«SOPRA UN
TERRAZZO IN PROFONDA E SUGGESTIVA SOLITUDINE»
L'ABBAZIA DI S. MARIA DEI TRIDETTI
e il Monastero di Sant'Ippolito a
Palizzi
La basilica, i cui ruderi affiorano
alle falde del Monte
Campolico, avrebbe preso il nome da un tempio
pagano
Palizzi,
14 maggio
Palizzi è un modesto borgo abitato, posto in una valle,
sulla sinistra del torrente omonimo, ad oriente delle montagne di Grappidà, che
si scorgono nella bruma, dall'altura di Bova e dalle zone più belle, quando
sorge il sole; ed indorate negli avvampanti vespri di questo magnifico cielo,
quando tramonta. Lungo la rotabile, che ascende da Palizzi Marina, ad occidente
di Capo Erculeo (Capo Spartivento), dista Km. 10 dal mare.
Dovette essere un borgo fiorente, nell'XI secolo, non tanto per
la lussuosità delle sue abitazioni, che, in tutti i tempi, dovettero essere ben
misere, quanto per la sua vita monastica, se, a suo pregio, ascrive due
monasteri ed una grancia*. Sembra essere stata una minuscola Tebaide, che abbia
avuta la sua importanza, forse anche prima che fosse sorta la Abbazia di Santa
Maria de Tridetti o del Tridente o del Tridactulon (cfr. Pentedattilo), con la
basilica adiacente. Questa basilica, i cui ruderi affiorano alle falde del
Monte Campòlico, nei pressi di Staiti, avrebbe preso il nome, secondo alcuni,
da tempio pagano, lì posto, dedicato al Dio del mare o Nettuno o Posidone. Ciò si
è affermato, ma non si ha la prova; ed è poco serio che, li, in quel posto, tra
montagne scoscese e lungi dal mare, vi sia già stato un tempio di quel nome,
quando poteva stare benissimo in faccia allo Jonio, solcato da vele e da navi.
Starebbe a favore dell'ipotesi, non la problematica moneta, scoperta sul posto
e recante la figura di Nettuno, armato del tridente, con la leggenda ridicola del «po-se-geno » (come ti-salvo), che il Natoli
corresse in «po-se-done » (Posidone) (ved. P. Natoli - Riv. Stor.
calab. 1900), ma il fatto che l'Orsi ha notato, nei suoi rilievi, fatti sul
posto, la presenza di «capitelli ionici capovolti», innestati su
colonne in cotto, affiancati all'abside centrale, senza dubbio antichissimi. Ma
lo Orsi* ammette che essi, per la loro piccolezza, siano potuti
giungere da lontano.
E' verosimile, invece, che il nome
abbia avuta altra origine; e non è improbabile ch'esso sia stato dato dal modo
come la iconologia dei santi, del periodo bizantino - normanno, raffigura
l'atteggiamento delle dita benedicenti. Di esempi del genere, in cui si
raffigurano santi che benedicono con i primi tre diti distesi, si ha un numero
considerevole; e questo tipo iconologico ricorre anche nella raffigurazione del
S. Giovanni di Stilo ed in quella di un santo anonimo della grancia di
Amendolea. Non è difficile, quindi, che il Bambino della Vergine abbia ripetuto
questo tipo, se pure non è dato a noi conoscere i particolari dell'affresco, di
cui l'Orsi ci dà soltanto un fuggevole accenno. Tridactulon, dunque, e non
Tridente e Tridetti, che è una storpiatura linguistica.
L'Abbazia si adagia «sopra una breve terrazza, in una profonda e suggestiva
solitudine», tra il verde delle piante e «un pò discosta dalla Fiumarella, che
scende ricca di acque fresche e sonanti dalla montagna» e che va a
finire sul Bruzzano. Questa Abazia, di cui, come si è detto, rimangono soltanto
le rovine della basilica, era, anticamente, un raro gioiello di architettura
bizantino- normanna, coeva ed affine al S. Giovanni Vecchio di Stilo. Per i
caratteri architettonici, artistici, decorativi, non è il caso che noi, qui, ci
si attardi, potendosi essi rilevare dalla minutissima descrizione dell'Orsi, fatta in «Le Chiese
Basiliane della Calabria». Ci preme soltanto dire che la sua fondazione non
pare risalga oltre il secolo XI, tra il finire della dominazione bizantina e i primi anni della dominazione normanna.
Quale che sia stata la sua importanza, dal punto di vista
culturale, non è facile dirlo; e ciò fino a quando non saranno aperti al
pubblico gli archivi privati, ove è andata a finire la documentazione, e fino a
quando non saranno compulsati le antiche carte e gli antichi manoscritti,
giacenti negli scaffali dei vescovati e, in parte, nelle diverse biblioteche della
Calabria e della Sicilia.
Molto probabilmente, altro materiale è depositato nelle
biblioteche di Bari; e ciò per le relazioni intercorse, tra i monasteri basiliani
della Calabria bizantina e le Puglie, nel periodo pre normanno e
posteriormente.
