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giovedì 15 dicembre 2016

Ricorda il mio nome



Carbone Antonio (27.7.1849) di Pasquale santo
Carbone Pasquale (18.11.1849) di Franc. mujura
Carbone Saverio (11.11.1849) imbalau
Catanzariti Antonio di Francesco (10.1.1849) sciampagno
Catanzariti Giuseppe (12.4.1849) druli   vir di Portolisi Giuseppa
Cutrì Michele (16.4.1849) di Giuseppe minda
Demarco Rosario (8.1.1849) timparinu vir di Papalia Maria
Ielasi  Pasquale (20,6.1849) di Teresa la rizza
Ielasi Teresa (24.6.1849)  la rizza di Domenico surra
Marando Rocco (2.1.1849) paunji vir di Portolesi Maria
Pangallo Anna (15.11.1849) di Franc. jemiju
Pezzano Maria (3.12.1849)  da Ardore-vedova di Sergi Carlo careja
Portolise Francesco (26.2.1849) ciunno
Romeo Giuseppe (18.11.1849) di Franc. pappanici
Sgrò Maria  (14.4.1849) di Gius.Ant. pezzaru
Spagnolo Francesca (26.10.1849) cinànni
Taliano Giuseppe (20.4.1849) di Dom. pezzoduro
Terminello Giuseppe di Domenico (23.9.1849) ceravularu
Triccasi Domenico  (14.3.1849) cutubao
Triccasi Giuseppe (18.4.1849) tundu
Triccasi Maria (23.9.1849) la carambotola di Domenico patrizito                  
Trimboli  Francesco (9,9,1849) diaci  vir di Mavrelli Maria mammarella
Zappia Anna (2.11.1849)  pittinella
Calabria Anna (19.12.1850) vedova di Sergi Domenico ciriveju
Carbone Domenico (26.7.1850) di Pasquale camìju
Caruso Anna (19.8.1850) di Francesco banci
Catanzariti Francesca (27.7.1850)- orba- di Antonio razza

Nota
Nella foto un affaccio sulla via Fratelli Sergi

lunedì 12 dicembre 2016

Il campanile d'oro (reg. Giorgio Simonelli - 1956)

Sui fatti del campanile
(Per lettera da Platì)
Caro direttore,
L’on. Ferdinando Martini, governatore dell’Eritrea nonché deputato di Pescia – come sai – si allontanava, in questi giorni, dagli “ Amici dei monumenti “ per il buco che si voleva praticare nelle mura di Lucca. Non so se avrai avuto la letterina, frizzante di ironia, che questi dirigeva ad Ugo Ojetti: in ogni modo ti dico che lodò l’emerito scrittore, l’approvo e l’ammiro.
Se potessi fare lo stesso, mi allontanerei volentieri anch’io dagli “ Amici dei campanili “ – visto e considerato che il mio (campanile) è minacciato da serio pericolo di demolizione. La cronaca paesana è tutta rivolta a quella storica punta che si perde nell’aria, che ha la sua pagina classica e resisté, da forte, a tante convulsioni telluriche ! …
Oggi è vecchia, fessa, malconcia! … che importa?!
Tanto meglio, dico io, il forestiero resterà pochi minuti di più e con la bocca spalancata per meditare su quelle rovine … a distanza
Ma non così la pensa il Sottoprefetto di Gerace.
Egli, cui sta a cuore più la salute temporale che spirituale dei suoi amministrati, vuole tagliare, ad ogni costo, la testa al … campanile.
Dal canto suo, il Signor Genio Civile, fa delle perizie che fanno accapponare la pelle e l’ordinanza – ragion vuole – dev’essere firmata ed eseguita addirittura.
Che c’entra il popolo, perbacco?!  …
E quel cieco che funge da Sacrista in prima. Con la carica di campanaro e suonatore di organo per giunta; quel cieco-nato devi essere un coso formidabile, e, se lo volete, invulnerabile! Si son temute quel giorno, il giorno della rivolta, quando suonava le campane a stormo, le sue botte da orbo … si è levato verbale contro lo stesso; ma pare che, tutto sommato, egli abbia ora molto da guadagnare. Si atteggia a martire della rivoluzione platiese, o meglio; è uno dei danneggiati politici nella politica del campanile ed il popolo deve soccorrerlo con elargizioni spontanee di grano, granturco, lana, formaggio e tutto il resto: una vera cuccagna.
Ora tu mi domandi come stanno le cose – Siamo in momenti di tregua, di pace; ma questa pace è apparente, perché il popolo tiene gli occhi al campanile e le mani alla scure.
Mi auguro che questa pace armata non venga ad essere turbata, per ora, e che la crisi campanilesca sia risoluta alla meglio.
Dovresti sentire il popolo come il ragiona! “ Il campanile non cade, è duro, fermo, d’acciaio … e poi, se il Signore avesse voluto, quella notte … con un’occhiata! …
Mi convince ti giuro; ma più convincente è la postuma dichiarazione d’un certo Genio: “ Quella punta, vedete, è messa lassù come una coppa: non pende per qua, non per là “.
Evviva l’equilibrio!
Se così è veramente e dobbiamo credere ad ogni Pietro l’Eremita che ci piove quassù, resti pure la punta, la coppa e la cappa, che dir si voglia; con buona pace del Salvatore, nonché di questo popolo devoto sino al fanatismo.
Ritornerò sull’argomento in settimana, se occorre; per ora ti abbraccio e ti bacio.
Platì 31 maggio 1909.
Dev.mo

