“I'm a lone wolf, barking in a corner. Plain disgusted with a world I never made and don't want none of”. Clifford Odets,1944
martedì 15 novembre 2016
lunedì 14 novembre 2016
La tomba di Ligeia (reg. Roger Corman - 1964)
Quando i crepuscoli del sole morente mandano i loro ultimi pallidi
bagliori, e la sera invita il tardo passeggero, che da lassù apparisce, ad
affrettare il passo alla volta del suo ricovero; e l’ala stridente del falco o
del nero corvo, che vi passa vicino, rapida fende l’aria, e raccoglie il volo
sopra qualche rupe inaccessibile; quando l’ululo del gufo e il sinistro
squittire della civetta, fosca abitatrice delle fessure di quelle muraglie, risuona,
ad intervalli, lamentoso, il luogo diventa addirittura tragico.
L’ombra crescente, a misura che rende più indistinti i profili di quei
vecchi avanzi, fa apparire più tenebrosi i recessi, ed in quelle cave sembra
maturarsi qualche cosa di cupo e sinistro da agenti tenebrosi. Il lieve
stormire delle foglie sembra il passo misterioso di qualcheduno che s’avvicini,
e comunica brividi. Vaghi profili si disegnano nell’oscurità, e in mezzo a
quelle ombre fosche l’occhio allucinato vede delinearsi una bianca veste
verginale, slanciata e flessuosa che sorge da una tomba, mentre una testa
nascosta da lunghissime chiome scomposte, che scendono fluttuanti fino al
suolo, si disegna meglio.
Due mani stecchite allontanano lentamente il volume di capelli che
nascondono il volto, ed apparisce una faccia pallidissima, di una vaporosa
bellezza, i cui occhi sembrano di poco a poco svegliarsi da un sonno
lunghissimo, e fissarvi con una espressione indefinibile, sinistra e tragica,
mentre la bianca tunica, aprentesi d’improvviso, vi mostra un seno esuberante,
su cui rosseggia una lunga striscia di sangue che stilla lentamente fino al
suolo.
Vi sentireste tentati, vincendo lo stupore, d’interrogare quella strana
vergine, bella di una eterea bellezza, ma la vostra voce non otterrebbe
risposta alcuna; la vostra invocazione verrebbe accolta da un silenzio superbo.
L’aspetto di quell’apparizione ha parlato troppo, e nessuna umana
favella potrebbero rendervi il senso profondo della sublime tragedia compitasi,
più di trecento anni fa, lì, in quel luogo, dove un’anima nobilissima, una
candida vergine, rapita all’affetto dei suoi cari dall’amore prepotente del
signore di quel forte antico, si trapassava il seno con un coltello, anziché
cedere all’amplesso tirannico.
E quella pallida ombra, ogni notte, a quell’ora, suole mostrare quivi
il suo dolente aspetto, sorgendo dall’avello, che fra quelle mura medesime
ergevale l’innamorato e pentito suo tiranno, tardo ammiratore di inaudita
virtù.
E’ irriverenza disturbare quel sublime dolore; esso non vuole la parola
umana incapace di descriverlo; il silenzio profondo e riverente del cuore è
accettato meglio.
Ed ella si dilegua, mentre gemiti lugubri e repressi le tengono dietro,
come di persona che la seguisse, di un altro fantasma che implorasse un perdono
chiesto da secoli, e non mai concesso.
E’ verità? È leggenda, a prescindere dalla verità storica, pur vi può
rappresentare, sebbene con più pallidi colori, la verace anima del passato.
Domenico Giampaolo,Un viaggio al Santuario di Polsi in
Aspromonte, prima edizione 1913, ristampa, Grafiche Marafioti, Polistena
1976
Nota
Questa non è letteratura che si addice, o meglio, che può nascere da penna
calabrese o nazionale, solo un visionario come Edgar Allan poteva riuscirvi. Né tanto meno può essere apprezzata
dai nativi sanluchesi, meno tra tutti poteva essere gradita a Stefano De Fiores,
eterno, contorto, mariologo. Eppure Domenico Giampaolo riuscì di trasfigurala
sulle rive del Bonamico come Roger Corman trasfigurava, per conto dell’American International Pictures,
Edgar Allan con i colori di Floyd Crosby. E vi dico, che certi passaggi di
Domenico Giampaolo - rapito, prematuramente, all’affetto dei suoi cari dall’amore prepotente della Morte - li preferisco a interi racconti di Alvaro.
