“I'm a lone wolf, barking in a corner. Plain disgusted with a world I never made and don't want none of”. Clifford Odets,1944
martedì 19 gennaio 2021
ROCAMBOLE [di Giuseppe Zaccaria -1919]
lunedì 18 gennaio 2021
Wedding Party - Leggi Civili e Sacro Concilio di Trento
15.01.1824 = Pascale Giuseppe (da Benestare) - Morabito mf Teresa
Il giorno del matrimonio
Giuseppe Pascale, di anni ventiquattro, si presentava davanti al sindaco
Domenico Oliva col solo consenso della madre Elisabetta Blefari essendo
Antonio, il padre, defunto. Da parte sua Teresa Murabito, diciannovenne, aveva
solo il consenso del padre Domenico perché la madre, Francesca Perri era
deceduta. La famiglia Murabito aveva casa nella strada S. Nicola. Le promesse
di matrimonio erano state affisse nelle case comunali di Platì, domenica nove
novembre 1823, e Benestare il sette novembre dello stesso anno. Davanti all’Uffiziale
dello Stato Civile erano presenti i Signori o Don: Fortunato Furore di anni
quaranta, Giuseppe Oliva di anni trenta, Francesco Mittiga di anni trenta; e il
sacerdote Giosofatto Furore di anni cinquanta. I signori Furore abitavano nella
Strada Vallone mentre l’Oliva nella strada S. Nicola e il Mittiga in Vico la
Chiesa. Davanti all’altare erano testimoni Filippo Caruso e Francesco Trimboli.
Bruno Sergi era un bovaro,
orfano dei genitori; di anni quarantatre abitava nella strada S. Pasquale.
Elisabetta Taliano di Giuseppe e Francesca Marrapodi di anni ne aveva ventidue –
era nata il 15 maggio del 1802. Anche il padre della sposa era di professione
bovaro. A firmare in chiesa furono Giuseppe e Pasquale Catanzariti, mentre al
Comune furono i civili Don Giuseppe
Gliozzi e Don Francesco Zappia, ambedue quarantenni; il cinquantenne massaro Francesco
Catanzariti e il trentenne vaticale Filippo Tripepi.
Agostino faceva il porcaro, aveva venticinque anni ed abitava con i genitori – Francesco, pecoraio, e Francesca Cutrì – in vico S. Pasquale. Giuseppa Violi, di anni diciannove, era figlia di Giovanni, setaiolo, e Pasqualina Cua. I Violi abitavano nella strada Vallone. Con Michele Oliva come Uffiziale dello Stato Civile firmarono anche: Pasquale Perri porcaro di anni trenta, il citato vaticale Filippo Tripepi, il bovaro Giovanni Irato, anch’egli trentenne, e Don Filippo Antico, usciere di anni quaranta, di Ardore.
Le firme in chiesa sono quelle di Antonio Zappia e Domenico MorabitoGiuseppe Alliva, classe 1798,
quel giorno davanti al Sindaco e Uffiziale dello Stato Civile Domenico Oliva di
anni ne aveva ventisei ed era figlio di Domenico e di Domenica Italiano. Gli Alliva
erano pecorari di professione ed abitavano in Vico Pietra di Angela. Anna Cutri
era orfana di Nunzio e Francesca Carbone, di anni ventidue abitava nella Strada
Chesiola. In chiesa i testimoni erano Don Francesco Gliozzi e Pasquale Zappia.
Al comune, dopo la lettura dei dritti ed obblighi degli sposi secondo le leggi
Civili e la promessa di celebrare il
Matrimonio innanzi alla Chiesa secondo le prescritte forme del sacro Concilio
di Trento, erano il solito Filippo Tripepi, i massari di bovi di anni
cinquanta Paolo e Francesco Iermanò, Pasquale Perri di anni trenta pecoraro, anche lui già incontrato.
domenica 17 gennaio 2021
Il genio [di Stephen Herek -1998]
CREDENZE POPOLARI CALABRESIL’ANTICA LEGGENDA della
città di TeranicoQuesto centro è esistito circa otto secoli fa – Nacque in una maniera
molto strana, in una notte di bufera
Platì, 5 marzo
Se vi capita di stare ad ascoltare qualche cantastorie dell’Aspromonte,
lo udrete narrare, senza alcun dubbio, la leggenda delta città di Teranico. E’ una
leggenda che contrariamente a quel che si crede non è del tutto inventata dalla
fantasia popolare; i ruderi di Teranico, infatti, esistono tuttora, e per di più,
tra di essi si aggira qualche strano abitatore dal profilo asinino.
