“I'm a lone wolf, barking in a corner. Plain disgusted with a world I never made and don't want none of”. Clifford Odets,1944
domenica 23 maggio 2021
Il ritorno [di Andrey Zvyagintsev - 2003]
Roma, 16 maggio 2021
domenica 16 maggio 2021
Dove rumoreggia il torrente [di Heinz Paul - 1956]
LE
ACQUE IMPETUOSE SCORRONO DOVE VOGLIONO SU UNA ZONA DI MOLTI CHILOMETRI QUADRATI
A
distanza di 6 anni dalla “grande alluvione”
il torrente Acone dev’essere ancora
bonificato
Non
sarà certo il tempo a fornire il denaro necessario perché i fiumi tornino nei loro letti primitivi e l’agricoltura rifiorisca sulla sterile distesa di pietre
e sabbia.
Platì,
25 marzo
I
fatti di Villapiana ci hanno improvvisamente riscoperto la realtà calabrese.
Quanti di noi non si erano inconsciamente convinti che il tempo riesce a sanare
anche piaghe delle alluvioni?
Un
antico motto afferma che «il
tempo è denaro».
Qualcuno avrà forse creduto che abbandonando la Calabria a sé stessa ci penserà
il tempo a fornire il denaro necessario perché i torrenti tornino nei loro
letti
primitivi e l'agricoltura rifiorisca sulla sterile distesa di pietre e di
gabbia che a noialtri calabresi regalò l’anno di grazia
millenovecentocinquantuno.
Il
materiale alluvionale trasportato dalle piene dei torrenti non ha ricoperto «tutto»
il territorio calabrese:
ne ha ricoperto solo una parte. Ma la distruzione di quella parte dell’agricoltura
calabrese è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. E doveva trattarsi
del vaso di Pandora se ne sono usciti solo fame, miseria e disoccupazione.
Non è
stato mosso un solo dito per la bonifica dei torrenti che hanno seminato questi
mali in Calabria nel 1951 e nel 1953; e che continuano a seminarvi il panico e
l'avvilimento.
Non è
stato mosso un solo dito per la bonifica dell'Acone, il torrente responsabile
del mal di fegato di quelle migliaia di persone che ogni anno durante lunghi
mesi, cercano invano di contendergli palmo a palmo l’arida terra degli
antenati.
Lungo
il corso superiore del torrente Acone, sono stati posti in essere tempo fa i
soliti palliativi, i soliti «specchietti
per allodole»
consistenti nella costruzione di qualche briglia che avrebbe la pretesa di infrangere
le impetuose piene autunnali del torrente medesimo.
Nel
corso inferiore, nemmeno questi palliativi sono stati attuati. Ma i
messaggi-fantasma che riferiscono di interrogazioni al Governo da parte di
qualche parlamentare, di mozioni, etc., continuano ad illudere la povera gente
delle zone interessate.
L'Acone
non ha più un letto. Scorre dove vuole, in una vastissima zona «tabù» che si stende per molti
chilometri quadrati.
Abbiamo
impiegato venti buoni minuti di marcia per attraversare da un capo all'altro
questa impervia regione di pietre acuminate e di vecchi tronchi inservibili.
«Se ci passerete l’anno venturo ne impiegherete venticinque, di minuti» - ci assicura un capraio del
luogo.
Ce lo
dice con una tranquillità olimpica, come se non glie- ne importasse niente. Non
gliene importa, infatti, perché è capraio. Se l'Acone gli leva il pascolo in
questa zona è dispostissimo ad andarsene altrove col suo gregge.
Appunto
perché non ha interessi diretti alla bonifica: del l'Acone, gli chiediamo di
dirci obiettivamente cosa ne pensa della indifferenza del Governo a questo
importante problema delle popolazioni di Natile, Platì, eccetera.
Da una
intervista con un capraio non ci si possono aspettare grandi cose; tuttavia il
parere del capraio è lineare, primitivo, ma tagliente.
-
«Quand'ero in America - ci dice - pagavo molte tasse, ma vivevo comodamente;
adesso che sono tornato in Italia, a fare il capraio pago le tasse e vivo male».