domenica 13 novembre 2016
Un americano in vacanza (reg. Luigi Zampa - 1945)
DA PLATI’
Italiano che onora la patria all’estero
E’ qui giunto da pochi giorni, per trascorrervi una breve villeggiatura
il nostro concittadino Thomas Marando accolto da tutti con le più vive e
spontanee manifestazioni di simpatia. Egli ritorna a rivedere il vecchio padre, la famiglia, i
luoghi della sua infanzia irrequieta, dopo 28 anni di permanenza in America, la
maggior parte trascorsi a Du Bois in Pennsylvania. La vita di quest’ottimo italiano è l’esempio tipico di ciò che l’uomo
quando all’ingegno accoppia un cuore onesto e volontà e una volontà
inflessibile.
Nato in Platì nel 1879 volle nel 1895 varcar l’oceano in cerca di
fortuna.
Aveva sedici anni, un biglietto di terza classe e un desiderio immenso
di salire.
Al ragazzo, sbalzato d’un tratto dalla quiete del nido familiare nel
turbine babelico del nuovo mondo, i primi anni furono di una durezza
indicibile, ma egli aveva in se la tempra del lottatore e seppe vincere con
tenacia ogni ostacolo.
Riuscì, magnifico esempio di autodidattica, usufruendo dei ritagli di
tempo che gli lasciava liberi il diuturno lavoro, a formarsi una cultura;
divenne notaio pubblico, interprete, fondatore d’associazioni politiche, sempre
apostolo fervente d’Italianità e di patriottismo. Popolarissimo nella nostra
colonia della Pennsylvania, non c’è benefica iniziativa che non lo trovi pronto
al valido contributo …
Conquistatasi col suo agile ingegno e col suo tenace lavoro una florida
agiatezza, questo forte figlio della Calabria non esita a profonderla in tutte
quelle opere da cui possa derivar decoro alla Patria.
Dotò la città di Dubois, ove risiede, di un ottimo concerto musicale
che gli costò ben settantamila lire, ma che tien desto tra gli americani il
massimo entusiasmo per l’arte italiana.
Con la sua opera sagace egli non si stanca di promuovere le
associazioni politiche fra i nostri connazionali convinto che dall’unione e
dalla disciplina scaturisce la forza necessaria per essere all’estero
rispettati.
Gazzetta di Messina e delle
Calabrie 6 Agosto 1924 pag. 2
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Once upon a time in Platì
giovedì 10 novembre 2016
Le fate (reg. Salce, Monicelli, Bolognini, Pietrangeli - 1966)
Caro Ciccillo
Ernesto è a letto con catarro e tosse. Non può né vuole viaggiare. Vi
prego di non allarmarvi, perché la cosa è lieve; ma le conseguenze potrebbero
essere grandi.
Procedete al fidanzamento come se tutti fossimo presenti e non mancherà
il tempo in cui i nostri affetti saranno manifestati verso la buona fata che è
Cata.
Augurii e buone cose.
Saluti per tutti ed affettuosità al fidanzato.
Tuo
aff zio
Ernesto
Lì 19 – 1 – 46
Caro Ciccillo
Immagina se avrei voluto venire
ed assistere alla cerimonia di oggi; ma
Peppe quando è venuto aveva visto e saputo che non stavo tanto bene; poi mi ero
rimesso; ma ora da tre giorni ho avuto di nuovo la febbre a … 38; stamane è a
37, ma non posso assolutamente viaggiare, anche per la debolezza: vogliatemi
perciò perdonare e tenetemi come presente col mio consenso e coi miei più
fervidi auguri. Spero rimettermi subito e venire domani ad otto.
Cara Cata
Dico a te
quello che dico a Ciccillo, mentre ho negli occhi una lacrima di nostalgia. Ti
abbraccio.
Tuo
Ernesto
il primo
è l’atto di battesimo della mamma redatto il 24 marzo 1913 da
ego Franciscus Mittiga
sacerdos aeconomus Ecclesia S. M.
