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mercoledì 1 marzo 2017

Uomini e lupi (reg. Giuseppe De Santis - 1957)


TURI, LA MANDRIA E IL CONTO APERTO

Platì, 1831. Nonostante i soli ventiquattro anni, ormai da tempo Turi era garzone al servizio di don Giosefatte, e ne aveva contate di pecore e capre! Per colpa dei lupi sempre il garzone aveva fatto, e ora, ogni notte che udiva gli ululati dei due capibranco provenienti dalla sommità delle rocce d’Aspromonte, proferiva ogni sorta di bestemmia e maledizione. Era stata quella creatura famelica a complicargli maledettamente la vita e a fargli perdere il rispetto dei compaesani quando in una notte gli scannò le sole tre pecore che era riuscito ad avere, dopo anni di duro lavoro alle dipendenze di don Giosefatte. Ecco perché riteneva di avere un conto aperto con il lupo d’Aspromonte.
Da don Giosefatte
Così, era tornato insieme a Tito, fedele cane da pastore silano, entrambi con la coda in mezzo alle gambe a chiedere un nuovo impiego al don che non perse l’occasione di ricordargli la sua condizione: «Chi nasce garzone non muore massaro. Ricordatelo, Turi!». Il garzone non osò replicare e mestamente si sistemò con i pochi abiti ancora nella stanza vicino alla mandria, fatta di tavolacci e frasche all’interno del recinto – da lui stesso costantemente ordinato per impedire ai lupi di fare banchetto – che abbracciava tutta la masseria del barone. Lì, nell’ampio serro di Santa Barbara dove nessuno poteva essere colpito dai fulmini schivati dalla fede nella Santa, nel tempo della transumanza capre e pecore potevano liberamente brucare. Quell’anno i lupi avevano invaso quasi tutte le mandrie, tralasciandone poche tra le quali quella di don Giosefatte, barone ricco e anche fortunato. Ma in una notte di settembre accadde. Era quella la notte precedente alla monticazione, il trasferimento del gregge in montagna, notte di acquazzoni ininterrotti, di tuoni e lampi; come era solito fare, Turi contò le pecore per tre volte uscendo sempre lo stesso numero: trentatré. Per fortuna non ne mancavano e zuppo di pioggia rincasò sotto la protezione della Santa che lo preservò dalle saette piovute dal cielo.
L’assalto al gregge
Il giovane, accigliato nella sua solita stanza, cadde in un sonno profondo tanto da non sentire quello che successe alle capre: i lupi scesero dai costoni rocciosi, riuscirono a violare l’altezza del recinto e a conquistare la mandria, sgozzando le trentatré pecore, recidendone la carotide ad ognuna. Il garzone non sentì nulla della cruenta lotta tra Tito, custode di greggi e il branco di lupi, bramosi di sangue. Alle prime luci dell’alba, Turi fu svegliato da Tito che al debole ringhiare accompagnava il graffio sull’uscio della stanza a richiamare il padrone. Si precipitò fuori il garzone, spettatore di raccapricciante tragedia nel vedere pecore e agnelli accatastati, come a formare una piccola piramide.
La fine di Tito

Con occhi disperati e interrogativi cercò quelli di Tito e solo allora si accorse che il muso del cane era unto di sangue. Lo sgomento e la rabbia pervasero l’animo del garzone che riteneva il suo fido colpevole di quella mattanza; si infuriò così tanto da percorrere Tito a bastonate, fino a finirlo. Don Giosefatte, che seppe subito, non tardò ad arrivare e senza degnare di uno sguardo Turi, ordinò a un suo servo di sgomberare gli animali morti: sotto la piccola piramide delle pecore giacevano due lupi, sgozzati da Tito che, se non riuscì a salvare il gregge, rimase fedele al padrone. Il sangue delle pecore che Turi trovò a terra non fu lavato nemmeno dalle piogge autunnali che seguirono, e lì nel serro di Santa Barbara quel luogo divenne per tutti “la mandria del lupo” mentre il giovane garzone, fucile a tracolla, passò la vita a regolare i conti con il nemico.
Michele Papalia, testo e foto

lunedì 27 febbraio 2017

WE SHALL OVERCOME








Nota
E' diffusa la voce che a Platì non si sia mai fatta una marcia per la pace, ecco accontentati gli eterni denigratori a cui bisogna dichiarare guerra.