Non ci
meraviglia il fatto che il capraio sia stato in America. Così come il suo caso
ce ne sono a centinaia qui da noi. Ci meraviglia però che nella sua mente sia
così chiaramente delineato il concetto giuridico di prestazione e
controprestazione che dovrebbe sussistere tra lo Stato e i cittadini
contribuenti. E ci tornano alla mente le parole di un nostro concittadino, il
quale, proprietario di un fondo posto su una riva dell'Acone, si lagna di dover
pagare annualmente i contributi di bonifica, mentre la bonifica è sempre di là
da venire.
E ci
pensiamo, seguendo il corso del torrente fino al suo punto di confluenza col
Ciancio.
Per
questo punto di confluenza, l'Acone ha creduto bene di utilizzare il terreno di
due vaste estensioni di proprietà privata; e per rendere questa proprietà ancora
più «privata», l'Acone le ha tolto tutti gli alberi esistenti; in più l'ha
privata delle case coloniche, delle stalle, etc. Il letto dell'Acone doveva per
forza finire in bellezza.
Dalla
confluenza, con il Ciancio, nasce un nuovo torrente: il Careri. Di quest'ultimo
si è interessata la Cassa per il Mezzogiorno, la quale vi ha promosso una
specie di bonifica. E' meglio non parlarne, però, di questa bonifica.
Per
esempio sul letto del Careri, abbastanza ricco d'acque da non permettere il
guado se non nelle stagioni di magra, non esiste un ponte che allacci gli
abitati di Natile Vecchio e di Natile Nuovo. Il ponte è stato compreso, pare,
nel piano della Legge Speciale per la Calabria; ma non sappiamo in quale anno.
Comunque. bonificando l'Acone la costruzione di detto ponte sarebbe oltremodo
più facile e si potrebbe levare finalmente mezzo quella vecchia carcassa tenuta
insieme a forza di fil di ferro e detto «passarella» che crolla ad ogni piè
sospinto bloccando traffico per mesi e mesi ogni volta.
Un
concittadino di Natile ci ha detto, a proposito della passarella che cade
sempre: «Perché quelli del governo si convincessero della necessità di costruire
il ponte, bisognerebbe farli abitare per un mese
a
Natile Vecchio e fagli attraversare a guado il torrente due volte al giorno;
così gli verrebbero i reumatismi alle gambe, e allora provvederebbero subito». Questa frase a prima vista
non dirà niente a qualche lettore; per comprenderla appieno bisogna esserci
passati, a guado nel Careri.
Noi ci
siamo passati, costretti dalle circostanze, nel dicembre del 1953. Eravamo
passati dall'altra sponda a, cavallo di un mulo; il quale, al ritorno, forse per
dimostrare di essere dotato di una intelligenza superiore, non ne volle sapere
di entrare di nuovo in acqua, e ci costrinse ad entrare noi stessi, tenendo la
bestia per le redini. E possiamo assicurare che quando l’acqua ci mulinò
intorno alla cintola, non fu davvero un bel momento.
Ricordando
l’episodio guardiamo, istintivamente, la tarlata passerella che cigola maledettamente
e traballa.
Non
impieghiamo più di dieci minuti a raggiungere l’altura dove passa la Statale
112, e quando finalmente ci siamo. seduti su uno dei suoi muretti impolverati,
ci sembra di essere usciti dal mondo selvaggio o
primitivo
dell'Acone, con lo stesso animo di Dante quando tornò a «riveder le stelle».
E
attendiamo sollevati la sconquassata corriera che ci riporterà a casa.
MICHELE
FERA
GAZZETTA
DEL SUD, 26 marzo 1957
Nella foto il torrente Acone è visibile alla vostra sinistra.
venerdì 14 maggio 2021
lunedì 10 maggio 2021
Gran Casino [di Luis Buñuel - 1946]
Il 18 ottobre del
1951 a Platì ci fu una grande alluvione. Tre giorni prima iniziò a piovere ma
il 18 fece un gran casino. La fiumara di “Porteia” attraversò le strade fino ad
arrivare in contrada Lacchi; portò via moltissime cose come il mulino che stava
“fora o ponti” lo portò fino a Lacchi, tutti i porcili, le stalle le portò via.
