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giovedì 8 ottobre 2026

Il brigante Musolino [Mario Camerini, 1950]

"...ognuno di noi ha il suo Musolino dentro. Guai a stuzzicarlo!" 

UN POEMETTO INCOMPIUTO

DI G. PASCOLI

 MUSOLINO

I

Nel monastero ove coi morti frati

dormono gravi salmodie sepolte,
curvo passò tra uno.squillar d'armati.
Intorno ai lombi le catene avvolte,
come serpi di ferro: era per quelle
tratto a mano: le mani erano molte.
Eran parete agli occhi del ribelle
umane terga. Era decreto umano
che ormai la notte fosse senza stelle
per lui, che azzurro fosse il cielo invano
per lui, che a lui di tutto ciò che luce
sol giungesse il baglior dell'uragano.
Quando tra tutti i neri omeri truce
vide levando gli occhi e non la fronte
ciò che vietato gli era ormai: la luce.
E vide i monti: non i suoi: te, monte
Nerone, te, gibbo del Catria. O torre
d'Asdrubale! o lontano Ermo di fonte
Avellana! o fragor d'acqua che scorre
buia, e che gemeva ai piedi d'un errante
piccolo e solo, mentre per forre
silenziose, sotto rupi infrante,
lungo gli abissi
saliva ai monti, a dare pace, o ... (*)

(*) Potrebbe leggersi anche «e diede pace o, …»  

La tragica avventura di Giuseppe Musolino che, tra la fine dell'860 e il principio del nuovo Secolo, suscitò tanta eco in tutto il paese e perfino discussioni in Parlamento ebbe inizio il 9 gennaio 1899, con la fuga del protagonista dal penitenziario di Gerace Marina, ove era rinchiuso per una severa condanna indittagli dalla Corte di Assise di Reggio Calabria.

