vincenzo», che è del 31 dicembre 1902), la sua mente, è manifestazione assai indicativa e, direi solenne. (1)
Il poemetto non è stato mai
pubblicato, e venne dal Poeta, con altre carte, lasciato al suo fedele editore
messinese. L'ottimo Don Vincenzo custodisce come la cosa più cara, la sua cartella
pascoliana, ed io gli sono grato di aver acconsentito a questa indiscrezione.
Il discorso invece venne inserito nel volume Miei pensieri di varia umanità,
pubblicato originariamente dallo stesso Muglia, nel 1903. S'intitola
«L'Avvento», e venne pronunciato a Messina, per sollecitazione d'una schiera di
«donne gentili», «fedeli della pietà» e con «il cuore all'infanzia abbandonata», nel dicembre del 1901, vale a
dire dopo appena due mesi della cattura del bandito: e quando ancora
l'animo del Pascoli era tutto preso da quegli avvenimenti, tragici e
tristi insieme.
Il frammento è scritto senza
pentimenti; solo negli ultimi versi il Pascoli è tornato sulla sua scrittura
con correzioni che rendono poco intelligibili le ultime parole. Il Pascoli
aveva dapprima scritto:
.... o
fragor d'acqua che scorre
buia,
e che gemeva ai piedi d'un errante
senza
più cielo, ...
L'accenno dell'ultimo verso -
quel salire del «ribelle» ai monti, a dar pace,
s'intende, alla sua anima - è evidentemente un'allusione alla superstiziosa religiosità
del bandito; sembra infatti che egli, avanti il tentativo di espatriare,
volesse visitare (e se nel manoscritto si deve leggere «e diede pace», è segno
che per il Pascoli la visita era stata compiuta) il Santuario del Catria,
allora ricostruito e largamente noto.
Non è certo il caso di
analizzare i versi ritrovati che, del resto, hanno i pregi e i difetti propri a
tanta parte della produzione poetica pascoliana, e - ove si tolga l'eloquenza
della intonazione e l'efficacia di non poche immagini - più i difetti che i
pregi. Mette conto invece di sottolineare che essi, come si ricava dagli stessi
riferimenti del contesto, vennero scritti dopo la cattura del «ribelle».
È probabile anzi - a tener conto
d'un accenno contenuto in una lettera indirizzata al suo amico lucchese Alfredo
Caselli, e scritta nella primavera del 1902 - che il Pascoli abbia steso il
frammento nel periodo in cui si svolgeva a Lucca il processo del bandito, o
dopo la condanna. In tal caso, nel discorso messinese è da vedersi la prima
reazione pascoliana a quegli eventi e, nel poemetto, un più distaccato ritorno (s'è visto del resto che
fino a tutto il 1902 quegli avvenimenti tennero occupato il suo spirito): un
ritorno il cui senso può esser chiarito dal concetto adombrato nel passo della
lettera di cui si diceva: «Povero Musolino! Sai che vorrei fare una poesia
nella quale dire che ognuno di noi ha il suo Musolino dentro. Guai a
stuzzicarlo!» (2).
STEFANO BOTTARI
(1) La lettera sta a capo
dell'edizione originaria del volume «Miei pensieri
di varia umanità», e non è
riportata nella ristampa delle «Prose», curata dal Vicinelli e fondata
sull'edizione zanichelliana del 1907. Pure, se trasformata dallo stesso Pascoli, quella
lettera poteva essere riprodotta a documentare le vicende di quel libro. Essa ripiglia i temi del discorso
su «L'Avvento» che conchiude il volume; e sono questi i due
documenti più importanti dell'interesse che prese Pascoli per i problemi
del Mezzogiorno e della Sicilia.
Nel
discorso in questione il nome del bandito non è mai fatto, ma è evidente - come può constatare chiunque
lo legga - che molti passi di esso son nati dalla impressione viva che quegli
avvenimenti avevano suscitato nel suo spirito.
(2) La lettera venne, con altre
tratte dallo stesso carteggio, pubblicata da Pietro Pancrazi nel «Corriere
della Sera» del 4-V-1947. Debbo la segnalazione alla cortesia del Pancrazi e alla premura della Redazione.
IL PONTE RIVISTA MENSILE DI POLITICA E LETTERATURA diretta da PIERO CALAMANDREI
ANNO VI N. 4, APRILE 1950
Vincenzo
Muglia (1874 – 1953) è stato libraio
ed editore a Messina, città in cui ebbe un profondo legame artistico con
Giovanni Pascoli, quando questi, tra il 1898 e il 1902, fu Professore presso la
Facoltà di Lettere: “Caro
Vincenzo, e io non ho trovato in Sicilia uno più siciliano di voi e più
italiano di voi. E perciò vi amo. E siete fiero. E perciò vi ammiro. E lavorate
in silenzio. E perciò vi venero. E vi arriderà il successo?...”
Manara
Valgimigli: https://it.wikipedia.org/wiki/Manara_Valgimigli
Santuario del
Catria:
https://it.wikipedia.org/wiki/Monastero_di_Fonte_Avellana
Alfredo Caselli: https://www.treccani.it/enciclopedia/alfredo-caselli_(Dizionario-Biografico)/
Pietro Pancrazi: https://www.treccani.it/enciclopedia/pietro-pancrazi_(Dizionario-Biografico)/
Giuseppe
Musolino:
https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Musolino
(*) https://www.carabinieri.it/media---comunicazione/pubblicazioni/cronache-del-passato/i-racconti/parte-ii---1890---1964/la-cattura-del-bandito-musolino
In apertura l'ultima fotografia di Giuseppe Musolino (1876 -1956) nella clinica psichiatrica di Reggio Calabria, GAZZETTA DEL SUD 23 gennaio 1956