domenica 26 febbraio 2017

Verso il sole (reg. Gustaf Molander - 1936)




Accusiamo recenzione, sebbene tardivamente, per esclusivo motivo di mancanza di spazio di un opuscolo intitolato “ Polsi nell’arte, nella leggenda, nella storia "del giovane studente liceale sig. Corrado Alvaro da S. Luca (Calabria).
Facciamo i nostri rallegramenti col neo scrittore che ha bellamente esposto l’origine e le molteplici vicissitudini del Vetustissimo Santuario.
Nel porgere Vivi ringraziamenti al sig. Alvaro gli auguriamo prosperi successi nella cultura dei suoi studi, dei quali avremo agio intrattenerci più diffusamente e come meritano in prossimo articolo.
POPSIS, Anno IV, 1913, n. 1



Quest’ultimo piano
a cura di  Monsignor Giosofatto Mittiga
Arciprete Superiore
fu elevato
Anno 1908



Questo vetustissimo cenobio
più che per le ingiurie del tempo
dal terremoto reso malfermo e crollante
mercé la munificenza di S. S. Pio X
 e l’obolo dei ferventi devoti
alla VERGINE DEI POLSI
Monsignor Giosofatto Mittiga Superiore
ampliando restauro riedificò
Leuzzi Domenico e Figli da Delianuova costruirono
Anno 1910




DA QUESTA TERRAZZA 
RICORDO PERENNE 
DELL' OPERA RESTAURATRICE 
COMPIUTA 
DA MONS. GIOSAFATTO MITTIGA 
SUPERIORE ZELANTISSIMO 
L’EMIN. CARD. FILIPPO GIUSTINI 
PREFETTO DELLA CONG. DEI SACRAMENTI 
IL GIORNO 2 SETT. .1919 
DOPO AVER PRESO POSSESSO DEL SANTUARIO 
COME PROTETTORE INSIGNE 
IN NOME DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XV 
CON COMMOZIONE PATERNA 
BENEDICEVA I POPOLI 
ACCORSI NUMEROSI 
IN QUESTA VALLE 
DOVE DAI SECOLI REMOTI 
SOVRANA POTENTE 
REGNA MARIA

Nota
Oggi si vuole ricordare il debutto artistico di Corrado Alvaro e attraverso le lapidi Mons. Giosafatto Mittiga anch'egli ricordato in quell'esordio letterario. 
Le foto sono cortesia di Sandro Messina.

giovedì 23 febbraio 2017

Nel nome del Padre - reupload



Es Sacerdos in aeternum
Su l’onda grigia dei secoli
la voce del Cristo ripete
( si come un giorno sul Golgota )
Sitio! Di anime ho sete.

E tu, rigoglioso germoglio
di gente volata al Signor,
a sete così inestinguibile
per nappo gli dasti il tuo onore.

E tu Gesù -  in contraccambio
di tale purissima offerta –
del Sangue suo preziosissimo
per te la sua vena fu riaperta

Ed ogni dì, e per lungo ordine
d’anni nel calice d’oro,
il Sangue suo che  fortifica
ti appresta di angeli un coro

O Te beato! Da l’aeree
sue azzurre soglie eternali,
discende il Cristo a riprendere
per Te le sue spoglie carnali

Tu lo vedesti! I suoi glauchi
occhi nei tuoi si fissaro!
Tu gli parlasti nel mistico
linguaggio ch’è agli angeli caro

Tu gli dicesti: nel numero
Dei molti chiamati, me eletto
Volesti nel Santo tuo Tempio
E in tempio mutasti il mio petto.

Così tu parlasti. Il Gran Martire
a faccia a faccia con te
li stette, si come un dì Jeova
soleva ristar con Mosè.