Per lo memo, molti nascono così.
Fu precisamente la sera del 10 luglio 1032, che da una
modesta altura, sulle rive del Tirreno, precipitò, con inaudito fracasso, una
frana. Centinaia di massi precipitarono verso il mare, spaccandosi e cincischiandosi
nella discesa. Per un raggio di qualche chilometro, la riva, del mare si coperse
di rocce, taglienti come lame di coltello. Nascosto da una folata di vento e di
pioggia passò su quelle lame il Genio “Ciavurrino”; e poiché, come si sa, a
quell’epoca i geni andavano scalzi, le aguzze pietre fecero il loro dovere e
lacerarono i piedi al poveraccio. Ciavurrino urlò nella notte tutto il suo
strazio, e corse di qua e di là come impazzito, insanguinando la spiaggia. Al
mattino prese una decisione straordinaria: stabilì di chiedere l’aiuto di
qualche uomo, per alleviare il dolore delle sue piaghe.
Per poter attuare la sua decisione, si trasformò in uomo e
andò difilato a bussare alla porta di una casupola che sorgeva nei pressi.
Gli apri un uomo vecchio e cencioso, con un profilo asinino:
aveva il lungo muso prensile, che gli serviva per afferrare il cibo senza
muoversi dal letto dove passava la maggior parte dei suoi giorni.
Fu gentilissimo con Ciavurrino, e gli regalò, dopo averlo medicato
a dovere, un paio di ottime scarpe. Al Genio l’idea delle scarpe andò proprio a
... genio, e gli suggerì il modo di dimostrare tutta la sua riconoscenza. Prima
di sparire, Ciavurrino regalò all’uomo un lussuoso cappello di feltro: “Tu”,
disse il genio, “mi hai protetto Ie estremità inferiori, io ti proteggo la
estremità superiore”.
Quando l'uomo dal muso prensile ebbe il feltro sulla testa,
si sentì essere un altro, e decise di cambiar vita. Camminò con sussiego per il
mondo, sempre tenendo in capo il cappello del Genio, lo utilizzò per
raccogliere i soldi che la gente gli offriva rispettosamente, credendolo un
fenomeno da baraccone, e raccolto un bel gruzzolo, tornò alla sua casupola e vi
fondò un villaggio.
A questo villaggio voleva in un primo momento dare il nome
del Genio e chiamarlo “Urbe Ciavurrina”; ma in un secondo tempo si ricordò di feltro
e di essere, dunque, be più importante del Genio, cosi diede al villaggio il
suo nome: “Urbe di Taranico”.
Gli abitatori di Taranico ebbero tutti il suo stesso profilo
asinino, e il lungo muso prensile. Ma, in compenso, ebbero tutti il cappello di
feltro in testa.
Le rocce su cui il Genio si era fagliati i piedi, restarono,
naturalmente, al loro posto e il fondatore di Teranico pensò bene di utilizzarle,
denominandole scogliere di “Teranico”. I turisti, a suo tempo, arrivarono a frotte
sulla suddetta scogliera e vi si tagliarono i piedi. Da ciò trassero enorme vantaggio
due negozi di scarpe e di bende che erano sorta nel piccolo centro. Ma il fondatore
capiva che se non si eliminava l’inconveniente delle pietre taglienti, il turismo
chissà dove andava a finire: e meditò tutta la notte per risolvere il problema.