Perfino la fiumara di “Raconi” portò via due buoi mentre stavano tranquilli
nella sua stalla, legati alla mangiatoia. Anche il fiume di “Saneju” portò via
una mandria di 200 capre mentre erano in pascolo con il suo padrone, e queste
capre scomparvero nella acque. Molta gente andò a rifugiarsi nelle scuole
elementari; quelli che stavano in montagna corsero subito in paese da parenti e
amici per ripararsi da quel terribile maltempo.
La gente che stava vicino alla fiumara purtroppo è morta, ma altri si
sono salvati. Raccontano che una volta una donna era incinta e doveva
partorire, ma quel giorno che doveva partorire la fiumara fece un gran casino,
però suo marito l’ha salvata.
Il 19 ottobre la
gente iniziò a lavorare e togliere tutto quel materiale che aveva trasportato
il tempo e a riparare tutti i danni causati dall’alluvione. Degli uomini mentre
stavano scavando si accorsero che c’era una donna sotterrata fino alla pancia
però ancora riusciva a respirare. Questa donna si salvò però il resto della sua
vita lo passò con le gambe storte. Molta gente a causa di questa alluvione
abbandonò il paese, per non avere case e terreno, molte di queste persone emigrarono
per L’Australia, America e altre città
Barbaro Giuseppe
5A
mercoledì 5 maggio 2021
Preparate i fazzoletti - reup
Persone molto x bene delicate altruiste, li conosco eravamo vicini di casa e andavo spesso a casa sua sempre accoglienti brave, avevano l'unica villa che c'era a quei tempi molto bella ancora c'è, ma è disabitata, che dolore vederla in quello stato.
giovedì 29 aprile 2021
martedì 20 aprile 2021
Wedding Party - Il tintore e la bambina
02.08.1824 = Trimboli Saverio - Trimboli Anna
Erano già avanti con l‘età quando Saverio ed Anna Trimboli si recarono davanti a Domenico Oliva per convalidare il loro vincolo matrimoniale: Saverio ne portava quaranta tre, Anna due di più, quarantacinque. Saverio Antonio Bruno, bovaro, era nato il 4 dicembre 17781 da Domenico ed Elisabetta Catanzariti; Filippa Anna – 9 giugno 1779 - proveniva da Giuseppe e Antonia Callipari. La sposa era da sola, essendo i genitori deceduti entrambi, lo sposo accanto a se aveva la madre vedova. Testimoni, accanto agli ormai celebri e celebrati Filippo Tripepi e Pasquale Perri, partecipavano Domenico De Marco, forese di anni trenta quattro e Pasquale Romeo, bracciale di anni trenta sei, anch’essi già apparsi in queste pagine. In chiesa col sacerdote erano Domenico Fera ed Antonio Zappia.
02.09.1824
= Taliano Antonio di Giuseppe - Sergi Teresa di Giuseppe
Antonio
Taliano di Giuseppe e Francesca Marrapodi era un ventenne bovaro dell’Ariella; la
diciottenne Teresa Sergi di Giuseppe e Francesca Oliva invece abitava nella
Strada San Pasquale. La notifica del loro matrimonio apparve sulla porta della
casa Comunale domenica 8 agosto di quello stesso anno e non vi fu alcuna opposizione.
Ancora una volta il primo dei testimoni è Filippo Tripepi con lui sono schierati
il suo collega vaticale Giuseppe Catanzariti, quarantenne abitante nella Strada
La Fontana; i bovari, abitanti nella Strada San Nicola, Domenico Fera di anni quaranta
e Giuseppe Portolesi di anni trentasei. Avendo
asserito li contraenti ed i testimonj di non saper firmare sigla il solo sindaco
Domenico Oliva. Col parroco in parrocchia firmano Antonio Pangallo e Don
Domenico Mitttiga.
25.10.1824
= Mittiga Giuseppe - Mittiga Rachele
Giuseppe
Mittiga di professione faceva il tintore; ventisettenne, era figlio di Rosario
e Caterina Papalia. Rachelina Mittiga di anni ne aveva sedici ed era figlia del
calzolaio mastru Rocco e di Giuseppa
Perri. Rachele era nata il giorno di San Biagio del 1807, Giuseppe il 4 aprile
del 1797. Per una volta tanto lo schieramento dei testimoni cambia: sono tutti
abitanti nella Strada San Nicola, il falegname mastro Rosario Marando di anni quaranta
sei; i due bracciali, con lo stesso nome e cognome, Giuseppe Trimboli di anni
quarant’otto e quaranta sei; il civile
Rosario Papalia di anni quaranta sei. A
firmare col sindaco sono tutti, chi col nome e cognome, chi con la +.