Dimani, nel santo colloquio,
ricordati, o fresco Levita,
di dirgli che un dì – quando il voglia –
sia l’anima nostra a Lui unita.

Digli nel muto linguaggio
- che è tutto un poema d’amore –
che sol da Lui, in ansia fervida,
 aspettiamo la quiete del cuore .


Tu vivi a lungo e inistancabile
sia la tua santa fatica
in mezzo la vigna sua mistica
sorretto da l’ombra sua amica.

Con questo candido augurio
Il vate d’appoco v’invita:
a più alto sollevasi il cantico
in segno di festa, al Levita.

Al Neo Sacerdote
Don Rocco Salinitro

 Sac. Ernesto Gliozzi sen.  29 – 7 – 1946  



Nota
Questa poesia era stata pubblicata il 24 ottobre del 2012. Oggi ritorna per il rinvenimento della foto di apertura contenuta nel libro di mons. Raschellà Nuove Luci sul Santuario di Polsi. Don Rocco fu ordinato a Polsi il 21 luglio del '46. La sua missione sacerdotale la compì interamente a Grotteria, dove venne a mancare nel 1998.


Anno Domini (Vatroslav Mimica., 1975)



Il discepolo ignoto
di  Francesco Perri

( … combatte la sua bella battaglia contro le smilze letterature amorose dei salotti e degli alberghi …)

