L’infaticabile,
e per niente inattivo, Francesco di Raimondo ne ha pensata un’altra, tra le
innumerevoli iniziative. E tutti siamo con e per lui per continuare a creare,
crescere, credere … in Platì, come tutte quelle persone, uomini e donne,
ragazzi e bambine,riconosciuti o sconosciuti per via del tempo trascorso, che
vedete nella foto di copertina, ormai un’icona per i platioti di dentro e fuori le mura, ha visto la luce da queste
pagine, che con il loro contributo riedificarono una comunità.
Editoriale di
Francesco Violi
...perché siamo anche ciò che abbiamo perso
Perché la mia paura forse è proprio questa: perdere ciò che
è stato. Ecco perché la mia ossessione verso il passato: la laurea in storia e
archeologia, la raccolta di foto antiche, la passione per la genealogia. Tutto si è tradotto in una
continua ricerca del mio passato e il risultato è stato la nascita dell'Associazione
Etno-Culturale Santa Pulinara di Platì e poi l'incontro, il rafforzarsi di un'amicizia, la
crescita. Pasquale Catanzariti, Michele Papalia e poi Luigi - Gino - Mittiga con la sua esperienza
di grande lettore, la cura degli archivi di famiglia prima e la divulgazione dopo al fine di
risvegliare il senso critico e la cultura dei platiesi e tenere viva la conoscenza e la
coscienza di ciò che ci è appartenuto. Ci portiamo dentro ciò che è stato e che deve
essere riscoperto. Come diceva Goethe nel Faust “Quello che tu crediti dai tuoi
padri, riguadagnatelo, per possederlo”. L'Associazione ha così visto l'aggiunta di
Mimmo Catanzariti, Rosario Callipari, Denise Violi, Giuseppe Garreffa, Giuseppe
Cusenza, Giuseppe Romeo e altri amici con i loro preziosi contributi di cuore, mente e
braccia. Ciò che auspico è un'ulteriore crescita ma soprattutto il plauso di un popolo
che ha avuto illustri uomini e donne, dediti alla cultura, che hanno fatto di Platì un
grande paese; grandezza da recuperare. Ecco i nostri intenti. Ecco perché ci vedrete
leggere ad alta voce, ci scorgerete girare fra le vie con una macchina fotografica a
immortalare volti e gesti già vissuti dai nostri padri, ecco perché sentirete parlare dei
"pulinarisi", di nuova gente, di un nuovo albero che ha però antiche radici. In queste pagine
vi racconteremo cosa abbiamo fatto, leggerete alcuni nostri articoli frutto di
studi e ricerche. Questo è un numero speciale, il primo. Queste pagine racconteranno di
noi ma soprattutto di voi.
E dire che se fossimo rimasti qui
tutti noi giovani e ci avessero dato lavoro e gli strumenti necessari, avremmo
creato di questa terra il più bel giardino del mondo. Basterebbe costruire
bacini per irrigare i campi: potremmo fornire agrumi e ortaggi a tutta
l’Europa, e olio e vino; profumi e latte e miele. Invece ora è tutto
abbandonato a se stesso.
A pensare la vita di anime morte
che abbiamo vissuta, provo l’impulso di urlare. Non c’è stato un cane che ci
abbia dato una mano, che ci abbia indicato una strada. Abbiamo dovuto fare
tutto da noi: svecchiarci, trovarci una sistemazione, diventare uomini di oggi
mentre eravamo vecchi di mille anni. Abbiamo creato benessere, abbiamo
introdotto nuovi fermenti in questo mondo decrepito. Tutto abbiamo fatto
noi,tutto è uscito dalla nostra pelle. Potremmo cantare vittoria a gola aperta
dal piacere di aver vinto nel breve giro di vent’anni … Ma quei brutti giorni,
interminabili, scuri come la pece, sono dentro di noi.
Saverio Strati, Noi Lazzaroni, Arnoldo Mondadori
Editore, 1972
NOTA: Penso che, a dispetto delle citazioni, il libro di Strati, come
le riflessioni e, peggio, la scrittura, siano invecchiati. Sarebbe giusto
chiederne conto agli interessati soggetti del libro, gli emigranti, dal momento
che si trovano in vacanza nelle loro contrade in festa; e forse, su tutto, ci
starebbe bene un convegno sull’attualità di Strati: del suo narrare, del suo
evolversi (se c’è) dopo tanto tempo.