Lauretanae:
baptizzavi infantem natam die 20
(ma era nata l’ 1, come potete vedere dal secondo documento)
ex Aloisio Gliozzi
et Elisabetta Mittiga
coniugibus legitimis huius
Parochiae
cui imposit fuit nomen Chatarina
Matrina fuit Seraphina Gliozzi
Pro fide, Ego F. Mittiga
Il secondo
È l’atto di matrimonio tra papà (commerciante) e mamma (casalinga)
redatto dallo zio Ernesto il giovane (assente giustificato al fidanzamento), il quale officiò il rito
il 16 febbraio 1947 alle ore 16
Testimoni
Mimì Gelonesi fu Francesco
di anni cinquantasei
e
Peppantoni Perri figlio di
Pasquale di anni quarantatre
Le pubblicazioni ecclesiastiche furono eseguite nei giorni 21 gennaio e
2-9 febbraio 1947
e quelle civili dal 26 gennaio al 2 febbraio 1947.
SDG
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Ernesto Gliozzi Jun,
Ernesto Gliozzi Sen
Allodole sul filo (reg. Jirì Menzel - 1969)
ODE
Allora quando,
di spineti densa,
- covo selvaggio di selvagge vite -
regnava questo
luogo inospitale
sola, la morte,
E da le scorze
degli acuti pini,
dai larici
virenti e dai querceti,
scendevan torme di silvestri
ninfe,
di fauni e fate,
Che qui, nel terso gorgoglio de l' acque
- sotto la
fresca nostalgia de l' ombre -
bagnavano le
nere ed ondulate
capigliature...
Allora
appunto fu che ruppe, ansante,
tutto l' incanto d' una vecchia etate
il pio
muggito d'un torello in fuga
lungo, sonante.
E con la
forza di lunate corna,
- come se
dentro l' incitasse un nume -
dove le fate
si posavan prima,
scavò la terra.
Poi, quando
apparve sulla nera zolla
un Simbolo
di Vita... il faticante
suo lavoro
sospese e, riverente,
cadde in ginocchio.
E non è
questa quella Croce apparsa:
ond' io mi spiro a favellar con lode
di quella gente che seguì le peste
del pio torello?
- Non è qui,
forse, dove apparve - cinta
d' arcana
luce, una Regina quale
voi la
vedete e i secoli passati
ci tramandaro?
Una soave
melodia da l' erme
cime dei monti si partì. Le fate
intesero
quel canto e sprofondaro
tutte sotterra…
Sola regni
Maria ! Come l' eterna
giovinezza
d'un popolo t' onora!
Come s'
intreccia sulla tua divina
fronte la lode!
Palpita
ancora, dentro le pareti
di questa
chiesa l' anima dei padri;
dei forti
padri che la fede ardente
rese
felici.
E t'
innalzaro nel prondo cuore
de l'
Aspromonte, viride e possente,
una gentile,
di bellezze onusta,
mite chiesetta.
Dove la
massa dei fedeli scese
ebbra di
fede e risonaron queste
valli feconde di
sonori canti
soavemente.
Regni Maria
- di nostra gente orgoglio
Ed or che
intorno palpita la vita;
vita feconda
di lavori umani
tendi l' orecchio.
- Quali
clamori a te portano questi
fili di
ferro, (*)
che le nevi intatte
sorvolano, e
tu senti ed annuisci
dolce Regina?
- Oh, non è
vero che fratelli tutti
ci vuol la
Madre, onde ci cinge e lega
con questi
fili, e per sentir le preci
di
tutto il mondo?
Ed è per
questo che le braccia tendo
a l'
amplesso soave de l' amore;
a tutti
quanti non conosco ed amo
dico: Salvete!
Nota
Quest’ode (con qualche modifica) è già apparsa agli albori di queste
pubblicazioni; oggi torna alla luce nell'edizione sua originale apparsa, come
la foto, sulla rivista POPSIS Anno III, Numero 1-2, 1912.