Francesco Perri, l’autore di quel romanzo Emigranti che rappresentò anni or sono la ribellione contro la letteratura ammalata di salotto provinciale e di albergo internazionale, ritorna dopo un lungo silenzio al pubblico con un altro romanzo Il discepolo ignoto pubblicato per la Casa Editrice Garzanti di Milano. Il romanzo, per tempo, colore e respiro è diverso dal primo che ha dato la fama al Perri: ma la sua ribellione continua.
Il tenace e sereno scrittore calabrese cammina lento e duro nel solco già tracciato, scavando più profondamente e guardando al cielo che si inazzurra, come i vecchi padri della sua terra ripassavano con l’aratro sul solco dei maggiori, pregando ed aspettando l’alba. In queste pagine, ora lente, ora impetuose, ma sempre dritte e precise, in questo tumulto di popolo nuovo, balzante dal vecchio mondo e dalla morente grandezza d’un popolo antico, il sapore acre di terra, il calore vivo del cielo, il respiro profondo che viene dal mare lontano, vivono ancora come nelle pagine degli Emigranti, e provano che lo scrittore continua nella sua opera di ribelle – letteralmente parlando – e di fedele alle tradizioni spirituali del nostro popolo. Perché da noi, il popolo che viene chiamato, quando si è sinceri, protagonista e, quando dà qualche disturbo, comparsa, è stato escluso da troppo tempo dalle pagine dei nostri romanzi. Per ritrovarlo e sentirne la voce lontana, bisogna risalire al vecchio ottocento e passare dai lavori guerrazziani – sferraglianti a gran furia contro le ingiustizie – a quelli miti e ben educati dal D’Azeglio, per riposare poi nella vasta zona creata dai Promessi Sposi e da lì, tendere l’orecchio al brusio del popolo del Verga e del De Roberto. Dopo ciò, il silenzio.
La folla con il suo dramma eterno che la sconvolge e la placa, cede il posto di protagonista alla piccola borghesia incerta tra il peccato d’amore di marca italiana e le variazioni dell’amore di marca internazionale, alle figure solitarie di uomini-simboli e di donne complicate che soffrono senza molti disturbi veri: escano essi dalla passione generosamente teatrale di Gabriele D’Annunzio o da quella devotamente contrita di Antonio Fogazzaro. Il romanzo italiano, dall’ultimo ottocento al primo novecento, chiude la porta in faccia alla folla sonnolenta e stracciona, per girare intorno al giovin signore e alla moglietta in cerca di problemi afrodisiaci e religiosi, riducendo tutta l’esistenza a un giro di valzer, tetro come quello di Sibelius o languido come quello di Strauss.
Per ritrovare la folla, balenante di volti e di passioni, bisogna proprio piegarsi sulle pagine di questo tenace scrittore calabrese, e dal mondo rozzo e fiero degli Emigranti risalire verso le vette ancora oscure di questo Discepolo ignoto. Siamo ancora nel solco dei suoi padri aratori: e, come essi, con gli occhi fissi sul cielo che oramai s’azzurra. L’alba è vicina.
Il romanzo ci riporta ai tempi di Gesù e rievoca il morente impero romano nato all’ombra della spada, mentre dal profondo delle anime nasce l’impero di Cristo, all’ombra vicina della croce. Protagonista del lavoro è il popolo. Non importa che il vasto racconto e le vicende drammatiche che lo compongono mettano in prima linea la giovinezza di Marco Adonia, la sognante figuretta di Varilia e numerose altre figure di patrizi, di consoli, di cavalieri, di matrone: cioè di tutto quel mondo decrepito neppure ancora pugnace che è la Roma di Tiberio. E non importa se nella prima parte del romanzo – degna di un grande scrittore – Tiberio, il solitario di Capri, domini cupamente e sconvolga con il suo respiro gagliardo, il gaudente e sospettoso mondo romano. Il vero protagonista del Discepolo ignoto è il popolo. Sempre il popolo.
Come, lungo i tratti della costa ligure, passa sotto gli archi sonori delle gallerie, rombando, lampeggiando il piccolo treno, protagonista della corsa;  e il mare – entrando impetuosamente dalle arcate – lo segue, lo avvolge, lo sommerge nella sua luce, nelle sue collere, nel suo continuo balenio facendolo diventare a poco a poco un dettaglio qualunque; così intorno ai protagonisti del Discepolo ignoto appare, scompare, vive, freme e si ribella il popolo: il popolo senza Dei, perché sotto l’impero, gli dei erano patrizi; il popolo senza Dio, perché _ per i credenti nei profeti _ Dio non era ancora apparso sulla terra. Marco Adonia e Varilia scompaiono perciò con il loro dramma; scompare Roma dominatrice davanti alla ignota capanna di Bethlemme; scompare il volto truce del solitario di Capri davanti al viso ineffabile di Gesù; l’ombra della corta spada romana viene sopraffatta dall’ombra lunga della Croce e protagonista vero rimane il popolo, la fede del popolo, la ribellione del popolo.
Francesco Perri cammina ancora sul solco tracciato, a notte, con gli Emigranti, scavando più profondo.
Raccontare il romanzo? Seguirlo nella sua vasta vicenda come il mare segue il convoglio lungo le coste liguri? Secondo me è inutile. Ciò che conta in un lavoro di grande respiro come questo è l’impressione che lascia nell’anima man mano che procede, e l’impressione definitiva quando si giunge all’ultima pagina- Se il lavoro è mediocre, dopo l’ultima pagina, rimangono in noi pochi lampi come quelli di un uragano che muore a poco a poco. Ma se il lavoro è vivo, anche tra le manchevolezze inevitabili, risale dall’ombra un flotto ancora confuso di figure e di sagome che si riallacciano per vie ignote sotto i lampi insistenti delle pagine più belle, così che tutto il lavoro si ricompone sotto i nostri occhi come un panorama lontano, ma presente. Nel Discepolo ignoto questo avviene. Pagine bellissime, pagine magre, capitoli che potrebbero trovare posto in un’antologia e capitoli che anche se non ci fossero non guasterebbero, scene come quelle del battesimo di Gesù di una bellezza pura e perfetta e scene incerte come quelle che tentano di afferrare la sfuggente figura di Giuda, espressioni sobrie e incisive come quelle che sfiorano le parabole, e vocaboli spaesati usciti dalla consuetudine della nostra modernità, si alternano in una continua successione, avvincendo però sempre, non stancando quasi mai, anche quando la fantasia dello scrittore si lascia portare dal suo stesso impeto sfiorando l’artificio e facendo pensare – per un attimo – a un lavoro d’intreccio. Attimi d’incertezze che ogni artista lascia nella sua opera, anche quando è veramente artista. Ma attimi.
Il Discepolo ignoto rimane con la sua struttura, col suo respiro possente, con il suo generoso e appassionato impiego del popolo uno dei romanzi italiani più tipicamente italiani del nostro tempo, combatte la sua bella battaglia contro le smilze letterature amorose dei salotti e degli alberghi e riafferma in Francesco Perri uno scrittore dal quale si può aspettare domani l’opera che lo completi e lo riveli interamete.
ARTURO ROSSATO
LA GAZZETTA,  4 maggio 1940 XVIII