Ferdinando Caci

Il Giornale di Reggio l’eco settimanale della provincia  R. C. 9 giugno 1909 Anno I – N. 5, Direttore: D.r A. Scabelloni, Redattore-capo: Farm. G. Sculli

Nota
Soltanto un genio si poteva firmare Ferdinando Caci ed apparteneva sicuramente a don Giacomino Tassoni Oliva se confrontate la presente pubblicazione con il post precedente.

domenica 11 dicembre 2016

La ronda di Mezzanotte (reg. Lloyd French - 1933)


La ronda, il Podestà, il campanile


PRIMO TEMPO

E’ notte fonda – Passa la ronda
per ogni strada della città.
Borghesi, militi, Autorità
van vigilando l’… oscurità

Con passo lento – con occhio attento
guardano, scrutano di qua e di là,
guai se un barlume trasparirà
pur dalla casa del Podestà.

Ma ognuno dorme – le nude forme
su lane soffici distese à già
dorme il bambocciolo con la mammà
dorme il marito con la metà.

Ma ad un momento – un movimento
è tra la ronda; ognun ristà.
E tutti chiedensi: cosa sarà?
La ronda sbandasi di qua e di là.

SECONDO TEMPO

Dal campanile – un mostro vile
Vi si è cacciato – Ei spia sarà.
Armi alla mano (se alcun ce l’ha)
E aprite il fuoco senza pietà.

Sarà abbaglio? Sotto il battaglio
del sacro bronzo sicura sta
l’ombra malefica – Che osserverà?
Chiamate subito il Podestà.

Già per le scale – T.T. S.P.Z.I.L.E.
Vi si precipita d’autorità
E l’accaduto, tosto che sa,
sta per scoppiare di … ilarità.

8° 
Ma vuol guardare – vuole spiare
per la sua gran responsabilità
deve guardare, di qua, di là
È sempre l’occhio del … Podestà.

Per l’occasione – tosto il gallone
a don Luigi lieto ridà
e il vecchio vigile che tutto sa
qual Nume indigite della città.

10°
Non si impressiona e lesto tuona:
andate subito, recate qua
il sacrestano – Ei spiegherà,
lo strano enigma che ei solo sa

11°
E lo scaccino - si spinge insino
al fier cospetto del Podestà,
mentre in se cogita: cosa vorrà
questa suprema mia Autorità?

12°
Apri le porte, se no la morte,
e dimmi franco la verità:
chi nascondesti sopra di là
a compromettere la mia città?

13°
In un baleno, il tempio è pieno
di folla enorme, d’Autorità
mentre la ronda sui tetti è già
per far giustizia senza pietà.

TERZO TEMPO

14°
Quattro monelli scalzi e in brandelli
vide la ronda che ha rotto già
tutte le tegole e urlando va:
o delatore, scendi di là.

15°
Quattro monelli che pei capelli
or tiran sotto con voluttà
di far vendetta, si spinser là
a fugar nidi … Ah! Ah! Ah! Ah!

16°
In una matta risata scatta
la folla mentre la ronda va
e il Nume indigete col Podestà
restan perplessi come due f.. ss ..