Al di là dell’argomento mistico-religioso,che accetta la cultura e la mitologia greco-romana, non posso che farvi notare
l’ispirazione, quasi canora, come l’influenza metrica carducciana, che
partecipano a far volare in alto, nella volta celeste, l’ode. Come, anche, ricordare
quell'epoca di forti influssi intellettuali che travalicava il paese. Passed
away, forgot … all!
mercoledì 9 novembre 2016
Qualcosa è cambiato (reg.James L. Brooks -1997)
Arrivo per la presentazione del libro di Michele e una notizia, quanto mai inaspettata, mi viene catapultata in petto: Micuzzu ha lasciato il suo posto di sacristianu. Durante l’incontro, nel fu Cinema Loreto di Platì, attraverso la finestra con vista sul balcone di casa sua, spero si manifesti per un istante. Tale sarebbe stata la mia letizia; niente, solo una sfuggevole Marietta. Siamo alla frutta! Lo dico perché la figura che egli rappresentava è stata l’istituzione più longeva, per quel che io ricordi da quando gattonavo in chiesa. Nel momento in cui tutto segnava il passo, i parroci, i reggenti la parrocchia, i casuali aiuti mandati da Locri, ma anche quanto attorno a lui accadeva, dai battesimi, ai matrimoni, ai funerali, alle solennità festive, si era certi che dalla chiesa Micuzzu non sarebbe svanito. Ancora: quando il coro non esisteva era sua la voce che intonava assieme all’officiante, così come la squilla era diversa quand’era lui a tirare le corde per messe, angelus o mortorio. Micuzzu è stato anche un’icona al pari di quella di San Paolo assiso su uno degli altari della navata sinistra e come il santo egli faceva fronte col mondo secolare che scalpitava fuori ed i cui rumori massacravano finanche i più semplici rituali ivi celebrati.
Quel mondo secolare l’ho sempre visto come un qualcosa di staccato dagli influssi sacri, per i marcati e distinti colori che si avvicendavano in municipio ma, se ci pensate, anche per le diverse posizioni occupate: il municipio al di sotto la via XXIV maggio, la chiesa al di sopra. Quasi una linea di confine quella carrozzabile, una demarcazione che nessun prelato o sindaco osasse attraversare senza il relativo capo abbassato che era anche una disposizione. Gli unici ad valicala a testa alta erano i novelli sposi, con il loro corteo di testimoni, parenti, amici e le consuete ciurme di bambini, il loro vociare cristallino attirava gli sguardi dei più distratti, che dopo il rito in Comune si avviavano, tutti vestiti in abiti freschi di lavanda, verso la chiesa per fissare la data del vero obbligo, anche morale, dell’uno verso l’altra e viceversa.
Quel mondo secolare l’ho sempre visto come un qualcosa di staccato dagli influssi sacri, per i marcati e distinti colori che si avvicendavano in municipio ma, se ci pensate, anche per le diverse posizioni occupate: il municipio al di sotto la via XXIV maggio, la chiesa al di sopra. Quasi una linea di confine quella carrozzabile, una demarcazione che nessun prelato o sindaco osasse attraversare senza il relativo capo abbassato che era anche una disposizione. Gli unici ad valicala a testa alta erano i novelli sposi, con il loro corteo di testimoni, parenti, amici e le consuete ciurme di bambini, il loro vociare cristallino attirava gli sguardi dei più distratti, che dopo il rito in Comune si avviavano, tutti vestiti in abiti freschi di lavanda, verso la chiesa per fissare la data del vero obbligo, anche morale, dell’uno verso l’altra e viceversa.
Le opere e i giorni hanno cancellato ogni officiante comandato ai rituali laici o divini. Viepiù che il prelato incaricato dalla curia non è un nativo che parla lo stesso idioma del paese, limitato a subire le interferenze di chi occupando la carica di primo cittadino ha dimenticato, per la maggiore onestà e fedeltà del compito affidatogli, di lasciar in sacrestia le cariche ricoperte in quel contesto.
Nei tempi dei miei ricordi, gli zii Ernesto e Ciccillo pur avendo avuto come compagni di gioco quanti andavano a sedere in consiglio comunale, tenevano cara la loro autonomia o, se preferite, non ingerenza pur avendo la stessa fede politica, talvolta indotta, e così in senso contrario. Quando, anche il primo cittadino, di color rosso peperoncino, teneva all’amicizia ed al rispetto del prelato figlio di famiglie che, seppur avverse politicamente, sedevano insieme nei banchetti lieti o tristi della vita. E nessuno, qualsiasi fosse il suo schieramento, avrebbe ardito portare la fascia tricolore nella processione della Madonna di Loreto o di San Rocco.