Nota
Manca poco meno di un mese all'entrata dell'Italia in guerra ... bah ... vorrei scrivere quello che penso ma forse è meglio tenere a freno il fastidioso brontolio di fondo che potrei germinare.

mercoledì 22 febbraio 2017

Ricorda il mio nome - Micu u bonu



KELLY ELLIS
527 INIUS STREET
MISHAWAKA, IN 46545
U.S.A.

MAY 09,1998

PADRE GLIOZZI ERNESTO
VIA SAN NICOLA No 11
PLATI’, R. C.  ITALIA 89039

CARISSIMO DON ERNESTO, HO OTTENUTO IL SUO NOME DAL SUO VICINO DI CASA MIMMO MITTIGA, (FIGLIO DI ROSARIO E ANTONIETTA) CHE ADESSO SI TROVA A NEW YORK.
AVREI BISOGNO DEL SUO AIUTO NELLA RICERCA DI INFORMAZIONI SU DEI MIEI ANTENATI TRAMITE DOCUMENTI POSSIBILMENTE OTTENUTI DALLA VOSTRA CHIESA, SE TUTTO E’ POSSIBILE I NOMI DEI MIEI PARENTI SONO AL SEGUENTE;

1. CATANZARITI DOMENTCO (DETTO MICU U BONU) NATO A PLATI’ IL 21 APRILE 1836 DA CATANZARITI SAVERIO E BARBARO ELISABETTA.

2. ROMEO ANNA   NATA A PLATI’ IL 29 LUGLIO DEL  1886, DA ROMEO PASQUALE E GRILLO MARIA

3. DOMENICO E ANNA CATANZARITI (I MEI NONNI) SPOSARON0 NELLA CHIESADI PLATI’ IL 18 FEBBRAIO DEL 1914.

QUALSIESE INFORMAZIONE 0 COPIA DI DOCUMENTI CHE LEI POTREBBE PROCURARMI RIGUARDO I MIEI NONNI SARA’ MOLTO GRADITA.
CON QUESTA OFFERTA DICA PURE UNA MESSA SULL’ANIMA DEI L MIEI NONNI, SCUSI TANTO IL DISTURBO E GRAZIE ANTICIPATAMENTE.

KELLY ELLIS

TANTI SALUTI PER LEI E SUA SORELLA AMALIA DA PARTE DELLA FAMIGLIA MITTIGA.


Gliozzi Ernesto
via fratelli Sergi,6
89039 Plati (RC)

Plati, 24 maggio 1998

Gent.ma Sig.a Kelly Ellis
Mishawaka, ln. U.S.A.

Ho il piacere di rispondere alla Sua lettera del 09 ultimo scorso e comunicarLe i dati richiesti, riguardanti i Suoi antenati di questa Parrocchia "S. Maria di Loreto" in Platì.
CATANZARITI DOMENICO, nato in Platì da Saverio Catanzariti e da Barbaro Elisabetta il 17 aprile 1875 fu battezzato in questa Parrocchia il 18 dello stesso mese e anno. Padrino del Battesimo fu Violi Antonio di Francesco.
(Libro dei Battezzati, vol. IX, pag. 133, n° 21)
Nei Registri anagrafici del Comune di Platì risulta nato il 15 aprile 1875.

ROMEO ANNA, nata in Platì da Pasquale Romeo e da Grillo Maria il 24 luglio 1883, fu battezzata in questa Parrocchia il 25 dello stesso mese e anno. Madrina del Battesimo fu Mittiga Rosa di Giosofatto.
(Libro dei Battezzati, vol. IX, pag. 165, n° 265)
Nei Registri anagrafici del Comune di Platì risulta nata il 23 luglio 1883.

