Si fa certo da
me, sottoscritto Medico Chirurgo, che Caterina Zappia nata Ielasi è da parecchi
mesi che soffre di prosopalgia, nevralgia del quinto, tale da renderla in uno
stato deplorevoli primo, in cui l’inferma, nell’attualità, trovasi, poiché tal processo
morboso, ribelle a qualsiasi metodo curativo, ha avuto per effetto alterazione
dei nervi ottici onde l’ammalata è divenuta cieca, e come tale, è impossibile
ella sia abile al lavoro. In fede, si
rilascia il presente a richiesta della stessa Zappia in carta informe per uso
militare. Platì, 10
Dicembre 1916 Dottor Papalia Vincenzo Per una biografia
sul dottor Papalia Vincenzo: https://iloveplati.blogspot.com/2014/09/dottore-nei-guai-reg-ralph-thomas-1963.html https://iloveplati.blogspot.com/2019/11/dottore-nei-guai-teresita-annita.html
Platì, 21 maggio Mico si accese la pipa e aperse la bocca in atto di parlare. L'uditorio
divenne attentissimo, ma Mico, imperterrito apri la bocca ancora un pò, poi la
spalancò del tutto e infine la rinchiuse, tacendo. Aveva semplicemente fatto
uno sbadiglio. Ciccio Donarom si stizzì e mise subito in atto il suo metodo
infallibile per far parlare il vecchio. Gli diede una martellata su un
ginocchio, e, in atteggiamento michelangiolesco, gli gridò- «E perché non parli?» - «Va al diavolo!» — ribatté Mico, ma incominciò
subito il suo racconto (Inutile
dire che l'aveva appreso dai libri
della Saggia Sibilla, di cui si vanta d'essere stato, l'ultimo segretario). — «La più bella ninfa del bosco di Acone era
Anna. Il suo sorriso si comunicava a tutta la natura. Nella zona non si trovava
più un salice piangente: quei pochi che c'erano s'erano riconfortati alla sua
vista e non facevano che ridere e cantare. Fu in quel periodo che nacquero gli
Ippocastani, quei bellissimi alberi s'erano fino allora chiamati «Ippobiondi», ma
decisero di cambiar nome per intonarlo al colore dei capelli della ninfa.
Avevano un bel da fare gli astronomi di quel tempo, per osservare le comete che
navigavano nello spazio: alla vista di Anna, quegli astri si mettevano ad
agitare la propria coda in segno di saluto, proprio come cagnolini affezionati..» Qui ci parve che Mico cominciasse ad esagerare;
cercammo allora di interromperlo, perché, se il racconto prendeva quella piega,
chissà dove si sarebbe andati a finire. — «Alle corte » — gli chiese a bruciapelo Ciccio Donarom, agitando
il martello, — « qual è il fatto che volevi narrarre?» Mico parve imbarazzato. Con voce più cauta ci
confidò: «Quando le ninfe
sparirono dai
boschi, Anna promise alla natura, sua amica, che sarebbe tornata.
Ebbene, voi non ci crederete, ma la ninfa, dopo tanti secoli, ha mantenuto la promessa. Me
ne sono accorto
iersera, quando ho visto la cometa «H» muovere la coda in segno di saluto...» Decisamente Mico non era in vena che di raccontar balle. Lo mandammo a
quel paese in termini più che poveri, e uscimmo all'aperto. Fuori c'era un'inondazione di sole. Guardammo instintivamente il
vecchio salice piangente, in un angolo del giardino: l'albero era scosso dalla brezza
e tra le sue foglie fremeva una interminabile risata d'argento. MICHELE FERA
La pratica della decontestualizzazione
è abbondantemente presente nei movimenti artistici moderni da Andy Warhol a
Quentin Tarantino. È benaccetto constatare che quanto in queste pagine va pubblicato
possa essere decontestualizzato e ricontestualizzato in nuove espressioni o sfociando
sulle lastre sepolcrali, come è accaduto con Michele Papalia senior.
“A … Michele Papalia, … biblico patriarca, saggio analfabeta
vissuto in terra di Platì. A lui e a quanti nell’operosa ombra vivono,
questo umile omaggio.”