Nella foto la famiglia della zia Iola, sposata Tripepi, in Mishawaka e dello sceneggiato, cui riportano le note, vorrei ricordare il grande Mico Cundari.
… e quello che facevano era il
frutto del maggio ’68. Jean-Luc Godard,Tout
va bien, 1972
ABBIAMO SCOPERTO
(DEDICATA A TUTTE LE PSEUDO-PERSONE
PERBENE)
Abbiamo scoperto quello che non va
è tutto quello che ci avete insegnato voi
Abbiamo scoperto che le scuole dove voi ci mandate
Non sono tutte uguali
Abbiamo scoperto che tutti quegli uomini
che ci avete citato come esempio erano
disposti “a tutto” per diventare “persone perbene”
Abbiamo scoperto che tutta quella gente
che alla domenica andava a Messa
non
ci andava perché era cristiana
Tutto questo abbiamo scoperto e non vi abbiamo
più voluto seguire: avevamo troppa
vergogna di voi
Ora voi ci disprezzate, per le nostre idee,
per i nostri capelli lunghi, per i nostri
vestiti, per le nostre canzoni …
Ma quelli che smerciano la droga,
non sono dei nostri …
Quelli che violentano e uccidono i bambini
non sono dei nostri.
Sono dei vostri quelli che speculano sul povero,
sulla disoccupazione, sulla morte
…
sono dei vostri quelli che hanno inserito
l’aborto, la mafia, la prostituzione, la violenza, la guerra
E voi ci continuate a disprezzare, e la
fame, la guerra, la violenza continuano ad esistere,
e i bambini continuano a morire, di fame, uccisi
violentati, e voi ci parlate di patria, di diventare
persone “perbene”, illustri
E noi abbiamo tanta, ma tanta pietà di voi.
Franca J.
L’Ombrello Bucato Numero
unico – 2 A Liceo-Ginnasio – Locri – dicembre 1971. £. 100
Noi della II A abbiamo deciso di
fare questo giornale in cui trattiamo argomenti
di viva attualità. Non ci prefiggiamo scopi rivoluzionari, ma vogliamo
esprimere le nostre idee che ci auguriamo siano le idee degli altri giovani, su
alcuni problemi della nostra società che ci riguardano direttamente.
La Redazione
Nota:
In quegli anni lo zio Ernesto il giovane era Professore di Religione
presso il Liceo – Ginnasio “Ivo Oliveti” di Locri.
Gli autori dell'omaggio murario al mitico Padre Ambrogio furono Domenico
Papalia e Domenico Catanzariti, anche loro figli platioti sparsi e spersi per
il mondo: il primo in Piemonte, il secondo in Francia.
Nota
L'autore della foto e del relativo commento vuole l'anonimato e lo rispettiamo, quello che dovremmo chiedere al Consiglio Pastorale e all'Amministrazione Comunale è di preservare il murales.
Ambrogio Gandolfi nasce il 4 giugno 1938 a Ponte San Pietro (Bg). Nel 1959, all'età di 21 anni, lascia la professione di barbiere ed entra dai Padri Monfortani. Dopo tre anni di studi medi e ginnasiali, nel 1962 viene ammesso al noviziato di Roma, dove il 28 settembre 1963 emette i primi voti. Prosegue, quindi, il suo cammino di formazione, con gli studi liceali e poi di teologia presso la Pontificia Università Lateranense. Fa la professione perpetua il 29 settembre 1970 e viene ordinato sacerdote il 6 marzo 1971 nella chiesa dello studentato di Roma, dedicata a san Luigi Maria di Montfort.
Giovane sacerdote, padre Ambrogio è destinato alla comunità di Treviglio (Bg) per la predicazione, rimanendovi fino al 1976. Successivamente, l'obbedienza lo chiama a Napoli, dapprima nella comunità che risiede presso la chiesa dei Santi Severino e Sossio e, in seguito, nella parrocchia di Santa Maria di Ogni Bene ai Sette Do-lori.