L'Abbazia, comunque, fu una importante comunità monastica,
sia per il numero dei monaci, che non par vero siano stati in numero
trascurabile, sia per le concessioni, di cui fu dotata, sia per l'attività
religiosa, culturale, morale, che dovette svolgere, in quella ricca contrada. Lo dimostra il fatto che i suoi abati potettero
ottenere qualche serio appoggio dalla munifica dinastia normanna, per
riattivare la basilica, già danneggiata, ed agevolare il compito di quei
monaci, nel costruire asceteri e grancie, come, difatti, avvenne della grancia
della SS. Annunziata di Africo, che si sa costruita da un igumeno di quel convento.
Importava, d'altro lato, ai normanni che quei monaci
facessero opera di persuasione, fra i greci li quella plaga, attaccati come
erano al ricordo
dei loro precedenti governi e alle loro libere istituzioni,
cosi che fosse data loro la possibilità di affermarsi, senza troppe scosse ed
inutili violenze, che si sarebbero ritorte a loro danno. In un momento per essi
delicato. Bisogna credere, poi, che i normanni abbiano tenuto in conto il grecismo
della Calabria, che soltanto dai monaci poteva essere ravvivato; e non è senza una
ragione che i loro documenti siano stati scritti per la maggior parte in quella
lingua. Per quanto tempo sia stata svolta questa attività, ce lo dice il Breve
di Papa Onorio III, del 1221, diretto al Vescovo di Crotone e all'Abate di Grotta
Ferrata, delegati a correggere i costumi dei monasteri della Calabria
meridionale, che si erano allontanati dalla regola di S. Basilio; tra i
quali, quello di S. Maria dei Tridetti, presso Bova. A rigore, si può affermare
che l'Abbazia nel XIII secolo, era al suo incipiente tramonto, anche se le
cure del Santo Padre abbiano mirato a ricondurla al suo primitivo splendore.
Che l'esito di Onorio III sia stato sfortunato, ce lo dice
la bolla di Alesandro IV, del 1265, diretta ai vescovi di Strongoli e di
Bisignano, nella quale vi si consigliava l'aggregazione di tutti i monasteri dell'Ordine
basiliano e quello dei Benedettini e dei Cisterciensi. Secondo il Rodotà
(Origine e progresso del rito greco, vol. 113, nel 1373, veniva ripristinata la
regola di S. Basilio; ed è probabile che il provvedimento abbia avuto qualche buon effetto, se proprio in quest’epoca
usci il vescovo Barnaba, dalla Chiesa di Oppido, che fu monaco di quel convento.
(Arch. Vat. reg. 127). Candido Zerbi* lo dice abate di S. Marta di Trivento, forse
storpiatura del nome e in luogo di Tridente.
Dopo questa data, e precisamente nel 1436, l'Abbazia fu data
in commenda all'Abate Benedetto Leone, del monastero del SS. Salvatore dì
Messina, che ebbe anche possessioni sulla Grancia di S. Maria di Alica o Alithia. (S. Maria della Verità), in quel di
Pietrapennata, dell’Archimandritato di S. Ippolito, di Palizzi.
Il 9 maggio del 1551, il delegato apostolico, Padre D.
Marcello Terracina, Archimandrita del monastero di S. Pietro di Arena, visitò,
per ordine del Papa, Giulio III, insieme con il suo vicario D. Paolo di
Cosenza, l'Abbazia di S. Maria de Tridetti, «iusta Moctam Boccalinam» (presso Motta Bovalino), che trovò abitata soltanto da
un giovane secolare (ved. Raschellà - Saggio stor. sul monach. ital.- greco;
Spagnolio; Orsi ecc.), la cui chiesa era e quasi «spelunca latronum et
animalium». Troppo chiara e manifesta appare, ormai, e grave, la
corruzione di quei monaci mondani; del sec. XVI. Con il principio del secolo XVII,
l'Abbazia può considerarsi finita; e niente ci può far credere che, in questo
periodo, sia rimasta in piedi.
Un pò prima o coeva alla fondazione di S. Maria dei Tridetti,
esisteva in Palizzi un'altra Abbazia basiliana, quella di S. Ippolito, di cui
faremo, in seguito, una particolare trattazione. Terminiamo con le parole
dell'Orsi: «S. Maria de Tridetti è una nuova
conquista dell'arte bizantino normanna della
Calabria, così debolmente conosciuta; è un altro elemento da aggiungere alla storia
monumentale di questa regione, che se non fu grande, ebbe tuttavia i suoi fasti
».
FRANCESCO
NUCERA
GAZZETTA
DEL SUD, 15 MAGGIO 1957
*Il termine grangia (o grancia) indicava originariamente una struttura edilizia utilizzata per la conservazione del grano e delle sementi.
Pietro Paolo Giorgio Orsi (1859 – 1935), archeologo italiano si dedicò prevalentemente all'esplorazione della Sicilia e della Calabria.
Candido
Zerbi (Oppido Mamertina, 18 novembre 1827 – 3 dicembre 1889) è stato un politico italiano, senatore
del Regno d'Italia.
Francesco Nucera è apparso
dapprima qui:
https://iloveplati.blogspot.com/2026/02/la-fortezza-nascosta-akira kurosawa1958.html
Le
foto originali sono qui:
https://catalogo.beniculturali.it/detail/ArchitecturalOrLandscapeHeritage/1800012070





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