Rispondo
all’Anonimo visitatore che ha chiesto notizie della Signora che appare intervistata nel
video in queste pagine qualche giorno addietro*. Il volto caravaggesco
della ragazza è un fermo immagine nella mia mente. Nell’ultimo mio viaggio in
terra di Platì, cercando altro dentro il cimitero, ho incontrato due
garbatissime signore cui ho chiesto notizie della raccoglitrice nel video. Una
di loro mi assicurava che avrebbe fatto ricerche in paese e mi avrebbe fatto
sapere con Michele, che era con me in quella mirata visita al camposanto. Per il vero
tornando nella città dove risiedo e dove lavoro, per e su Platì, ho dimenticato
incontro e ragazza del video, congetturavo di più sull’incontro con il dottor
Floriani a Vibo e l’architetto Bartone a Soriano. “Un paio
di giorni fa ho ricevuto una telefonata da una signora di Platì che ha preso il
numero dalla pagina I Love Platì che ho messo come contatto per
whatsapp. La signora, che si chiama Francesca …, mi ha riferito di averti
incontrato a Platì (credo al cimitero) e che tu volevi sapere chi fosse una
signora in una foto credo tratta dal filmato delle raccoglitrici di olive. Mi
ha detto di riferirti che si tratta di Caterina Sergi figlia di "Roccu i
Petru". Erano 7 fratelli e sorelle, molti emigrati in Australia compresa
Caterina. A Platì c'è ancora una sorella che si chiama Anna”. Il messaggio
è di Rosalba Perri. Entrambi, io frenetico, ricorriamo al data base dello zio
Ernesto - Gloria nel più alto
dei Cieli, zio Ernesto, per aver perso inconsapevolmente il tuo tempo per noi. Caterina
Sergi “i Roccu i Petru” è la settima di dieci figli nati da Rocco e Francesca Calabria. Dodici, compresi i genitori, come lei accenna nel video. Il padre non era figlio i Petru,
come è facile pensare, ma di Michele, sposò Francesca, tizzuni di lignaggio, il 19 novembre del 1922.
Petru è l’ultimo dei dieci figli, classe 1948. Dunque
grazie alla Signora Francesca, a Rosalba e Michele ma soprattutto a Caterina
Sergi. SDG
"Bisogna continuamente ricominciare". Luigi Meneghello
Con i superstiti amici pulinaroti ci siamo recati a Vibo, dapprima, per
incontrare il dottor Gilberto Floriani, vicentino come l'autore dell'epigrafe d'apertura, direttore del SBV Sistema Bibliotecario
Vibonese e, di seguito, l’architetto Francesco Bartone direttore della
Biblioteca Calabrese di Soriano Calabro. Nostro biglietto da visita è stato il
pane di Platì. Dire che sono incontri che segnano un passo della vita personale
è poco. Sono incontri che offrono soprattutto un futuro per Platì. Se con
Gilberto Floriani abbiamo parlato per lo più di libri e Platì con Francesco Bartone
abbiamo conversato dell’immenso e incomparabile contributo che esercita la
Biblioteca di Soriano per la Calabria. Il futuro … ricominciare!
Ho
visto un palazzo di giustizia con la scala da’ gradoni di granito, logori, per
il transito che vi si faceva Ho
visto una scuola, con la scala parimenti dai gradoni di granito, intatta per il
poco transito che vi si faceva Quando
s’invertiranno i termini, cioè la scala dei tribunali poco logora, e consumata
quella delle scuole, allora può veramente dirsi che sarà trionfata la civiltà. 13
febb. 1914Avv.to G. Portaro
Immagine e testo contenuti nell'album personale di Ernesto Gliozzi il vecchio
Giuseppe Portaro è stato un luminare geracese, oltre che salire
e scendere le scale dei palazzi di giustizia è stato autori di libri sul
risorgimento calabrese. Era già apparso alla pagina:
La donna che lavora inchiesta televisiva di Ugo Zatterin e Giovanni Salvi del 1959
IVa puntata, Braccianti del sud
la voce fuori campo è di Riccardo Cucciolla
il tema musicale è di Harumi Fuuki, Hajimari no michi (L'alba di un filmaker), 2014
L'inchiesta, sebbene registicamente sia fotografata e codotta bene, la voce fuori campo, del pur grande attore Riccardo Cucciolla, è certo che non sapesse niente di Pratì come di Platì, attraverso il commento e le sue sparate, buttate lì per far sorridere, lasciano l'amaro non tanto in bocca quanto nello stomaco.