Nei tempi dei miei ricordi, gli zii Ernesto e Ciccillo pur avendo avuto come compagni di gioco quanti andavano a sedere in consiglio comunale, tenevano cara la loro autonomia o, se preferite, non ingerenza pur avendo la stessa fede politica, talvolta indotta, e così in senso contrario. Quando, anche il primo cittadino, di color rosso peperoncino, teneva all’amicizia ed al rispetto del prelato figlio di famiglie che, seppur avverse politicamente, sedevano insieme nei banchetti lieti o tristi della vita. E nessuno, qualsiasi fosse il suo schieramento, avrebbe ardito portare la fascia tricolore nella processione della Madonna di Loreto o di San Rocco.
Nota
Questo scritto apparso sulla rivista in Aspromonte nell'ottobre scorso era stato redatto nel mese di giugno. La realtà ha superato la fantasia perché ho l'impressione che ci avviamo a divenire macchiette per un qualunquemente film con l'albanese di turno.
Nella foto in BN, sotto il vigile sguardo dello zio Ciccillo e di mons Minniti, Toto Delfino bacia l'anello a mons. Michele Arduino che resse la Diocesi di Locri-Gerace dal 1963 al 1972.
lunedì 7 novembre 2016
L'inchiesta - le strade si collaudano con il sedere
Giro
d’orizzonte sulla Calabria minore
Il progresso
non passa per Platì
LA TRIBUNA DEL MEZZOGIORNO Giovedì 10 gennaio 1963
A cura
di Antonio Delfino
Le dolenti note della viabilità interna
Gli interventi d’emergenza dell’ANAS hanno bloccato il
traffico sulla S. S. 112
PLATI’, 9 – Tra le strade statali, che attraversando gli Appennini
congiungono i sue mari, la statale 112 è quella di maggiore interesse
commerciale e turistico.
Unisce, attraverso un tracciato pianeggiante, quasi 30 centri in fase
di sviluppo economico mentre vi gravita una popolazione di oltre 100 mila
abitanti.
Chiusa al traffico dal 1951 non è stata ancora ultimata perché l’Anas
interviene saltuariamente e non con un piano generale di lavori. Infatti gli
interventi passati sono stati improntati ad un piano d’emergenza.
Spesso i ponti e le altre opere non appena ultimati o cadono o vengono
coperti da detriti.
Un mese fa il ponte delle “ Cromatì “, già ultimato (e forse
collaudato), venne coperto da 500 tonnellate di detriti, secondo la perizia
dell’Anas.
Un solo cantoniere, saltuariamente, è preposto alla manutenzione del
fondo stradale, impervio e sconnesso ed ancora esistente in qualche punto,
mentre l’erba vi cresce come nei migliori prati inglesi.
E si lamentano che manca il pascolo!
Vengano i tecnici sul posto, e non in visite turistiche per vedere di
sfuggita qualche opera ed ammirare il panorama veramente stupendo.
Diceva Ferdinando IV di Borbone che “ le strade si collaudano con il sedere “. Aveva ragione, perché oggi
si collaudano con apparecchiature tecniche intrigate e moderne.
Le opere finora fatte con criteri slegati, dove spesso c’è contrasto
tra gli stessi enti operanti, portano al paradosso che prima si sistema la
valle e poi si iniziano i lavori a monte. Di questa drammatica situazione ne
risente la popolazione di Platì, che da quasi 12 anni è priva di una strada che
rappresenta la vita del paese per gli intensi traffici e commerci che si
svolgevano con i paesi della ricca Piana.
Mentre a monte la situazione è questa descritta, L’Anas continua a
costruire strade, autostrade e superstrade (persino di materie plastiche!),
mentre fa devolvere per i terreni attraversati dalla statale 112 la somma di
219 milioni, che la Cassa aveva destinato alla bonifica del Careri.
Questo è l’esempio più evidente di come l’Anas non intende dare un
assetto organico e definitivo alla statale 112.
Sulla costruenda strada della bonifica la situazione non cambia. Platì,
ai primi anni di questo secolo, doveva essere collegato con Bovalino attraverso
una strada che, costeggiando l’argine sinistro del corso del Careri avrebbe
dovuto portare al mare dopo pochi chilometri.
A questo progetto si interposero persone influenti per censo e per
politica, sicché i Platiesi ebbero un tracciato che per raggiungere Bovalino si
snoda per ben 25 km., con grave danno economico e spesso di … stomaco.
La bonifica del Careri riprese il vecchio progetto con qualche modifica
e si iniziò una strada che sembra il duplicato della statale 112.
Non viene mai alla luce, anzi, mentre dal ponte di Giulia verso
Bovalino sono stati iniziati i lavori di bitumazione, il rimanente tratto verso
Natile è ancora in fase di sistemazione di tracciato.
Come sempre i lavori iniziano dal mare verso la montagna.
Tralasciando il fatto che il progetto originario è stato modificato con
grande dispendio di fondi che sono poi quelli dei contribuenti, è possibile che
per la prossima primavera i Platiesi abbiano la nuova strada?
Noi ce lo auguriamo, in modo che Platì attraverso queste due strade
possa ridiventare un centro di traffici, di commerci e di turismo, che la
posizione geografica offre, in modo da recuperare gli anni perduti per
incomprensione generale, quando venne usurpata nei suoi sacrosanti diritti.
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I Love Platì,
Totu Delfino
Catene - versione a colori
Vista con gli occhi di don Salvatore Carannante, la Siberia nel golfo di Napoli fa venire in mente Sepolto vivo, film, American International Pictures del 1962, di Roger Corman.
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Once upon a time in Platì
domenica 6 novembre 2016
Voci lontane… sempre presenti (reg. Terence Davis- 1988)
Il sette novembre (lo ricordato molto tempo addietro) è l'anniversario della morte del più grande scrittore di tutti i tempi: Sergio Leone Tolstoj. In famiglia però era l'onomastico dello zio Ernesto il giovane, non dimenticando per questo lo zio dello zio, Ernesto il vecchio. In quel clima autunnale a ridosso della commemorazione dei defunti, i più vicini (nella geografia) eravamo soliti sedergli accanto. Passed away, all, è tempo solo per il ricordo, e qui, ancora una volta voglio ripetere che senza lo zio Ernesto queste pubblicazioni non sarebbero esistite, è lui il vero artefice.
Per festeggiarlo virtualmente ecco che viene fuori questo " omaggio augurale " di don Giacomino, scritto in occasione dell'ascesa all'altare dello zio, mentre nella foto egli è seduto sulla scalinata che porta alla Grotta di Bombile con i suoi giovani pellegrini.
Per festeggiarlo virtualmente ecco che viene fuori questo " omaggio augurale " di don Giacomino, scritto in occasione dell'ascesa all'altare dello zio, mentre nella foto egli è seduto sulla scalinata che porta alla Grotta di Bombile con i suoi giovani pellegrini.
Tassoni Oliva Giacomo
Platì (Reggio Cal.)
Platì 5 Dicembre 1937 – XVI
Al Neo Sacerdote don Ernesto Gliozzi
Entro la tua vigna, o Signore
Un fresco operajo oggi arriva:
la fede, già ardevagli in cuore,
si come una lampa votiva,
ancora fanciullo, allorquando,
lasciava la mamma e i balocchi
e l’arce ascendeva esultando
con lampi di sogni ne gli occhi.
Da l’arce – ove in tempi lontani
Il vecchio Suera à piantato
Con sue apostoliche mani
La santa ceppaja che à dato
Ne’ secoli a Cristo i polloni
Del Presule santo la voce
Chiamava : - Venite, voi Buoni
Voi Eletti – si appella la Croce!
E il piccolo Ernesto v’accorse
Al dolce richiamo, festante,
e tutto, d’allora, si assorse
di Dio nel pensiero costante.
E crebbe qual fiore di serra
Che il proprio profumo non perde,
ma dentro se stesso il rinserra,
né soffio contrario il disperde.
E Iddio del suo vergine cuore
Quel sogno degnossi appagare
Ed oggi, tra un vivo splendore
Di luci, egli ascende l’altare
Del Tempio ove il primo lavacro
Egli ebbe, bambino vagente,
e dove pur l’Ordine Sacro
riceve da Dio sorridente.