Il matrimonio fra i suddetti Catanzariti Domenico e Romeo Anna, secondo i Registri anagrafici del Comune di Platì, avvenne in Platì il 09 febbraio 1903. 
Il relativo atto di matrimonio religioso non si trova in questo Archivio, perché il Registro dei matrimoni di quell‘ anno e andato disperso.

Sarei lieto di conoscere i nominativi dei figli nati da tale matrimonio, per riscontrarli nel Libro dei Battezzati di questa Parrocchia, qualora fossero nati a Platì, ed includerli nell' elenco, in preparazione, dei nati a Platì dalle origini di questo Paese fino ad oggi.

La ringrazio dell‘ offerta inviata e assicuro la S.V. che proprio oggi ho celebrato una S. Messa secondo la sua intenzione.

Distinti saluti.
(sac. Ernesto Gliozzi )


Stasera sciopero (reg. Mario Bonnard - 1951)




SCIOLTO A PLATI’
un comizio non autorizzato

Un comizio non autorizzato è stato sciolto a Platì dal tenente dei carabinieri Scilipoti della tenenza di Locri.
In seguito alla chiusura di tre Bar per motivi di pubblica sicurezza, il segretario di quella camera di lavoro aveva proclamato uno sciopero di protesta. 
L’On. Minasi socialista nenniano recatosi sul posto, dopo avere stilato un ordine del giorno stava per recarsi alla sede comunale per elevare una protesta, seguito da numerosi lavoratori, quando è intervenuto il tenente dei carabinieri per intimare lo scioglimento dell’assemblea, per motivi, di ordine pubblico.
Dopo vivace discussione il parlamentare proseguiva da solo verso la casa comunale per presentare le sue lagnanze.
GAZZETTA DEL SUD, Domenica 17 Gennaio 1954

Nota
In quegli anni Rocco Minasi (1910 – 1994) è stato un agguerrito combattente di un partito socialista ancora integro e al fianco dei lavoratori che per Platì erano essenzialmente braccianti agricoli o manovali.
La foto, uffaaaaa ..., è sempre di Toto Delfino.


lunedì 20 febbraio 2017

Strada sbarrata - I cittadini ringraziano e chiedono






Spett. DIREZIONE COMPARTIMENTALE A.N.A.S.
CATANZARO
 e p.c.: spett. DIREZIONE GENERALE A.N.A.S.
 R O M A
On. PRESIDENTE REGIONE CALABRIA;
 CATANZARO
I sottoscritti cittadini di Platì (RC), tutti possessori di autoveicoli, A 5
CONSIDERATO
lo stato attuale della S.S. 112 Bagnara-Bovalino, che per essi è un’arteria di vitale interesse per lo sviluppo
sociale, economico, culturale e turistico del loro Comune, mentre rivolgono a Cd. Direzione e a tutti gli organi ed Uffici competenti il loro più vivo
  RINGRAZIAMENTO
per la sistemazione ormai quasi completa e definitiva della tratta Km.564V (Zillastro) = 65 (Aconi), per cui il loro centro abitato agevolmente si congiunge con l'autostrada del Sole, la piana di Gioia Tauro e zone adiacenti non possono tuttavia non esternare il loro increscioso disappunto per lo stato di completo abbandono in cui versa la seguente tratta Km.65=77. In essa, infatti, il fondo stradale è talmente sconvolto, da recare gravissimi danni agli autoveicoli e da mettere in serio pericolo la loro stessa salute ed incolumità. ' 
Da diversi anni si nota che i dipendenti di Cd. Azienda si limitano all' allegro lavoro di falciatura dell'erba e degli arbusti che la fiancheggiano, mentre per nulla provvedono al livellamento delle buche e dei dossi che si susseguono quasi ininterrottamente. Ciò a prescindere dai due tratti di cento metri ciascuno in località Crocifisso (Km.69+9)e Cromati(Km.68), su cui non fu mai compito alcun lavoro di bitumazione.
I sottoscritti cittadini non dimenticano che per sistemazione della tratta Kma56+V = 65 sono occorsi VENTINOVE ANNI(l943: prime interruzioni per eventi bellici; 1945-47: sistemazione provvisoria con passerelle in legno; 1951 - 1953: alluvioni con enormi falle in località Aconi, Rondinelle, Arcopio, Pedalini,
Catanzaro); e in ciò ravvisano lo scarso interessamento degli Organi competenti alle istanze delle popolazioni del Sud Italia e della provincia di Reggio Calabria in particolare.
E non potendo più sopportare tale situazione di fatto,
RICORDANO