Giacomo Tassoni Oliva


lunedì 5 dicembre 2016

Faida (reg. Paolo Pecora - 1988)



Per un campanile

A Platì da molti giorni ferve una viva agitazione che minaccia di rompere i limiti della compostezza e dell’ordine.
Il tema di questo movimento insurrezionale è fornito dalla punta del … campanile … Povero caro campanile! … Esso ha durante una lunga teoria di anni, segnato i giorni tristi e i giorni lieti, slanciando la sua guglia al cielo come una sfida ardimentosa; esso dalle campane armoniose ha sonoramente avventato all’aria, ora i suoi mesti rintocchi di funerale, ora i suoi trilli argentini in omaggio a una vita novella o a un novello legame d’amore! … E nei giorni di festa che richiami onnipossenti non ha fatto alla fede degli umili cittadini? … Ebbene, questa vigile sentinella così profondamente attaccata alle memorie secolari di un paese, è ora condannata a perire sotto i colpi demolitori del piccone. Ragione di pubblica utilità, grida il signor Genio Civile, ragion cui non vale ribattere. E vien l’ordinanza prefettizia. Ma sì … Quei buoni cittadini di Platì non ne vogliono sapere di separarsi dal caro compagno loquace, dell’amico sicuro ergentesi lungo le curve pure del firmamento. E sono scesi in armi, sulla piazza maggiore, e hanno messo a vedetta, sulla cima del campanile, il sagrestano … cieco … Un rintocco, alla prima apparizione … e il resto si può immaginare. Come nella notte dell’assalto che i bravi diedero alla casa di Lucia …
Trama allegra di novella umoristica. Benissimo. Ma il colmo del curioso è dato dallo spunto politico emergente dalla faccenda. I soliti mestatori soffiano nel fuoco aizzando gli animi già accesi di quei laboriosi popolani, e vogliono addossare la colpa della progettata demolizione al cav. Salvadori sottoprefetto del Circondario.
Errore! Quel galantuomo lì – è anche un ottimo ed indipendente funzionario – c’entra a parer mio, come i cavoli a merenda.
E’ l Genio Civile che ha sentenziato e decretato l’annullamento del … campanile. E si sa bene, il Genio Civile ha ragioni da vendere. Perché dalla mattina del disastro ad oggi ha compiuto miracoli di insipienza e d’inettitudine, d’incapacità e di miseria, e per pagarsi dello smacco delle mancate costruzioni di baracche, ordina la demolizione dell’innocente campanile. Un altro documento di bestialità.
Ma l’affare si fa serio direbbe Edoardo Scarpetta. Così serio che io nell’interesse dei lettori fu dato speciale incarico ad un valoroso collega di Platì per conoscere le varie fasi del divertente episodio. Oggi pubblico un saggio sottilmente ironico, nell’augurio che le cose prendano felice piega lungi dalle manifestazioni turbolente e irragionevoli.
Rideremo domani, perché se non c’è più Giosuè Carducci per cantare Faida di Comune c’è sempre il romanziere Giuseppe Portaro a scrivere … Faida di … Campanile …

a. scabelloni

Il Giornale di Reggio l’eco settimanale della provincia  R. C. 9 giugno 1909 Anno I – N. 5, Direttore: D.r A. Scabelloni, Redattore-capo: Farm. G. Sculli