I casi erano due: o arrotondare le pietre con delle buone lime
e renderle inoffensive. O rinunciare al turismo e ai connessi vantaggi
economici. Il fondatore optò per la prima soluzione; e due giorni dopo, le
pietre della scogliera di Tranico esponevano al sole le loro rotondità.
Qui accadde l’imprevisto. Avevamo detto che i Geni di allora
non conoscevano scarpe; e Ciavurrino, che le aveva conosciute per caso, volle
farsi bello con i colleghi e giocare loro uno scherzo: li chiamò nei pressi
della scogliera che in quella lontana notte di tempesta gli aveva tagliuzzato i
piedi, passò sopra le pietre, con le scarpe infilate ai piedi, e li invitò a
fare altrettanto. Pregustava la gioia di vederli urlare dal dolore e
contorcersi sulla sabbia insanguinata. Figuratevi come rimase quando vide che i
colleghi, sia pure senza scarpe, passavano sulle pietre senza avvertire nessun
malessere!
Credette cli essere stato truffato, e per la gran rabbia afferrò tutto
intero il villaggio, e lo capovolse; poi, coscienziosamente, capovolse pure il
cervello di ogni abitante, mettendoglielo nei piedi; e questo fece al fine di
impedire che il suo cappello di feltro riparasse il cervello a tutta quella gentaglia.
Da quel giorno, con quel capovolgimento, tutto avvenne alla
rovescia, dentro la città di Teranico: l’erba crebbe sui tetti delle case, i
pecorai andarono seminudi ma con l’orologio al polso, i cervelli degli abitanti
restarono posti nei loro piedi, e i cappelli di feltro torreggiarono sulle
teste vuote.
Le cose restarono così per un lungo periodo si tempo, per
molti secoli; infine, un terremoto distrusse tutto il villaggio, e costrinse
gli abitanti a sparpagliarsi per il mondo.
Tra i ruderi di Teranico, che ancora si vedono, su una spiaggia
lontana, restò solo qualcuno dei successori del fondatore dal muso prensile,
che, attaccato alle tradizioni, non si decide ad abbandonare la patria terra, e
tantomeno il patrio... cappello di feltro.
MICHELE FERA
GAZZETTA DEL SUD 6 marzo 1956
NOTA. Teranico corrisponde all’anagramma di Nicotera città
tirrenica del vibonese di cui si riporta un’antica stampa prelevata da qui: http://www.poro.it/nicotera/
In quel luogo dell’aspetto asinino nulla si intravede,
permane però il cognome Caprino. Che non avesse l’aspetto caprino il vecchio
salvatore di Ciavurrino?
mercoledì 13 gennaio 2021
Amore senza fine [di Franco Zeffirelli -1981]
martedì 12 gennaio 2021
Lo sguardo di Ulisse - Solo nostalgia
lunedì 11 gennaio 2021
Un pazzo [di Alberto Carlo Lolli -1917]
Vedi se puoi persorire a quesso pazzo u ti faci carti i vindita a te e tu u si fai dei figiuoli vedi che qua di sciarriamo cu Do Luigi e cu don Ernesto dicendo che esse vogliono u pigliano posesso vedi che se esso se non face carte non passa un altro mesi u e venduto digli u faci accossì se vuole che esso no si vieni ca se no ta casa mia non guarda più e faccio così u si mentono sopra i gernale non altro ti salutano i bambini tuoi e ti baciano ti saluta Rachele ora ti saluto io e i figliuoli e sono tua aff.ma sorella Domenica Lentini
domenica 10 gennaio 2021
Il giudice e il suo boia [di Maximilian Schell -1975]
E Giuseppe Lentini fu Arcangelo, bracciale domiciliato in Platì, contumace alla prima udienza oggi comparente
L’attore ha conchiuso per la pronta consegna di un cafiso e mezzo d’olio dovutogli o al pagamento del suo importo in lire trenta e per le spese del giudizio.
Il convenuto ha riconosciuto la sua obbligazione quale ... di Ferdinando Miceli e per debito proprio.
Atteso che la confessione giudiziale fa piena prova in giudizio contro il suo ...