In chiesa con il celebrante sono Domenico Morabito e il non precisato Giuseppe
Mittiga.
Nella foto in apertura Rosario Mittiga, mio nonno, 1881 - 1967, mastru tra i mastri calzolai.
mercoledì 14 aprile 2021
Una colt in pugno al diavolo [di Sergio Bergonzelli - 1967]
… forse ti sta di fronte e non lo riconosci – perché sorride come un ANGELO … ma dagli in mano una colt .. ed è il DEMONIO … (iscrizione posta in testa al film in questione)
IL DISERTORE
domenica 11 aprile 2021
Un luogo della memoria [di Enrico Grisanti - 2013]
mercoledì 7 aprile 2021
Rullo di tamburi - Micheli u Giamba
Nato a Platì
E lì morì.
Michele Trimboli all’anagrafe registrato
Micheli u Giamba d’i paisani chiamatu.
Fici u tamburinaru comu professioni
E u tamburu u sonava cu passioni.
Era taciturnu e di pochi paroli
Educatu e di bonu cori
sonava insiemi ad attri paisani
e ji bacchetti paria ca volunu nte so mani.
Cu Gianni u tamburinaru così chiamatu
e chi nto paisi pe sonari era nominatu
mparau e pigghiau tanti insegnamenti
e fici tesuru di chiji suggerimenti.
C’era puru Ntoni u miricriju
Cu na botta nta grancascia dava l’avviu
e cu nattra bona mazzolata
u seguia Pascali da gnur’Agata.
A secundu li festi e li novini
Non mancavunu tamburelli ed acciarini,
Cicciu u penga era sempri prisenti,
Muguniandu sonava allegramenti.
Cu tamburi e grancascia a ritmu battenti
A picciuli e randi facivunu cuntenti.
Girandu po paisi ssi tamburinari
si portavunu appressu na murra di cotrari.
E quandu i gigantissi ndvivunu a sfilari
i ggenti si ffacciavunu nta via mi vidunu passari
e cu soni di tamburi organetti e tamburella
i portanti li ballavunu a ritmu di tarantella.
Nta ji iornati di festa ed alleggria
lu penseru jia alla Vergini Maria
cu nomu di Maronna di lu Ritu è chiamata
e comu Patruna di pajisi esti nvocata.
In via 24 maggiu, nto corsu principali
nta stati si nescia pa passijiata sirali
sa Galatti o ponti si jia e si venia
stu rettiliniu di strata si facìa.
A meta era sempri u ponti ca funtana
ti dissetavi cu l’acqua frisca asprumuntana.
C’era a movida cu signurini e giuvanotti
e cu genti nte barri aperti sinu a menzanotti.
Nta ji serati ssettati nto scaluni di Rosariu u parlinu
e quandu nta cchiji i don Mbertinu
si scialavunu i studenti universitari
u sentunu a Micheli recitari.
Lu sommu poeta
Canti da Divin Commedia
li ripetia pecchì i sapia a memoria.
È veru ca prima pregatu volìa,
ma quandu partia tuttu u cantu ripetìa.
Convolau a nozzi a tarda età
e Ricaluzza fu la sua metà.
Cu Micaluzzu meu e Ricaluzza mia
quand’era tuttu in armonia.
Quandu sentu i tamburi sonari
u me penseru vaji a chiji tamburinari
ogni vota chi passavunu davanti a casa mia
nu biccheri di vinu s’offrìa a mamma mia.
Sti ricordi ormai fannu parti du tempu passatu.
Comu puru a granita cu jiacciu culuratu
cu na grattarola a preparava l’ardurisana,
nta ji iorna di festi e di caluri era nu taccasana.
Puru Micheli u Gimba merita m’essiri ricordatu.
Amuri e cori nto sonari misi
quandu cu tamburu girava po pajisi.
Si detti spassu a tutti ji cotrari
li fici scialari e puru sognari.
Silavana Trimboli nata a Platì e residente a Caraffa del Bianco
