Fino a quel giorno il nome del Musolino, al di fuori dei luoghi nativi, non aveva risonanza di alcun genere; né rilievo aveva avuto la stessa sentenza di Reggio, la quale sembra abbia perseguito un innocente o, che è forse più esatto, non propriamente che tirò il colpo, andato a vuoto, sullo Zoccoli, contro cui, coinvolgendo i familiari ed amici, s'appunta ora, con l'antico implacabile odio, la selvaggia brama di vendetta del fuggiasco.
Fu comunque quella sentenza - giusta o ingiusta che fosse - a fare del Musolino un innocente perseguitato, e della sua opera delittuosa una santa vendetta; cioè a conciliargli larghe simpatie, che lo incoraggiarono ed aiutarono, fin con pubbliche sottoscrizioni, invano represse, nella triste bisogna.
La polizia, le stesse autorità militari si trovarono in serio imbarazzo, e pressoché impotenti; ma il Giolitti ritornato - dopo eventi che avevano coperto cli fosche nubi e tinto anche di sangue il cielo d'Italia - al governo, come Ministro degli Interni nel Gabinetto Zanardelli formatosi nel febbraio del 1901, taglia corto: sostituisce prefetti e funzionari, dà loro ampie garanzie, li stimola, li sorveglia, li consiglia.
La Calabria, prima tanto ospitale, diventa a poco a poco sorda agli appelli del bandito, e, alla fine, addirittura impraticabile. Il Musolino si vede costretto ad abbandonare la terra nativa, nella speranza forse di potere emigrare; ma, sia pure casualmente, è catturato nei pressi di Acqualagna, nelle Marche, il 9 ottobre del 1901. (*) A questo punto l'avventura di Musolino - quella che creò il mito del bandito - si chiude, e si inizia quella di un povero uomo destinato a trascinare, con la casacca da ergastolano, il grave carico dei suoi delitti.
Giovanni Pascoli era allora a Messina, e seguiva, rattristato e pensoso, gli avvenimenti che si svolgevano tra i boschi e i picchi dell’Aspromonte forte e selvaggio, in vista della città gentile che l'ospitava. Ne discorreva a sera, il più delle volte visibilmente turbato, con gli amici, soliti ad intrattenersi, in via Cavour, nel retrobottega della libreria dell'allora giovane ed oggi canuto (ma sempre dritto) Vincenzo Muglia, l'affezionato e coraggioso editore dei suoi libri danteschi. Quelle sanguinose vicende - a quel che ricorda il Muglia - avevano fortemente scosso il Poeta, impressionato il suo spirito sensibile.
Musolino non era «Il Passator cortese» da associare miticamente al ricordo del suo dolce paese, la «Romagna solatia»: qui la situazione era diversa, e i colpi che echeggiavano sinistri, tra le rupi dell'Aspromonte, non avevano luce alcuna di generosità o di magnanima ribellione. Squarciavano invece, quegli spari, un paesaggio assai triste e cupo, un fosco paesaggio di miseria e di disperazione. riecheggiavano, quei colpi, una lunga dolorosa storia: la storia del lungo abbandono, dell'arretratezza del Mezzogiorno. Anche per il Pascoli, Musolino era una vittima, ma
vittima di una ingiustizia ben più grande della sentenza che l'aveva colpito; e vittima della stessa ingiustizia - delatori o falsi testimoni che fossero - erano quegli altri poveri diavoli spenti dai suoi colpi.
Queste ed altre cose pensava e diceva il Pascoli in quelle sere ormai lontane. Manara Valgimigli di ciò potrebbe dire assai meglio di me: Venuto a Messina sul finire del '98, proprio per invito del Pascoli, egli ebbe la ventura di stare in quegli anni, vicino al Maestro; e, di quegli anni, conserva sempre vivo il ricordo nel suo nobile, alacre spirito.
Un fatto però, con i ricordi del Muglia, è certo; ed è che, al di fuori della cerchia intima delle conversazioni serali, son giunti a noi due documenti assai significativi della partecipazione del Pascoli a quegli avvenimenti: un poemetto di cui resta, sia pure allo stato di abbozzo, un ampio frammento della prima parte; ed un discorso che per tanti indizi, al poemetto e a quegli avvenimenti, si ricollega, e che, delle preoccupazioni che avevano scosso l'animo del Poeta, dei pensieri che agitavano, e per parecchio tempo agitarono ancora (riflessi ben chiari si scorgono nella lettera al suo «Caro Vincenzo», che è del 31 dicembre 1902), la sua mente, è manifestazione assai indicativa e, direi solenne. (1)
Il poemetto non è stato mai pubblicato, e venne dal Poeta, con altre carte, lasciato al suo fedele editore messinese. L'ottimo Don Vincenzo custodisce come la cosa più cara, la sua cartella pascoliana, ed io gli sono grato di aver acconsentito a questa indiscrezione. Il discorso invece venne inserito nel volume Miei pensieri di varia umanità, pubblicato originariamente dallo stesso Muglia, nel 1903. S'intitola «L'Avvento», e venne pronunciato a Messina, per sollecitazione d'una schiera di «donne gentili», «fedeli della pietà» e con «il cuore all'infanzia abbandonata», nel dicembre del 1901, vale a dire dopo appena due mesi della cattura del bandito: e quando ancora l'animo del Pascoli era tutto preso da quegli avvenimenti, tragici e tristi insieme.
Il frammento è scritto senza pentimenti; solo negli ultimi versi il Pascoli è tornato sulla sua scrittura con correzioni che rendono poco intelligibili le ultime parole. Il Pascoli aveva dapprima scritto:
.... o fragor d'acqua che scorre
buia, e che gemeva ai piedi d'un errante
senza più cielo, ...
L'accenno dell'ultimo verso - quel salire del «ribelle» ai monti, a dar pace, s'intende, alla sua anima - è evidentemente un'allusione alla superstiziosa religiosità del bandito; sembra infatti che egli, avanti il tentativo di espatriare, volesse visitare (e se nel manoscritto si deve leggere «e diede pace», è segno che per il Pascoli la visita era stata compiuta) il Santuario del Catria, allora ricostruito e largamente noto.
Non è certo il caso di analizzare i versi ritrovati che, del resto, hanno i pregi e i difetti propri a tanta parte della produzione poetica pascoliana, e - ove si tolga l'eloquenza della intonazione e l'efficacia di non poche immagini - più i difetti che i pregi. Mette conto invece di sottolineare che essi, come si ricava dagli stessi riferimenti del contesto, vennero scritti dopo la cattura del «ribelle».
È probabile anzi - a tener conto d'un accenno contenuto in una lettera indirizzata al suo amico lucchese Alfredo Caselli, e scritta nella primavera del 1902 - che il Pascoli abbia steso il frammento nel periodo in cui si svolgeva a Lucca il processo del bandito, o dopo la condanna. In tal caso, nel discorso messinese è da vedersi la prima reazione pascoliana a quegli eventi e, nel poemetto, un più distaccato ritorno (s'è visto del resto che fino a tutto il 1902 quegli avvenimenti tennero occupato il suo spirito): un ritorno il cui senso può esser chiarito dal concetto adombrato nel passo della lettera di cui si diceva: «Povero Musolino! Sai che vorrei fare una poesia nella quale dire che ognuno di noi ha il suo Musolino dentro. Guai a stuzzicarlo!» (2).