domenica 4 dicembre 2016

L'inchiesta - il campanile elettorale

Giro d’orizzonte sulla Calabria minore

Il progresso non passa per Platì

LA TRIBUNA DEL MEZZOGIORNO Giovedì 10 gennaio 1963

A cura di Antonio Delfino


Il  campanile “ elettorale “

PLATI’, 9 – Ferdinando il Cattolico, verso il 1500, concesse a Don Carlo Spinelli vaste terre impervie e disabitate denominate Prati.
Il feudatario pensò di popolarle chiamando gente dai villaggi vicini e regalando un piccolo podere per costruire la casa.
I primi abitanti, molto religiosi, costruirono una piccola e rustica chiesa che fu edificata verso il 1550. Il terremoto del 1783 la distrusse completamente e fu necessario ricostruirla.
La popolazione, che nel 1795 era di 1300 anime, raggiunse nel 1940 le 4000 unità; sicché la Chiesa, per la sua limitata capienza e malsicura architettura, non fu più idonea alle esigenze del culto.
L’arciprete Giuseppe Minniti con spirito encomiabile e confortato dallo slancio religioso della popolazione, diede inizio ai lavori per la ricostruire una Chiesa più ampia della precedente e di architettura moderna.
La popolazione concorse con aiuti finanziari e prestazioni gratuite di manodopera. Gli emigranti inviarono i loro risparmi. I più indigenti trasportarono dal vicino greto del torrente il materiale da costruzione.
I lavori, per alcuni anni, proseguirono a ritmo intenso; successivamente, però, ebbero un arresto per la scarsezza dei contributi statali (in tutto 5 milioni dal Genio Civile)
Attualmente tutto è fermo ed il lavoro comincia a screpolarsi in certi punti, per la non continuità dei lavori. Il barometro delle opere, eseguite a ritmo lento ci è fornito dal campanile, battezzato da tutta la popolazione “ campanile elettorale “.
Infatti, in ogni competizione elettorale, il campanile aumenta di 4 metri (attualmente è a 22), in relazione ai modesti contributi che giungono per interessamento dei vari parlamentari desiderosi di essere preferiti nella scelta competitiva.
Da rilievi eseguiti, potrebbe essere ultimato verso il 1970, sempre che le competizioni (e ce lo auguriamo) abbiano in futuro un corso democratico.

Nella foto: il campanile “ elettorale “ che attende ancora la definitiva sistemazione.

Nota 
Questo articolo completa il reportage dedicato a Platì dalla Tribuna del Mezzogiorno di Messina il 10 gennaio 1963 a cura di Toto Delfino.
Il campanile invece rimarrà protagonista di queste pubblicazioni per qualche tempo, come pure la strada SS. 112, un'altra sinfonia incompiuta.

giovedì 1 dicembre 2016

La Storia - Francesco De Gregori

ed è per questo che la storia dà i brividi,
perché nessuno la può fermare
Francesco De Gregori



Quante memorie classiche, quanta storia sconosciuta in questo litorale ionico, dove sulle rovine dell’antica Locri, spenta da secoli, ci aggiriamo, tardi nipoti di vetuste generazioni illustri, calpestando una terra sacra, di cui ignoriamo quasi le tradizioni e la civiltà, che pur erano patrimonio nostro, patrimonio nazionale!
Se è vero che l’Italia, è tanto ricca di storia da averne a rifondere a tutti i popoli del mondo, non è men vero che il trascurare la storia del più oscuro lembo della sua terra, in tanta esuberante ricchezza, è indecoroso per noi – E la storia delle Calabrie, non è delle ultime e delle meno luminose, la storia che conobbe l’alito e la vita della classica civiltà greca, che ebbe Pitagora e Zeleuco e le sue antiche celebri scuole filosofiche, faro luminoso di altra dottrina umana: che accolse Timoleonte diretto ad abbattere la tirannide di Dionisio siracusano, che intese le grandi voci di Alcibiade, di Nicia, di Lamaco: che vide Pirro, vide Annibale, vide il medio-evo con i suoi forti e i suoi castelli, che vide le incursioni Saracine, che ebbe i suoi Campanella, i suoi filosofi e i suoi scienziati, i suoi poeti (e che vena superba e sconosciuta!), che palpito per l’ideale della redenzione italiana, che ebbe i suoi patrioti, i suoi martiri, le sue aspirazioni sublimi che sofferse cataclismi di natura e sventure senza numero; che vanta la sua popolazione industre, laboriosa, di forte ingegno, la sua terra ridente, fertile e benedetta, a cui gli abitanti si senton legati con nodi pertinaci di vita, che ebbe il suo brigantaggio, sì, ma non sempre nato da cieco fanatismo (l’attesterà un giorno la vera storia) e che nel suo impeto rubesto e selvaggio mostrò lampi di eroismo generoso.