a Cd. Direzione il loro buon diritto alla decente manutenzione delle strade che più direttamente li interessano;
CHIEDONO
il più sollecito interessamento perché siano eliminati gli inconvenienti sopra lamentati,e una più solerte opera di manutenzione della S.S. 112;

SI DICHIARANO DISPOSTI
a reperire, mediante offerte volontarie, i fondi necessari per l’acquisto del bitume occorrente a tali lavori, qualora Cd. Direzione dichiari di non essere in grado di reperirli nel proprio bilancio;
AVVERTONO

che si serviranno, d’ora innanzi, di tutti i mezzi legali per la tutela dei loro diritti, qualora il presente appello non sarà preso in immediata considerazione.

Platì, 29 luglio 1972

Nota
Questa petizione, redatta sempre dallo zio Ernesto il giovane, è l'ultimo documento di questo serial intitolato Strada sbarrata. Oggi voglio farvi notare il senso civico di una cittadina che ponendosi di fronte alle mancanze dello Stato cerca di superarlo con l'iniziativa che è propria delle comunità avanzate.Potete scorrere anche l'elenco dei firmatari per ricordare nomi e volti della Platì di un tempo lontano, sempre presente.
La foto è ancora una volta di Toto Delfino.

domenica 19 febbraio 2017

Vittorie perdute (reg. Ted Post - 1978)


L’esperienza diretta e personale, l’esame di molte pubblicazioni e documenti, le inchieste condotte in loco in molti paesi della Calabria hanno contribuito a chiarirmi il quadro storico delle cause che precipitano il Mezzogiorno nelle condizioni in cui si trova al momento dell’Unificazione: la questione meridionale che si delinea prima dell’Unità come problema politico, si pone dopo l’Unità, come grave problema economico-sociale.
Nel 1860 si viene a formare lo Stato Italiano con l’unione di due popoli che etnicamente appartengono allo steso gruppo, geograficamente allo stesso territorio, ma socialmente, negli ultimi sette secoli che precedono l’unificazione, hanno vissuto on aspetti storici diametralmente opposti.
Mentre al Centro-Nord si verificano condizioni storiche favorevoli ad una progressiva evoluzione socio-economica, nel Sud l’assolutismo monarchico e il feudalesimo instaurano un sistema distruttivo nei confronti delle repubbliche marinare, favoriscono il formarsi di vastissimi latifondi, la gran parte non coltivati, e gettano le masse popolare contadine nell’ignoranza e nella miseria.
La civiltà della Magna Grecia, che fa del Sud per lunghi secoli la parte più evoluta e ricca d’Italia, viene soffocata, distrutta e il Mezzogiorno si trasforma inesorabilmente in zona depressa e sottosviluppata ponendosi in condizioni di estrema inferiorità nei confronti del Centro-Nord.
Questo stato di cose, aggravandosi sempre più, si evidenzia, con l’Unità, in quel complesso di ricerche analisi e provvedimenti che caratterizzano la questione meridionale. Man mano che le indagini allargano il campo d’azione, la questione meridionale, la quale riveste dapprima carattere sociale ed economico, subisce una radicale trasformazione quando  lavori e provvedimenti infruttuosi mettono alla luce il nocciolo del problema: il sistema di governo che per secoli opprime il Mezzogiorno richiede alle masse sottomissione passiva, figlia dell’ignoranza, e determina così quell’assenza di istruzione ed educazione di base del popolo, per cui non si può formare l’uomo meridionale e perciò il cittadino, cosciente e della propria personalità e del ruolo che ogni singolo deve avere nella comunità sociale e politica.
Fin quando ciò non avviene compreso tutte le iniziative prese a favorire l’avanzamento del Mezzogiorno e del paese risultano poco fruttuose.