STEFANO BOTTARI

 (1) La lettera sta a capo dell'edizione originaria del volume «Miei pensieri

di varia umanità», e non è riportata nella ristampa delle «Prose», curata dal Vicinelli e fondata sull'edizione zanichelliana del 1907. Pure, se trasformata dallo stesso Pascoli, quella lettera poteva essere riprodotta a documentare le vicende di quel libro. Essa ripiglia i temi del discorso su «L'Avvento» che conchiude il volume; e sono questi i due documenti più importanti dell'interesse che prese Pascoli per i problemi del Mezzogiorno e della Sicilia.
    Nel discorso in questione il nome del bandito non è mai fatto, ma è evidente - come può constatare chiunque lo legga - che molti passi di esso son nati dalla impressione viva che quegli avvenimenti avevano suscitato nel suo spirito.
(2) La lettera venne, con altre tratte dallo stesso carteggio, pubblicata da Pietro Pancrazi nel «Corriere della Sera» del 4-V-1947. Debbo la segnalazione alla cortesia del Pancrazi e alla premura della Redazione.

IL PONTE RIVISTA MENSILE DI POLITICA E LETTERATURA diretta da PIERO CALAMANDREI ANNO VI N. 4, APRILE 1950

 

Vincenzo Muglia (1874 – 1953) è stato libraio ed editore a Messina, città in cui ebbe un profondo legame artistico con Giovanni Pascoli, quando questi, tra il 1898 e il 1902, fu Professore presso la Facoltà di Lettere: “Caro Vincenzo, e io non ho trovato in Sicilia uno più siciliano di voi e più italiano di voi. E perciò vi amo. E siete fiero. E perciò vi ammiro. E lavorate in silenzio. E perciò vi venero. E vi arriderà il successo?...”

Manara Valgimigli: https://it.wikipedia.org/wiki/Manara_Valgimigli

Santuario del Catria: https://it.wikipedia.org/wiki/Monastero_di_Fonte_Avellana

Alfredo Caselli: https://www.treccani.it/enciclopedia/alfredo-caselli_(Dizionario-Biografico)/

Pietro Pancrazi: https://www.treccani.it/enciclopedia/pietro-pancrazi_(Dizionario-Biografico)/

Giuseppe Musolino: https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Musolino

(*) https://www.carabinieri.it/media---comunicazione/pubblicazioni/cronache-del-passato/i-racconti/parte-ii---1890---1964/la-cattura-del-bandito-musolino

In apertura l'ultima fotografia di Giuseppe Musolino (1876 -1956) nella clinica psichiatrica di Reggio Calabria, GAZZETTA DEL SUD 23 gennaio 1956

 

 

 

 

 



 

martedì 6 ottobre 2026

CON L'AIUTO DELLA LUNA [ Harry Beaumont, 1937]


Comitato di Assistenza Civile

                            Platì

 

Deliberazione N. 5°

Oggetto: Iscrizione del Comitato alla Croce Rossa

 

L’anno mille novecento sedici, il giorno 24 Marzo, nella solita sala, si è riunito il Comitato di Assistenza Civile, presieduto dal Rg Aricò e presenti i membri Zappia, Cioni, Spadaro e Gliozzi.
Si comincia con l’esaminare le domande di sussidi e il Comitato accorda a Fotia Rosa l trenta, a Caruso Anna l. quindici e a Violi Maria L. 30 (trenta) una volta tanto.
Il Dottor Filippo Zappia propone d’iscrivere alla Croce Rossa in Perpetuo il Comitato di Assistenza Civile e tale proposta viene molto bene accolta dai convenuti i quali autorizzano lo stesso, quale Cassiere, a spedire, il danaro occorrente
Dopo di che il Comitato chiude la seduta.
Platì 24 – 3 – 1916

                                                                                 Il Presidente

                                                                                          Aricò

 Il Segretario

     E Gliozzi

Cioni Attilio
Dott. Filippo Zappia
Nicola Spadaro 

Il Comitato di Assistenza Civile è anche qui:

La signora Fotia Rosa: