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mercoledì 8 maggio 2013

Io che vi scrivo ( reg. Tay Garnett - 1950)



Caro Saro – ti faccio sapere che ho trovato i stivaletti, e te li/mando con tuo papà. Ora i mando tanti saluti a te e fratelli.

Corsico 16-5-66

Caro padre vi rispondo la vostra gradita lettera. Io sto bene, così spero anche per voi. Caro padre, è da tanto tempo che non ricevo vostre notizie, né di voi e né della mamma, io non credo che voi siete malati, e vi chiedo di scrivermi almeno un rigo per sapere le vostre notizie. Ora caro padre vi faccio sapere che è arrivato Domenico Zappia, e o ricevuto il biglietto che mi avete mandato, e mi ha anche detto che state bene, ed io sono molto contento. Voi caro padre non dovete disturbarvi per me, perché io sto bene, e poi vado sempre a casa di Rosario Morabito. Ora caro padre, come mi ha detto Domenico Zappia, che mio fratello Ciccillo viene qui a Milano, voi caro padre dovete dirgli di venire verso la fine di Giugno, se no di fare come vuole lui. Io caro padre, verso la fine di Luglio vengo assieme a Saverio Morabito, a farvi una visita. Caro padre voi non dovete preoccuparvi per me, perché io mangio e lavoro. Ora vi lascio con la penna e col cuore, e vi mando tanti saluti e bacioni a voi, alla famiglia di Ciccillo, specialmente ai nipotini, salutatemi anche le mie sorelle quando gli scrivete. Caro padre vi ripeto ancora una volta di scrivermi e di darmi vostre notizie, perché io non so più che cosa pensare, e ditegli a Ciccillo di scrivermi anche lui più spesso.
             Mittiga Giuseppe

Caro cugino, io che vi scrivo sono Saverio, vi faccio sapere che noi stiamo tutti bene, come pure Peppino. Voi caro cugino non dovete preoccuparvi per Peppino, perché io sono sempre con lui. Alla sera quando torna dal lavoro, io vado a trovarlo a casa, ma certe volte non è contento, io gli domando che cos’ha, e lui mi dice che è in pensiero per voi, perche non gli scrivete, e lui non sa pensare che a voi. Alla domenica si alza un poco più tardi, e poi si fa il suo letto con comodo, intanto che si fa da mangiare, ci mettiamo io e lui a parlare, così per spassarci il tempo. Dopo che ha finito di mangiare, dorme un poco fino alle due o alle tre, e dopo viene a casa mia, ed escono con mio papà, e con altri paesani. Ora caro cugino vi saluto io e la mia famiglia, salutatemi i miei parenti se li vedete. Salutate la mamma di Antonio Portolesi, da parte nostra e di Peppino.
                 Morabito Saverio

martedì 7 maggio 2013

Corpo celeste pt.3


IN MORTE
DEL SERAFICO SACERDOTE
ARCIPRETE  SAVERIO OLIVA
DELLA CHIESA DI PLATI’

SONETTO

Curvo ti veggio, in atto di preghiera,
a Dio elevarti col pensiero arcano,
mentre muore la squilla, e di una nera
ombra si avvolge il silenzio piano.

Dimmi; l’offerta a Dio, prece, qual’era?
Forse mercé per il tuo spirito insano,
forse per gli anni premeanti a sera,
forse pietà che tu ploravi invano?

Spirto gentile, che la Parca fura;
se ornasti di virtù l’austera vita,
la morte ti è sol requie, e non sventura.


Pastor pietoso, sol chiedevi aita,
pel popol tuo, in éra tristre e dura
che piange in te l’estrema dipartita.

                                                               G. PORTARO

Giuseppe Portaro è anche qui: 

lunedì 6 maggio 2013

I pugni di Rocco (reg. Lorenzo Artale - 1972)

Roccu era da Rocca,alle sue spalle, dove io l'ho ritratto con la Nikon in una pellicola Kodak, e lo rimarrà fino alla fine del mondo, visto che i suoi figli ne sono gli eredi, avendolo comprato da Saro, Maria, Luigi e Gianni Mittiga, e non penso che loro mi abbiano a male per tutte le volte che lo cito, avendomi, il loro padre, portato per mano, quand'ero infante, lungo i crinali della Rocca.
Ora ditemi, come si fa a cancellare un Anonimo, visto che vi sono ancora altri citati citatori.
Mi dispiace che il mio suggerimento, perché di questo si trattava, sia stato preso per un affronto-scontro e sono pronto ad un chiarimento, non tradendo le mie convinzioni di comunista del web.
Tutto questo a discapito di quanto si tenti di fare per cambiare l'aurea nera che circonda il paese, vedi i recenti programmi televisivi.

venerdì 3 maggio 2013

Ladri di saponette (reg. Maurizio Nichetti - 1989)











Non sono arrabbiato! Vi giuro che non lo sono - è il caso di esserlo? -ma adiamo con ordine.
Il lavoro all’interno di questo blog era maturato col preciso intento di dare la parola scritta ai ricordi, creando un’immagine discordante di un paese ben altrimenti reso famoso. Il tutto sfruttando la memoria, le fotografie, i manoscritti, le pubblicazioni e la corrispondenza di una raccolta personale. Si è scelta la blogsfera perché essa da una maggiore intimità tra l’autore e i lettori. I lavori una volta pubblicati sono a disposizione di tutti. Questa disponibilità non significa dispersione col conseguente saccheggio e trasformazione per altri fini lontani a quelli per cui sono state postate. Che una foto,  una poesia o una lettera vengano riprese sta nel comunismo del web e va bene, il prelievo e la ripubblicazione devono essere seguite dal rimando alla fonte originaria , in questo caso chiamatela url o pagina web, per cui sono nate e non stravolte in un contesto di migliaia di disattenti fruitori . In quel rimando alla fonte originaria sta l’onestà intellettuale, perché di questo si tratta, di chi copia ed incolla. Tolta l’onestà rimane un plagio senza fondo che esclude una riproposizione, se si vuole, critica. Tutti possiamo copiare ed incollare I promessi sposi manzoniani con la punteggiatura riveduta e assumersi la paternità dell’opera, con i mezzi di oggi si possono addirittura modificare i titoli de I predatori dell’arca perduta e apporre il proprio nome e cognome e spedire il film sul vostro tubo come se tutti fossimo dei Quentin Tarantino minori. Quanti campionano segmenti musicali altrui, è il caso dei rappers, citano sempre l’origine, compreso l’autore, da cui e stato fatto il rilevamento
 Rimane la certezza  e la soddisfazione che nessuno potrà mai attribuire a se stesso la scrittura del tempo perduto di Proust  o  il découpage di A bout de souffle di Jean-Luc Godard.

giovedì 2 maggio 2013

Ghost Dance - Robbie Robertson


Per noi tutto è immutabile, in eterno. L’uomo bianco crede che tutto sia mortale: le pietre, la terra, gli animali, anche gli uomini, anche quelli del suo popolo e più una cosa è viva più i bianchi fanno di tutto per distruggerla.
Chief Dan Gorge in Piccolo grande uomo di Arthur Penn

martedì 30 aprile 2013

A Kiss Before I Go - Ryan Adams



Tempora laburunt, tacitisque senecimus annis,
  et fugiunt freno no remorante dies.
Il tempo scivola via, e noi invecchiamo per silenziosi anni:
 i giorni fuggono senza che alcun freno li attardi.

Ovidio, op. cit



lunedì 29 aprile 2013

Evangeline - The Band

I am one of you and being one of you
Is being and knoing what i am and know

Sono uno di voi ed essere uno di voi
è essere e sapere ciò che sono e che so.
     Wallace Stevens, Angel

 Cit da Luigi Meneghello in Libera nos a malo


venerdì 26 aprile 2013

La seta ed altri stracci - pt. 3 - Fine

  Torniamo ancora alla Grecia classica ed a Pitagora.
  Ovidio, che noia la vita senza il Nasone, nel XV libro delle Metamorfosi fa dire a Pitagora: «quaeque solent conis frondes intexere filis agrestes tineae (res observata colonis) ferali mutant cum papilione figuram...», riporto la traduzione  della Bompiani per cura di Enrico Oddone: “ e quelli che sogliono intessere le frondi con bianchi filamenti, i bruchi dei campi ( l’osservazione è consueta ai contadini ) mutano l’aspetto con quello delle farfalle mortuarie “.
In quel tempo Pitagora si trovava a Crotone, affinché si sviluppasse la coltura/cultura serica in Calabria – annoto a questo punto che il nome Kalabria emigrò sulla parte meridionale dell’antico Bruzio verso il 680 d. C. – a Catanzaro, dovevano passare parecchi secoli.
  Non mi disserto in erudite annotazioni su come li vi sia giunta, col rischio di annoiarvi, di certo è vero che arrivò da Costantinopoli e  trovò il terreno ed il clima adatti ad impiantare dapprima i gelseti e successivamente portare i bozzoli o forse addirittura i semi. Fu un’attività che si diffuse lentamente e a tappeto in tutta la regione.
  Ora mi riallaccio a quanto detto prima a proposito del cognome Catanzariti ed all’introduzione della bachicoltura e della lavorazione della seta nel territorio di Platì.
  A quel cognome ed a quanti dal Catanzarese si trasferirono nel Platiese, ma è da aggiungere dovunque dalla Calabria alla Sicilia – il toponimo Catanzaro lo troviamo a Fiumedinisi (ME), Palazzolo Acreide (SR), Modica (RG), Sciacca(AG), Termini Imerese (PA) – è legata la lavorazione della seta, vale a dire la bachicoltura e la sericoltura in due momenti distinti e separati l’uno dall’altro.
  I Catanzariti portavano la lavorazione della seta già con un procedimento avanzato per quei tempi, se ci riferiamo alla fondazione di Platì che avvenne tra la fine del XV° e gli inizi del XVI° secolo.

  Certamente in quella filanda si tesseva seta grezza per gli usi interni del paese o la vendita ai mediatori per mezzo dei quali il prodotto andava a rifornire gli stabilimenti tessili della stessa Calabria e forse della penisola.
   Come già detto la filanda era posta fuori dal centro abitato a causa di alcuni passaggi produttivi dannosi per la salute. Invece l’allevamento del baco avveniva principalmente nei casolari di campagna se non addirittura nella casa in paese. Li dentro i bachi nutricavano.
 
Seconda digressione
  Conoscevo questa parola per averla sentita da bambino ma non vi so dire da chi. L’ho risentita per voce, molti anni dopo, nei primi giorni di Ciurrame, da don Peppinu “ petrazzu “, quando gli feci notare una casa che anni prima aveva attirato la mia attenzione ed in cui mi sarei trasferito volentieri. L’avevo notata un giorno, di quelli della mia vita a quattro zampe, quando con Nino u “ ‘ccinnaru “ salivamo all’Altolia con la sua R4 rossa a portare la ricotta alle massaie di quel villaggio. E’ una casetta rustica, addossata alla collina che sovrasta la fiumara, con due arcate al pian terreno ed una balconata di ferro battuto al primo piano. Quella volta che feci notare a “ petrazzu “ la casetta, invece, ma già ero un Ciurramìco, viaggiavamo nella mia Peugeot 305 familiare e lo stavo riportando all’Altolia dove abitava con la signora Cammela (sarebbe Carmela), lui mi disse che quella casetta era di sua proprietà ed era lì dentro che nutricavano.
Ora il verbo nutricare e l’attività che declina penso che siano riferite tanto al baco che alle persone che li nutrono di foglie “moresche”.
  Da notare che l’allevamento del baco non pregiudicava le altre attività agricole: grano, olive ed allevamenti legati alla produzione del latte e dei suoi derivati.
Il bozzolo a Platì proveniva dai commercianti all’ingrosso di Bovalino. I gelsi, le cui foglie servivano a nutrire i bachi, sorgevano lontano da orti e campi coltivati a causa della folta chioma ombreggiante e delle lunghe radici, sia in terreni di proprietà delle parrocchie ( frutto di donazioni,a volte lontani dal paese dove aveva sede la stessa) che di privati cittadini. Che io sappia ne sorgevano alcuni piedi anche “ iaffora ‘e Ssalis “ ma non erano sufficienti. In base alle carte raccolte dal nonno Luigi, suo padre Francesco, che tra le altre attività conduceva pure quella dell’allevamento del baco, con accordi sottoscritti, si riforniva presso una proprietà della chiesa di Natile (il vecchio Natile) e presso una proprietà della chiesa di Palmi. Facevano da mediatori sia i fattori della proprietà sia gli stessi parroci.. Gli inadempimenti dell’una o dell’altra parte a volte si trascinavano per anni e coinvolgevano le prefetture o sottoprefetture locali ed innumerevoli fogli di carta da bollo del Regno delle Due Sicilie dapprima e successivamente del Regno d’Italia.
Il compito dell’allevamento del baco, come il lavoro in filanda, era affidato quasi esclusivamente alle donne.  Le stesse dovevano tenere sotto controllo (monitorare si dice oggi) i bachi affinché non si ammalassero di flaccidezza pregiudicandone la qualità del filo.

La nonna Lisa nutricava nei solai della casa in paese. Poneva foglie e bozzoli nei cannizzi (foto sopra) che poste su degli improvvisati cavalletti dovevano restarvi per circa cinquanta giorni prima che avvenisse la filatura. Il solaio era un luogo ideale perché arieggiato attraverso le aperture tra una ciaramida e l’altra i bachi si sfamavano  mantenuti ad una temperatura adatta per svolgere il ciclo.
Ricavata la seta, che, ripeto, doveva essere molto grezza, la nonna Lisa tesseva al telaio ricavando quanto serviva per la famiglia: tovaglie, tovaglioli, lenzuola, coperte e indumenti per qualsiasi utilizzo.

Mi rendo conto che quando scrivo parlo di un tempo passato, ricostruito nella mente dalla nostalgia, tramutando in un’Arcadia rosea e verde, con il pastorello che esegue la colonna sonora, l’esistenza di tutti i giorni.
Leggendo le cronache devo ammettere che non sempre era così. Vi erano anche il dolore ed il pianto legati alla non riuscita delle fatiche che a volte servivano per un guadagno necessario, destinato per il mantenimento di accettabili condizioni di vita all’interno dei gruppi familiari.
In questo, soprattutto per quanto riguarda il bozzolo, si andava incontro ad annate negative che dovevano essere messe in conto preventivamente, con la conseguente perdita di tempo e danaro.
E devo dire di essere anche in possesso di biglietti con richieste di prestiti in denaro o anticipi di sacchi di foglie di gelso non sempre accolte benevolmente.

Haec olim fuere
   Acqua passata

mercoledì 24 aprile 2013

Seta ed altri stracci pt 2


La ginestra si sviluppa come un arbusto, germoglia in primavera e fiorisce a grappolo in estate.
E’ in questo periodo che venivano potate con le forbici le parti più tenere. Queste, dimezzate, si bollivano nei calderoni di rame. Era questa una preparazione che veniva svolta ‘nto catoiu. Mi pare di aver sentito dire una volta che questo compito veniva svolto dallo zio Ciccillo per conto della nonna Lisa. Era lei che dirigeva tutte le operazioni fino alla tessitura finale. Ma sono andato troppo avanti.
Raffreddata l’acqua la ginestra veniva scolata e sfilacciata separandola dalle parti legnose e posta a macerare in acqua corrente. Scolata di nuovo e sbattuta per togliere i residui d’acqua era asciugata al sole ricavando un prodotto simile alla lana o alla stoppa. I lavori che seguono venivano svolti in casa e cioè la pettinatura o cardatura, a forza di braccia, e la filatura. Erano gli stessi lavori che le donne eseguivano con la lana di pecora.
Il pettine era uno strumento che mi atterriva di paura: due tavolette di circa venti centimetri per quaranta piene di chiodi; mi è tornato in mente durante la lettura dell’Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo, quando descrive la mandibola dell’orca ferone. Assicurata una di queste tavolette su un punto stabile, si ricoprivano i chiodi, o denti, di ginestra e con l’altra tavoletta libera si scorreva a mo di pettinatura, la stoppa allungandosi, successivamente veniva filata, disponendo della rocca e del relativo fuso, raccogliendo il tutto in gomitoli artigianali.

Entra ora in scena il vero protagonista, colui che porterà a termine la trama:il telaio.
Avete presente l’organo della Cattedrale di Lipsia dove Giovanni Sebastiano Bach digitava la sua musica per Dio? Ecco a quello strumento solo si può paragonare il telaio della zia Angeluzza o della nonna Lisa ed esse ne erano le esecutrici che al termine dell’intricato canone di tutto lo spartito producevano lenzuola, tovaglie, tovaglioli e mappine che nessuno stilista di nome eguaglierà mai.
continua ...


martedì 23 aprile 2013

Seta ed altri stracci (reg. Abel Gance - 1915)



 dedicato alla zia Angeluzza sorella del nonno Rosario, sposa Lentini, madre di Ciccina sposa du mastru, Peppino Caruso.

Procedamus in pace
In nomine Christi, amen


  Nelle case si allevavano i bachi da seta, i bizzarri “ cavalieri “ che si spargevano come un minuto seme nero ( la “semenza” ) e a mano a mano diventavano piccole miniature di bruchi, poi si vedevano crescere di giorno in giorno, si allargavano su ampi territori ombrosi e tiepidi di tralicci accatastati a ripiani, invadevano le stanze, brucando con forza sempre più grande la “ foglia “ di moraro.
Luigi Meneghello, op. cit.
1

  C’è Francesco di Raimondo che sta preparando una storia compendiata di Platì. In attesa che porti a termine, da par suo,il nobile compito (fai presto perché ho una certa età) mi prendo io la briga (superiore e marina) di dare un breve accenno su alcuni aspetti che hanno apportato un contributo di cultura, progresso e benessere nelle vicende del paese, spinto dai documenti raccolti dal nonno Luigi e conservati dallo zio Ernesto fino ad oggi.
  Non mi sono mosso per niente da casa: per poter portare a termine il tutto mi sono bastati Francesco Perri, Corrado Alvaro, Saverio Strati, Salvatore Satta e Luigi Meneghello che con i loro romanzi mi hanno fornito un’idea basilare su come pensare il territorio e la sua gente; ed il web per le notizie più specificatamente storiche e scientifiche.
  L’argomento è tutto al femminile: la ginestra e la seta con i loro processi produttivi.
Quello che rimane oggi di questo passato è solo un vico o via Filanda, in riguardo alla seta, per la ginestra niente toponomastica, è molto più povera lei, indifferente alle mode campeggia a tutt’oggi lungo i pendii di Platì e di Ciurrame, tinteggiando di giallo e verde, come un Van Gogh, il paesaggio.
 


  Mentre il lavoro attorno alla ginestra non recava danni per la salute ( oggi si dice ecocompatibile) e quindi comodamente svolto in casa, quello che concerne la sericoltura per le esalazioni, i fumi, ed il cattivo la filanda era situata in un territorio fuori dal paese, sempre ai bordi della fiumara, ed è li che troviamo vico della Filanda, sebbene oggi, per l’ampliamento del centro abitato, faccia parte dello stradario platiota.
   Rimane anche un cognome, Catanzariti, uno dei più diffusi, legato alle origini del paese e all’introduzione della coltura serica. Per essere più preciso annoto anche l’esistenza della fonte Catanzaro sulla strada che collegava Platì ai paesi della Piana di Gioia Tauro, da cui si diparte anche il vallone Catanzaro. Abbiate pazienza e al seguito ci tornerò sopra.

   A questo proposito chiedo a Francesco: non può essere che la colonizzazione del territorio sia arrivata dalla montagna e non dal mare come comunemente si pensa? Certamente c’è del vero, perché i principi, dagli Spinelli ai Cordopati, in quelle contrade avevano la residenza principale.

  Consentitemi una digressione a proposito di filatura e tessitura della ginestra e della seta.
  Sebbene la coltura serica sia giunta nel mondo greco ed arabo dalla Cina, la lavorazione della ginestra è un procedimento tutto ellenico che emigrò con i primi coloni greci.
  Questi coloni che per i soliti motivi di sovraffollamento, mancanza di lavoro, all’epoca era mancanza di terre da coltivare, misero piede dapprima in Calabria segando in linea retta il mar Ionio dalla ellenica Locride alla nuova Locride della futura Magna Grecia.
   Vi ricordate Enea? Quando già con un piede sulla Marina di Noto, per una forte venticata – vabbé, fu provocata dalla perfida Giunone! - si ritrovò nel letto di Didone? Con Jarba che lo aspettava fuori per rifargli la carta di identità? A quest’ora se prestiamo ascolto a quanto dicono alcuni siculi, i quali asseriscono invece che i greci posero piede dapprima nella Trinacria, verso Selinunte provenendo dal Canale, per le forti correnti ed i venti contrari avrebbero posto piede in America, ben prima di Colombo, non il tenente, e colà fondata la New Grecia e noi eravamo ancora all’età della pietra.
  La lavorazione della ginestra appartiene alla Grecia Classica, al mondo di Pitagora; invece, la coltura serica appartiene ai Bisanzio.

continua...