Comandiamo a tutti gli uscieri richiesti ed a chieunque spetti di porre in esecuzione la presente sentenza, al Ministero Pubblico di darvi mano, a tutti i Comandanti ed Uffiziali della forza pubblica di concorrervi con essa ed altri ove saranno legalmente richiesti.
ad istanza di Don Francesco Gliozzi, fu Domenico domiciliato in Platì, io Francesco Mittiga usciere presso la Conciliazione di Platì, ove domicilio, ho notificato la soprascritta sentenza e suo contenuto a Giuseppe Lentini fu Arcangelo, bracciale domiciliato ivi, acciò ne avesse piena coscienza e per tutti gli effetti di legge
Nello stesso tempo e col medesimo atto gli ho fatto precetto in nome del Re e della legge di pagare prontamente all’istante la somma di lire venticinque e centesimi cinquanta, oltre le spese liquidate e da liquidarsi, con diffidamento che e lassi cinque giorni si dovrà procedere al pignoramento de’ mobili
Copia della sopradetta sentenza e del presente atto debitamente collazionata e firmata l’ho lasciato nel domicilito di esso Lentini nelle mani di sua moglie
costa l’atto presente centesimi trenta
giovedì 7 gennaio 2021
Sette in bella scrittura [di Vincenzo Leone -1918]
mercoledì 6 gennaio 2021
Lo sguardo di Ulisse - Ricordati
Il brano di oggi è un testo con relativa melodia di Gino Paoli. Il Maestro, al suo solito, l'avvolgeva di fiori orchestrali.
martedì 5 gennaio 2021
Fatti Corsari - Tra Borboni e piemontesi
- Zappia d. Filippo (Mo. 9.5.1860) filius doctoris phisici
d. Dominici (figlio del dottor fisico don Domenico).
Don Filippo era nato il 5 novembre del 1839 e sua madre era Donna Rachele Brancatisano.
Questa famiglia, per merito dell'Istorosofo Papalia, si è già incontrata qui:https://iloveplati.blogspot.com/2019/12/racconti-dalla-tomba-di-freddie.html
- Lentini Rosario (Mo. 20.1.1860) di Francesco, infirmatus hydropico morbo.
- Delfino Mariantonia (Mo. 15.1.1861) da Molochio.
- Lobianco Elisabetta (Mo. 22.11.1861) ruris Joiosae(ell’agro
di Gioiosa).
La signora Elisabetta
Lobianco proveniva da Gioiosa; il 6 febbraio 1855, all’età di diciotto anni partorì, da padre ignoto, un maschietto di nome Rosario, a presentarlo in
municipio fu la levatrice Francesca Porzio. Quando morì aveva appena
ventiquattro anni.
- Procopio Francesco Ant. (Mo.25.2.1861) di Vincenzo. e di
Naimo Elisabetta. Da Bianco, vir Annae Sergi, ruit ex arbore (marito di Anna
Sergi precipitò da un albero).
Procopio Francesco Antonio sposò Sergi Anna di Domenico e Rosa Trimboli il 24 giugno 1842 alla presenza di don Saverio Fera e don Carmelo Zappia. Francesco Antonio aveva ventidue anni ed Anna venti.
- Iermanò Caterina (Mo.19.7.1861) di Dom. uxor di Carbone
Francesco affecta hydropico morbo.
Il sei maggio 1850 in
chiesa, la signora Caterina Iermanò di Domenico ed Elisabetta Treccasi all’età
di anni venti aveva sposato Francesco Carbone di Rosario ed Elisabetta Staltari, che di anni ne aveva ventiquattro. Testimoni erano Giuseppe Strangio e Rosario
Bartone. L’atto in municipio fu firmato da don Raffaele Lentini sindaco.
- Papalia Nicola (Mo.7.8.1861) ruris S. Euphemiae, figlio di
Vincenzo, a latronibus ad hortus loco dicto Sava, spoliatus et occisus fuit
(dell’agro di Santa Eufemia, in località detta Sava fu dai ladroni spogliato e
ucciso).