Dopo un anno sabbatico trascorso nella Fraternità cappuccina di Santa Margherita Ligure (Ge), nel 1979 padre Ambrogio ritorna a Treviglio (Bg). Si apre all'esperienza del cammino neo-catecumenale e, come catechista itinerante, insieme ai laici dell'équipe, evangelizza in Sicilia e in Sardegna. Anche negli anni successivi padre Ambrogio non mancherà di dare la sua gioiosa collaborazione al Cammino, trovando in esso la possibilità di rispondere alle sue aspirazioni di missionario monfortano.
Nel 1983 raggiunge la comunità di Roma-Via Cori 4. Nella parrocchia di Santa Maria Mediatrice si dedica, in particolare, alla cura pastorale della zona del Sacro Cuore. Quando l'Istituto nel 1989 lascia la parrocchia, padre Ambrogio riceve l'obbedienza per il Centro Mariano Monfortano. Successivamente, unito alla comunità di Bianco (Rc), per un anno (1993-1994) assicura la cura pastorale della parrocchia di Platì (Rc), per poi rientrare a Roma, nella comunità Regina dei Cuori.
Padre Ambrogio svolge il suo ministero in diverse diocesi italiane sia con la predicazione itinerante, sia a sostegno delle presenze missionarie monfortane. Ama il contatto con la gente dalla quale sa farsi voler bene e, nonostante una personalità, uno stile di vita e di lavoro apostolico singolari, con il suo fare sem-plice e giocoso riesce a trasmettere l'amore di Dio, la devozione a Maria e la fi-ducia nella Provvidenza.
Nel 2008, per problemi di salute, viene accolto nella comunità di Redona-Villa Montfort. Qui, quasi improvvisamente, il 22 maggio 2014 chiude il suo cammino terreno. I funerali, celebrati nella chiesa Maria Regina dei Cuori di Redona, vedono la partecipazione di numerosi confratelli e di una significativa rappresentanza delle comunità neo-catecumenali. Ora è sepolto nel cimitero di Ponte San Pietro (Bg), suo paese natale.
Sin qui la nota biografica di Padre Ambrogio che viene da qui:
Per parte mia devo notare che il Datore
di lavoro d Padre Ambrogio e dello zio Ernesto non ebbe uno dei suoi intuiti
migliori affiancando due personalità già distanti geograficamente, aggiungete
la formazione e la Cultura di provenienza ed il botto è servito.
Padre Ambrogio fu il primo – siamo nei primi anni novanta del secolo
della Bomba Atomica – Amministratore Parrocchiale mandato dalle gerarchie a
sostituire lo zio già avanti con gli anni, ne aveva ben settantacinque, e dalle
infermità. Egli si aspettava mari e monti invece arrivò un sacerdote che per
quanto missionario era fuori dal suo ambiente naturale … e le incomprensioni non
tardarono a presentarsi.
Resta oggi, ancora, un’epigrafe – GRAZIE
PADRE AMBROGIO – affianco il duomo, apposta da generosi ignoti a
testimonianza di un fugace splendore che attraversò Platì.
La donna presso la quale mi mandavano a “maistra “, Donna Bice, teneva
in casa tanti bambini d’ambo i sessi. Raccontava favole, insegnava, anche ai
maschietti, a fare la calza (cosa che suscitava l’ilarità degli adulti i quali
ci prendevano in giro) e quando non stavamo buoni minacciava di chiamare “ u Ncasatu
“, personaggio leggendario dalle lunghe gambe, che molti vecchi giuravano di
aver visto e che divorava i bambini. E questo accadeva ancora in Calabria, nel
1938!
Pasquale (Pasqualino) Perri, Scuola e Mezzogiorno,
Qualecultura editrice, Vibo Valentia 1971
Nota L'autore della foto, all'asilo, dovrebbe essere lo zio Ciccillo, o forse, lo zio Ernesto il giovane.
L'inno, potete appellarlo anche lode, ai mulattieri è di Francesco di Raimondo. Circuita nella rete già da tempo, qui serve per affiancare il novello poetatore con i già acclamati vernacolari platioti noti per via di questo bolg.
per via di un testo di Vincenzo Padula attinente con i mulatteri ed oggi mi sembra commentare bene i versi dell'erede di Raimondo.
La foto di oggi invece riporta alla mente un divo del Cinema Loreto di Platì: Francis il mulo parlante; il tema del Maestro riferito al titolo commenta, altre si bene, poesia e muli