Ugo Zatterin (1920-2000), volto noto nella televisione in bianco e nero, era ancor più noto per via di Alighiero Noschese il quale parodiva gustosamente lo Zatterin.
Corpo delle Guardie di Finanza Luogotenenza di Bovalino
Brigata volante in Siderno
Processo Verbale di
trasferimento
di una rivendita di generi di
privativa
L’anno 1883 quest’ giorno 14
del mese di Giugno Noi Sorrentino Vincenzo sotto Brigadiere delle Guardie di
Finanza col seguito della Guardia Scelta Frustari Luigi giusto gli ordini
ricevuto dal Sig. Comandante la Luogotenenza
ci siamo recati nel Comune di Platì Circondario di Gerace Provincia di
Reggio Calabria, allo scopo di autorizzare il trasferimento dello spaccio N. 1
di questo Comune esercitato dal Sig. Gliozzi Francesco che dal locale dove
attualmente trovasi passa nel corso S. Nicola al civico N. 49, essendo stato
riconosciuto da noi il nuovo locale in buono stato e decente, e ciò avvenuto in
nostra presenza e di ciò ne abbiamo redatto il presente verbale che viene
sottoscritto da tutti gli intervenuti. Oggi stesso mese ed anno come sopra
Platì 17 febbraio Raccolti in circolo
vicino alla gora, appoggiati con una mano sul fondo ghiaioso del canale, e
brandendo nell'altra una forchetta affilatissima, aspettavamo la preda
pazientemente. Sbucò quando meno ce l'aspettavamo, una enorme anguilla che
sferzava l'acqua facendola gorgogliare, nella corsa. Passata a sorpresa,
Ciccio Donarom vibrò il primo colpo; era stato sempre un ottimo tiratore, ma
stavolta invece di colpire l'anguilla, colpì la mano di 'Ntoni Conio. Se ne
accorse subito e ritirò prontamente la forchetta; Anche l'altro se ne dovette
accorgere, però, a giudicare dall'urlo che cacciò e che disorientò la stessa
anguilla, mentre a noi fece perdere la bussola. Fummo tutti intorno
al povero 'Ntoni, che agitava la mano in aria, e continuava a urlare come un
bue scannato. In quel parapiglia,
l'anguilla pensò bene di filarsela verso altri lidi. Una parte di colpa
nella faccenda che seguì, l’ebbe pure lei, l’anguilla, perché invece di farsi
prendere dagli altri cacciatori, appostati più a valle, avrebbe potuto filare
via verso il mare. Ecco che non
sarebbe mai nata la questione che mutò in odio aperto, il leggero antagonismo che
esisteva da anni tra la squadra del Nord e la squadra del Sud, (corrispondenti rispettivamente
alla parte alta e alla parte bassa del paese). Quando quelli del
nord vennero a mostrarcela, tutti felici e sorridenti, la riconoscemmo subito:
non capitava tutti i giorni di catturare un'anguilla di tal fatta! Provammo una
fitta di rimpianto e di invidia e tacemmo. Ma accompagnato a
casa quell'animale di 'Ntoni, corremmo subito a fare valere i nostri diritti;
Ciccio Donarom capo della squadra del Sud, cercò di spiegare come era andata la
faccenda, e come l'anguilla spettava a noi perché avevamo speso due chili dì calce
per snidarla; Avremmo consentito,
disse, anche a una spartizione dell'anguilla in parti uguali. Giusi Toriv,
comandante in capo della squadra del Nord, lo lasciò parlare e quando finì gli
rise in faccia; — «se l'anguilla
vi fa gola, disse, siamo disposti a cedervela, purché a vostra volta ci cediate
per un mese l'uso del «serro
avvelenato»; Ma se siete venuti
ad accampare diritti che non avete, potete anche risparmiare il fiato». Questo disse, e lo disse con una tale arroganza, che davvero restammo senza fiato. Era un
sopruso, una ruberia!! Girammo
dignitosamente sui tacchi, e la sera stessa, senza perder tempo, la squadra del
Sud si riunì sul «serro avvelenato», il quartiere generale. Eravamo in tutto circa
un centinaio, mentre quelli del Nord erano più di duecento; Nonostante tutto,