Domenico Giampaolo,Un viaggio al Santuario di Polsi in Aspromonte, prima edizione 1913, ristampa, Grafiche Marafioti, Polistena 1976

Nota
Non è facile scrivere così. Non lo può fare il cronista e quanti si curvano per ore sopra un documento olografo. Né è consentito a me come  non è consentito all'ultimo scrittore affacciatosi dentro l'editoria di oggi e domani.  Solo a Domenico Giampaolo. Che, ripeto, è il più grande scrittore calabrese, pur non avendo pubblicato un parola in vita.
Il murale su piastrelle di Saro Lucifaro si trova sulla strada che porta da Montalto a Polsi.

mercoledì 30 novembre 2016

...E per tetto un cielo di stelle (reg. Giulio Petroni - 1969)




foto di Totò Carannante


Foto di Sandro Messina


PER i platioti possedere a Polsi una casa costituiva un titolo d’onore attraverso cui si dimostrava il tangibile attaccamento alla Vergine. Essa era destinata ad accogliere i paesani assicurandone un ricovero nei pellegrinaggi e nei giorni di festa.

Nota
Nelle foto panoramiche la casa è sempre sulla vostra destra.
Voglio farvi notare come la foto del buon Carannante ricalchi perfettamente, involontariamente, la precedente, di un' epoca molto anteriore.

lunedì 28 novembre 2016

Alberi (reg. Michelangelo Frammartino - 2013)


Don Giacomino Tassone Oliva nacque a Siderno il 3 gennaio 1887 da Tassone d. Giuseppe di Domenico da Fabrizia e Oliva d. Giuseppa di d. Giacomo e Oliva d. Paola i quali si erano uniti in matrimonio a Platì il 22/02/1874.
La sua esistenza la trascorse per buona parte a Platì dove venne adottato dagli zii don Saverio Oliva, arciprete, e dalla di lui sorella, per cui al cognome del padre aggiunse quello di Oliva. Alla morte degli zii divenne erede dei beni degli stessi, che non erano pochi, motivo questo della sua assidua permanenza in paese. Studioso colto e preparato allacciò amicizia con gli intellettuali dell’epoca, da Vincenzo Papalia a Ernesto Gliozzi sen.
Don Giacomino sposò Carolina Migliaccio di Domenico e Rosina Scaglione , geracesi, dalla quale unione nacquero due figliole: Maria di Polsi e Giuseppina. In Platì per via della signora Mattia Migliaccio sorella della moglie e del canonico Ettore Migliaccio, morta prematuramente, fu legato anche alla famiglia Furore. Questa parentela con i Migliaccio gli nocque non poco perché nel 1930 il canonico Migliaccio fece interdire don Giacomino in quanto, come asserivano, affetto da grave malattia nervosa ed assumendo la tutela di Maria di Polsi e Giuseppina ancora minori.
Poeta fecondissimo ed autore di una tragicommedia non riuscì mai a raccoglierli in una pubblicazione nemmeno a proprie spese come era consuetudine a quei tempi e la sua scarsa fama è legata solo a qualche citazione da parte di scrittori come Gianni Carteri o Antonio Delfino.
Morì a Siderno nel 1941


Queste bevi note sono state redatte con il fondamentale contributo di Francesco di Raimondo


Partire è un po' morire (reg. Giacinto Mondaini 1951)


P A R T E N Z A

( D a l  v e r o )

Giovanni Virgara

Le campane della Chiesa Matrice suonavano a festa mentre un concerto musicale allieta le vie di un piccolo paesello calabrese.
Sperduto tra i monti, sprofondato nell’imo di una valle, circondato da amene campagne, ed allietato da diversi rumorosi torrenti,il villaggio ha sempre una pace quasi claustrale. Ivi non vedesi mai il fumo nero di una locomotiva, non si ode mai il rumore del gran serpente nero che corre, corre, corre e riunisce tanti paesi, riunisce tante città, mette in comunicazione tanti cuori.
Ivi non si vedono tranvai, non sontuose macchine, ma bensì si scorge di tanto in tanto qualche piccola automobile, quotidianamente il servizio postale.

Quel giorno era festa …!
Si solennizzava la Protettrice della Confraternita del paese: La Vergine del SS. Rosario.
La giornata era splendida; il sole sorrideva coi suoi raggi indorati mentre un lievissimo venticello accarezzava leggermente il viso del passeggero.
Le campane suonavano a festa.
Una scarica di mortaretti annunzia il principio della processione del Simulacro della Vergine.
Sopra i balconi tutti vi si sporgono gettano fiori in gran copia e segnandosi recitano mentalmente devote preghiere.
Tutto il popolo segue devoto l’Immagine, formando un lungo corteo. Là sul bianco verone, si vede un rosso visino, circondato intorno intorno da una corona di biondi capelli trattenuti da un azzurro nastrino.
Due occhi cerulei splendono come due fari luminosi ed un dolce sorriso corona la sua rosea bocca.
Al passar del simulacro pian piano inginocchiossi e devotamente recitò una breve preghiera, mentre la processione seguì lentamente il suo svolgersi.