Pasquale (Pasqualino) Perri, Scuola e Mezzogiorno, Qualecultura editrice, Vibo Valentia 1971


domenica 12 febbraio 2017

I piccoli maestri (reg. Daniele Luchetti - 1997)




Ho veduto nascere il lavoro di Pasquale Perri ed ho seguito con trepidazione, ma soprattutto con soddisfazione, la particolare volontà dell’autore di capire e di chiarire a sé e agli altri un problema che gli sta a cuore proprio in quanto meridionale.
Nel giovanile entusiasmo e nell’amore per la sua terra, il Perri ha trovato quel sostegno che lo ha aiutato a liberarsi via via delle incertezze organizzative della prima stesura dei primi capitoli e a coordinare, con equilibrio ed oggettività, le tesi più varie offerte dalle numerose letture e dalle ricerche di Archivio. Egli ha saputo giungere al traguardo.
In verità non intendo esprimere un giudizio sul lavoro, che è bene sia sottoposto al vaglio della critica ufficiale, quanto desidero presentare il mio scolaro. Il Perri vuole ulteriormente approfondire le sue ricerche e non potrà che avvantaggiarsi delle osservazioni e delle critiche che gli verranno mosse, tanto più ch’egli tende a tradurre in azione questa sua esperienza di studio.
Non intendo esprimere un giudizio sul lavoro, ho detto, ma è opportuno dichiari che sono pienamente d’accordo con la tesi di fondo sostenuta dall’autore, direi necessariamente formulata in termini perentori: il problema del Mezzogiorno è prima di tutto problema di educazione (educazione degli adulti; educazione professionale; educazione politica; ecc.); è quindi soprattutto problema di Scuola.
ICLEA PICCO
(Dirigente dell’Istituto di Pedagogia, Università degli Studi – L’Aquila)

Nato a Platì (Reggio Calabria) il 1/4/1934, Pasquale Perri è residente a Popoli (Pescara). E’ laureato presso l’Università de L’Aquila. Ha in preparazione una raccolta di racconti sulla Calabria di ieri e di oggi e uno studio sui movimenti contadini nell’Italia Meridionale dai Fasci Siciliani ai nostri giorni.



 La rivoluzione italiana
sarà meridionale o non sarà
Guido Dorso

Rivoluzione che trasformi il meridionalismo, ancora fissato in schemi culturali di élite, nei precipui problemi di formazione delle masse, affinché queste sappiano trovare da sé i modi per realizzare quelle condizioni di vita che abbattano l’attuale sistema chiuso nella spirale del clientelismo politico, e di soluzione della secolare questione meridionale che oggi si riflette, pericolosamente, su tutta la vita della Nazione.
Rivoluzione, perciò, di un popolo che, prendendo coscienza della propria esistenza, esige di inserirsi nel progresso economico, sociale e politico del Paese, col diritto di portarvi il proprio contributo e goderne, equamente, i benefici.
Presa di coscienza non intesa illuministicamente, né solo come visione generale delle attuali condizioni di vita delle zone depresse del Sud né, ancora, come tentativi sporadici di interventi, ma come azione radicale che elimini definitivamente gli squilibri e metta in giusta prospettiva i problemi in funzione di una programmazione effettivamente basata sulle reali necessità del Mezzogiorno.

Pasquale (Pasqualino) Perri, Scuola e Mezzogiorno, Qualecultura editrice, Vibo Valentia 1971

Nota
Il titolo del film va riferito direttamente al bel libro di Luigi Meneghello che con quello di Pasqualino Perri contiene una presa di coscienza affiancata dall'aspirazione di una crescita intesa come maturità.