decidemmo all'unanimità di dichiarare la guerra. Le ostilità avrebbero avuto
inizio il giorno dopo. Avvertimmo alcuni
nordisti che passavano, che dall'indomani, chiunque avesse osato portarsi nella
nostra zona, vale a dire nella bassa del paese, l'avrebbe pagata cara. Eravamo fiduciosi
soprattutto nella energia e nella decisione del nostro capo che era di gran
lunga più forte del loro: Ciccio Donarom, infatti, lanciava le pietre molto più
lontano di Giusi Toriv. Per molti giorni
dalla dichiarazione di guerra, quelli del Nord non si fecero vedere nella
nostra zona; Né noi, osavamo fare scorribande nel Nord; ci accampavamo la sera
nel nostro quartier generale, e giocavamo ispirandoci alla guerra reale, quella
di cui sentivamo le notizie alla radio «Tizio — comandava il capo — vai a bombardare Milano, Torino e Genova!». Tizio apriva le
braccia, metteva fuori un rombo prolungato, e decollava con le tasche piene di sassi. (I «bombardieri» avevano
l'obbligo di tenere sempre le
tasche piene di sassi; Una
volta uno dei più quotati subì
un grave castigo: era stato mandato a bombardare alcune zone, e si era fermato in volo, per
giocare alle ghiande!! Fu declassato a caccia, senza pietà). Ma torniamo alla nostra guerra; — Dopo
molte sere, finalmente il capo dei nordisti si fece vedere, tronfio e
baldanzoso, nella nostra zona, in segno di sfida. Fu subito spedita una
spedizione di caccia a mitragliarlo. Noialtri ci fermammo sul ciglio della
collina a goderci lo spettacolo. I caccia arrivarono rombando in zona di
operazioni, e aprirono il fuoco con le fionde. Ma non appena furono partiti i
primi colpi, sbucarono da ogni parte torme di nordisti, armati dì un'arma
insolita; enormi fasci di ortiche, coi quali colpirono a lungo le gambe
indifese dei nostri caccia. Quando finalmente, arrivammo noi sul campo, non
c'era più nessuno: anche i caccia, avevano pensato bene di tornarsene a casa, anziché
al campo. Non ci restò che tornarcene al
quartiere a meditare sul tradimento. Giurammo di vendicarci: loro avevano
adoperato le ortiche? ebbene, noi avremmo messo in atto, qualche altro «colpo basso». Dopo due settimane di preparativi, una
sera ci avviammo in schiera verso l'alto. Arrivammo indisturbati fino alla casa
di Giusi Toriv: A un cenno del capo i bombardieri partirono velocissimi, e
scagliarono il loro carico sui vetri della casa del capo avversario, e di
quelle vicine. Successe un parapiglia: la squadra del
Nord si mobilitò tutt'a un tratto, e d inseguifino al serro: (noi fingevamodi scappare, ma in realtà volevamoallontanarci dall'ira dei«grandi» a cui avevamo rottoi vetri, e
attirare il nemiconel nostro campo). Giunti al serro, a
voltammo, repentinamente e facemmo roteare ì nostri bastoni sulle teste avversarie;
i caccia ci giravano intorno, scagliando all'impazzata con le fionde i loro pezzetti
di piombo; tanta che una buona metà dei proiettili ce li ricevemmo noialtri invece
degli avversari. E quella vittoria
fu per noi peggio di una sconfitta: oltre alle randellate nemiche e alla mitraglia
dei nostri caccia, buscammo un'altra dose di botte (botte vere, questa volta!) dai
nostri familiari che il fragore della mischia aveva richiamato a frotte sul
luogo. Intanto le famiglie
dei «bombardieri» dovettero pagare le spese dei vetri rotti alle famiglie bombardate; Un nostro carro armato
stava perdendo un occhio a causa di un «autogol» di un nostro
caccia; E per lungo tempo, le rispettive famiglie ci vietarono le riunioni sul
serro. Tutto per colpa di un'anguilla. Michele Fera GAZZETTA DEL SUD, 18 febbraio 1956
Il testo è riproposto con la punteggiatura originale