Un’altra scarica di mortaretti annunziò il ritorno nella Chiesa della Statua.

E’ suonata l’ora tredicesima, altri due minuti e l’ AUTOBUS si accingerà a partire.
Vestita con la sua vestina bianca, con in testa il suo bianco cappellino, e col suo solito sorriso sulle labbra si asside sur un sedile mentre scendono giù per le gote due grosse lacrime lucenti.
Un altro momento … E … ADDDIO! ! ! !

Là nel rumore della città, nella Capitale del mondo forse ti si dimenticata del tuo povero Vanni …

Forse mentre le ore passano veloci, mentre i giorni si susseguono ai giorni, tu hai altri pensieri, forgi altre idee … Quei pensieri che un giorno erano diretti ad una sola persona, adesso vagano altrove; il tuo sorriso che coronava sempre la tua rosea bocca e col quale affascinavi chiunque osava mirarti, adesso forse è diretto ben lungi; i tuoi occhi cerulei che sempre mandavano dardi d’amore, adesso forse mirano un altro volto più bello, un altro viso più affascinante.
La tua voce squillante che notte e dì non si stancava mai cantando le belle canzoni d’amore e pronunziando quel nome fatale, adesso pronunzia altri nomi, canta altre canzoni, dice altre ben diverse parole …
Quelle tue bianche manine che tanto spesso erano il mezzo per poter essere un momento insieme, giocando coi nostri diversi giuochi, adesso forse sono il mezzo per avvicinarti ad altre persone …
Ah! Grande illusione! Ma amore è sempre amore, il primo amore non si cancella mai … Primo amore eterno amore.
Invano la lontananza tenta di farmi dimenticare la tua dolce fisionomia; Invano tenta farmi scordar quel tuo volto angelico. Invano i cento chilometri tentano spaventarmi con la loro lunghezza; nulla, nulla è capace farmi dimenticare te, i tuoi occhi, i tuoi capelli, il tuo dolce sorriso …
Vani sospetti di quando in quando passano per la mia mente e cercano soffermarsi e farmi dubitare …
Ma il pensiero fugace vola immediatamente a te, e tutto passa tutto ritorna come prima.
Ed io t’amo. T’amo d’una amore vero e sincero, t’amo dello stesso amore che ‘amai la prima volta, ma rinforzato ed alimentato dalle sofferenze e dai sacrifici; t’amo di quello amore che non si spezzerà giammai, e che durerà in eterno. Passano le ore, passano i mesi, passano gli anni, ma non passerà giammai il mio ardente amore per te.
MARIA! A nome sì caro il mio cuore sussulta, il respiro mi si sofferma, e tutto il mio essere si concentra nel pensiero di te, obliando il tempo che fu-
Ah ! Diletta, l’animo mio non si sazierà mai del tuo amore, sempre ti cercherà, ed andrà ramingo finché non ti avrà posseduto, finché non ti avrà stretto a sé, finché non ti avrà trasfuso tutto l’ardore che continuamente l’infiamma e lo strugge.
Il mio cuore sarà il tuo cuore, la mia anima sarà la tua anima, il mio tutto sarà il tuo essere stesso.
Io e te saremo una cosa sola, un essere solo, un’anima sola …

F I N E


Nota
Di Giovanni Virgara si sono perse le tracce. Lasciato il paese per la Sicilia (Palermo, Trapani) vi faceva ritorno solo occasionalmente. Quello che so è che la casa dei suoi familiari era dalle parti del ponte. Fu poeta primariamente, narratore occasionalmente. Di ogni sua pubblicazione faceva dono allo zio Ernesto il giovane, che non mancava mai di passare a salutare nei suoi ritorni sempre più sporadici. Come il Leopardi si struggeva per Silvia il nostro Virgara si perse dietro Marietta, sua coetanea platiota, che di lui non ne voleva sapere. Marietta lasciò anch’essa il paese e a Giovanni Virgara non rimase che rimembrarla con i suoi versi.