- Macrì Domenico (M0.28.8.1861) vir di Femia Caterina, ruris
Aneanae (dell’agro di Agnana)
Il signor Domenico
Macrì e la sua sposa signora Femia Caterina provenivano da Agnana (RC). Il giorno
del suo decesso Domenico – ortolano - aveva trenta tre anni.
- Sansalone Giuseppe (Mo.25.9.1861) urbis Rhegii (o di
Gerace?) di Antonio, miles (forse caduto
nel conflitto avvenuto a Platì, tra i Borboni e i soldati piemontesi, mentre
faceva la sentinella sul campanile della chiesa matrice, stando rannicchiato in
una campana, in un momento che si calò giù).
- Carbone Domenico (Mo.25.9.1861) alias cucinata, di Francesco e Staltari Elisabetta (forse fucilato dai soldati piemontesi, in un conflitto avvenuto a Platì
con le forze Borboniche, in località detta "costa d' u sparàtu).
- Cuscunà Michele (Mo.30.3.1861) da Gerace - marito di Violi
Caterina.
Il muratore Michele Cuscunà di Domenico e De Leo Fortunata, sposò Caterina Violi di Giuseppe e Ciampa Elisabetta, in chiesa, il 29 agosto del 1838 presenti Rosario Bartone e Diego Pangallo. Due giorni prima erano davanti a Giosofatto Furore per il rito civile e con loro c’erano il barbiere Domenico Perri, il bovaro Pasquale Treccasi, il macellaio Giuseppe Zappia e il bracciale Rosario Perri. L’atto civile fu firmato solo dal padre dello sposo che sebbene calzolaio in Gerace sapeva leggere e scrivere.
- Taliano Domenico (Mo. 30.5.1861) di Francesco e di
Cicciarello Teresa, ruit ex arbore fagi (ruzzolò da un albero di faggio).
Quando Domenico nacque,
il 16 novembre 1837, il padre aveva venticinque anni mentre la madre di anni ne
aveva quaranta. Al comune Donenico fu presentato il diciotto di novembre.
- Lenza d. Rosa (Mo. 1.4.1863) di d. Amato, ruris Varapodii
(dell’agro di Varapodio), moglie di d. Rosario Zappia.
Lo sposo di donna
Rosa Lenza, don Rosario Zappia era un doctoris
phisici, la loro abitazione era situata nella strada S. Nicola; i due
ebbero tre figli i cui nomi erano abbastanza inusuali in Platì: Clementina -
1.01.1813 - Leopoldo Filippo Amato - 20.08.1821 - Scipione Amato – 14 giugno
1825.
- Zappia d. Pasquale (Mo. 23.6.1863) di Carlo, clericus
lector (chierico lettore).
Don Pasquale di
Carlo, vaticale, e Morabito Giuseppa era
nato il 10 novembre 1844
- Micò d. Carmela (Mo. 26.8.1863) di d. Davide da Casignana e
d. Giuseppa Zappia.
- Empoli d. Gaetana (Mo. 29.9.1863) da S. Stefano, moglie di
d. Michele Oliva.
Quando venne meno
donna Gaetana aveva settantadue anni. Con don Michele Oliva, civile, ebbe in
tutto sette figli. Erano domiciliati nella strada S. Nicola.
- Garreffa Caterina (Mo.9.10.1863) da Cirella, moglie di
Trimboli Nicola.
Quando morì donna Caterina aveva quaranta anni e con Nicola Trimboli alias pejaru ebbe quattro figli.
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Notizie riportate nel V° vol. dei Libri dei morti a firma
del parroco Filippo Oliva. In corsivo note di Ernesto Gliozzi il giovane, le
stesse rimandano al libro di Michele Papalia Caci il brigante, 2016 – 2020. In grassetto , dove possibile, atti ripresi
dai registri comunali.
Con la pubblicazione odierna terminano i fatti corsari estratti da Ernesto Gliozzi il giovane dai Libri dei morti della parrocchia S. S. Mariae Lauretanae di Platì


