Ascendi, Levita di Cristo,
ascendi il raggiunto suo altare
cui oggi, più rabido e tristo
il mondo si affanna ad urlare
l’insulto di Satana, atroce.
Ascendi, o Levita, l’Altare
Su cui alta svetta la croce
Qual faro su torbido mare …
E al candido disco rotondo
Che il Corpo racchiude dio un Dio,
tu implora: i peccati del mondo
cancella, Tu Agnello di Dio.
Implora che venga il suo regno
Quaggiù, sovra l’arida terra,
e che la sua Croce sia pegno
di Amore che fughi ogni guerra.
E voi illustre Presule, al cuore
Stringete il novello Levita,
si come a trasponder l’ardore
di santa, apostolica vita:
l’ardore che tutti vi prende
nel Vostro sì gran ministero,
l’ardore che tutto vi accende
per tutto che è Santo, che è vero.
E su questa casa novella
Che apresi per la tua festa
Non strida giammai la procella,
non rombi giammai la tempesta
ma oggi e per sempre infinito,
si assida la pace e l’amore
e il prossimo nido fiorito
ricolmi ogni gioia il cuore.
GiacomoTassoniOliva
Questi umili versi gettati di un fiato, senza lima e senza contorni, dovevano
essere letti nel convivio di jeri. Per ragioni indipendenti dalla mia volontà,
non sono stati letti e, non essendo sicuro se il giorno dell’Immacolata son
presente, partendo domani per Reggio, li mando, a te, Ernesto, perché li tenga come l’omaggio augurale del
mio animo nella fausta ricorrenza della tua consacrazione Sacerdotale.
Giac. Tassoni Oliva
6 – Dicembre – 37 XVI -
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Ernesto Gliozzi Jun,
G. T. O.
giovedì 3 novembre 2016
Ricorda il mio nome (a Bombile)
Lentini Francesco Ant.(27.9.1851) Di Antonio e Catanz.
Giuseppa cavolotto
Marando Giuseppe (13.11.1851) di Saverio colonnello
Marando Rosa (15.7.1851) vedova di Morabito Tommaso (masi)
Miceli Domenico (8.3.1851) castagna- vir di Avenoso Concetta
Miceli Giuseppe (13.8.1851) di Domenico castagna
Murabito Domenica (2.1.1851) pirozzo-moglie di Carbone
Domenico bizzarro
Pangallo Rosario (21.2.1851) di Ant. e di Catanzariti Anna
jèmija
Perre Maria (21.2.1851) di Pasquale rrant
Perri Francesco (3.8.1851) di Saverio malavita
Perri Saverio (14.8.1851) di Antonio rrantu
Sergi Antonio (19.8.1851) di Francesco Antonera e di
Catanzariti Maria
Sergi Caterina (27.7.1851) di Pietro ved. di Trimboli
Giuseppe vajana
Sergi Domenico (27.11.1851) gallo figlio di Michele
Sergi Giuseppe (11.2.1851) scattagnolo
Trimboli Domenico (23.6.1851) di Francesco pejaru
Trimboli Domenico (17.9.1851)di Pasquale bufalaru
Trimboli Nicola (19.6.1851) di Domenico vajana
Vadalà Giuseppe (17.2.1851) di Carmela del tintore
Zappia Caterina (30.8.1851) di Rocco e Spagnolo Maria
gorgiusa
Antonera Anna (8.2.1852)di Bruno:(che Antonera non sia il
soprannome?)
Catanzariti Maria (189.6.1852) di Pasquale bomba
Cutrì Francesco (3.1.1852) di Sebastiano stracozza
Floccari Caterina (8.2.1852) moglie di Giuseppe careja
Grillo Domenico (8.1.1852) di Francesco incriccio
Mittiga moGiacomo (13.5.1852) di Domenico dama-vir di
Morabito Maria
Portolisi Lucia (14.2.1852) di Saverio-vedova di Pasquale
insertasti
Sergi Giuseppe (13.6.1852) di Carlo careja
Le foto riportano il pellegrinaggio a Grutta, guidato dallo zio Ciccillo, verso i primi anni sessanta. Io riconosco i miei, a voi ... i vostri.
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